di Rosita Pederzolli

Dopo aver vinto l’Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista per la sua performance in Fences, lo scorso febbraio Viola Davis è diventata la prima attrice afroamericana ad aver vinto la cosiddetta “Triple Crown of Acting”, cioè la tripletta Oscar-Emmy-Tony, i più prestigiosi premi assegnati negli Stati Uniti nei settori cinematografico, televisivo e teatrale. Davis si era aggiudicata l’Emmy nel 2014 per l’interpretazione di Annalise Keating nella serie tv How To Get Away With Murder, mentre i due Tony risalgono al 2001 e al 2010, rispettivamente per King Hedley III dove interpretava Tonya e per Fences dove era invece Rose Lee Maxson.

Illustrazione di Benedetta Vialli

Viola Davis nasce nel 1965 nella Carolina del Sud, in un’ex piantagione riconvertita in fattoria dai nonni. Ha appena due mesi quando la sua famiglia si trasferisce a Central Falls, a Rhode Island: è qui che crescerà e passerà la sua adolescenza.

Sua madre, Mary Alice, lavorava come cameriera e operaia ed era un’attivista per i diritti civili, mentre il padre Dan allevava cavalli. Davis ricorda quel periodo come anni di fame e difficoltà economiche, in cui era costretta a frugare nei cassonetti o a farsi invitare a pranzo dalle compagne di classe più benestanti perché non sapeva se e quando sarebbe arrivato il pasto successivo.

Come lei, altri 18 milioni di bambini e bambine, in quegli anni soffrivano la fame negli Stati Uniti: per questo oggi è fiera ambasciatrice e sostenitrice di Hunger Is, fondazione che si occupa di raccogliere denaro per sradicare il problema della fame in America, dove tutt’oggi un minore su cinque non ha accesso a un adeguato apporto nutrizionale e 22 milioni di minori devono contare sui pasti gratuiti forniti dalle scuole.

Durante le superiori si interessa alla recitazione e si diploma al Rhode Island College con una tesi sul teatro (lo stesso istituto le conferirà poi una laurea Honoris Causa nel 2002). Grazie alle borse di studio, arriva a frequentare la Juillard School, prestigiosa scuola di recitazione di New York dove si diploma nel 1993.

Tre anni dopo debutta a Broadway con Seven Guitars di August Wilson, una tragicommedia che racconta le vite degli afroamericani negli anni ’50. Tornerà a recitare a teatro le opere di Wilson nel 2001 e 2010: King Hedley IIFences (Barriere), entrambe parti del cosiddetto Ciclo di Pittsburgh, dedicato alla rappresentazione della comunità afroamericana del Nord degli Stati Uniti nel corso del Novecento, le varranno i due sopracitati Tony.

Il dubbio

La carriera di Viola Davis è lunga e costellata di riconoscimenti e ruoli rilevanti: nel 2008 arriva la prima candidatura all’Oscar grazie a Il dubbio, film drammatico con Meryl Streep, dove interpreta la madre di un ragazzino che potrebbe aver subito molestie da un prete, che le vale anche la candidatura ai Golden Globes e ai SAG Awards. Nel 2011 è di nuovo candidata a Oscar, Golden Globes e BAFTA e vince il premio come Migliore Attrice ai Satellite e SAG Awards per il ruolo di Aibileen Clark, domestica al servizio delle famiglie di bianchi, in The Help.

Ma è solo nel 2014 che Davis diventa universalmente “famosa”, grazie alla serie tv prodotta da Shonda Rhimes How To Get Away With Murder, in cui interpreta Annalise Keating, un’avvocata di successo e professoressa universitaria alle prese con svariati casi di omicidio.

How to get away with murder

La serie è ben fatta, con una trama consistente, un cast di attori e attrici di una bellezza sorprendente, situazioni poco verosimili ma altamente coinvolgenti, storie d’amore struggenti e colpi di scena a non finire. Su tutto però spicca la stupefacente recitazione di Davis, che interpreta le fragilità e gli errori di Annalise Keating con uno stile inconfondibile e personale, in grado di tenere il passo con la struttura seriale e di svelare i vari aspetti di una personalità complessa poco per volta, puntata dopo puntata.

Sono ormai leggendarie le sue scene di pianto, in cui dà prova di una capacità attoriale fuori dagli schemi, così come la sua presenza fisica spesso scomoda, anticonvenzionale. Sappiamo che fu proprio Davis a proporre ai suoi produttori la famosa scena in cui Annalise prima di andare a dormire si toglie la parrucca, si strucca, si toglie le ciglia finte e si squadra allo specchio a lungo: una scena potente, lenta e silenziosa che va oltre la trama stessa, e che ci parla di standard di bellezza e del vedersi rappresentat* su uno schermo.

Il gesto di togliere la parrucca, in particolare, è un gesto potente che reclama il potere di essere sé stess* soprattutto per le donne di colore, spesso costrette a nascondere o modificare i propri capelli per meglio incontrare gli standard di bellezza bianchi.

Un’attrice afroamericana, non giovanissima, non convenzionalmente attraente, in un ruolo di protagonista assoluta sulla televisione mainstream: non sembra certo la ricetta del successo. Eppure è anche grazie a Viola Davis se qualcosa è cambiato.

Durante il discorso di accettazione dell’Emmy vinto nel 2015 – alla cui cerimonia si presentò coi capelli al naturale, come ha osservato Sasha Bonet su Bitch Magazine – Davis ha citato Harriet Tubman e ha detto che “l’unica cosa che separa le donne di colore dalle altre sono le opportunità”, aprendo ancora una volta il dibattito latente sulla presenza delle persone di colore all’interno della televisione e dell’industria cinematografica.

Come dice Davis, “Non si può vincere un Emmy per un ruolo che semplicemente non c’è” (“You can not win an Emmy for a role that is simply not there”), ciò che serve sono le opportunità, sono i ruoli. Finché le attrici di colore saranno relegate a ruoli marginali e stereotipati, come potranno esprimere il proprio talento?

Sono certa che Viola Davis diventerà un’icona. Qualcuno ha già pronunciato la frase “Viola Davis is the new Meryl Streep”: le due attrici sono in realtà molto amiche e non credo serva prendere il posto di qualcun altro per avere successo. Davis è una professionista del mestiere, che per molti anni non ha ottenuto il giusto riconoscimento al suo talento solo per il fatto che il suo corpo non si conformava a ciò che la televisione richiedeva. Il suo lavoro è la prova che invece quel corpo, quel talento era proprio ciò di cui la televisione aveva bisogno.

When someone is described as sexual and mysterious and complicated and messy, you don’t think of me. I thought it was a really great opportunity to do something different, to transform into a character that people weren’t used to seeing me in. I wanted a role to reflect the full scope of my talent, and I was tired of being the third girl from the left, feeling like I was jumping up behind Meryl Streep or a Julianne Moore, saying, ‘I’ve been doing this for 12 years, I’m playing a maid, I’ve got two lines.’

Quando una persona è descritta come sensuale, misteriosa, complicata e incasinata, non si pensa a me. Ho creduto potesse essere davvero una grande opportunità fare qualcosa di diverso, trasformarmi in un personaggio in cui le persone non erano abituate a vedermi. Volevo un ruolo che riflettesse lo scopo del mio talento, ed ero stanca di essere la terza ragazza da sinistra, sentendomi come se stessi saltellando dietro Meryl Streep o Julianne Moore dicendo ‘Sto facendo questo lavoro da 12 anni, interpreto una cameriera, ho due battute’.