Anche dopo aver passato anni a rimuovere i bias creati nella mia testa dai film Disney, mi fa ancora molto ridere esaminarli e rendermi conto di essere diventata un’adulta che ama tutto quello che le era stato insegnato a odiare. Uno dei personaggi che detestavo di più da bambina e che adesso (ovviamente) amo è Ursula, la strega cattiva e antagonista principale de La sirenetta.

La sirenetta è una storia dal messaggio terribile. Dopo essersi innamorata di un mascellone sconosciuto, la sirenetta del titolo Ariel fa un patto poco furbo con la strega del mare Ursula: rinuncia alla sua voce per sempre in cambio dell’avere gambe umane per tre giorni e poter far innamorare di lei il mascellone (alias il principe Eric).

Ariel rinuncia alla sua voce e alla sua vita sotto il mare per conformarsi alle norme patriarcali di quello che è “bello” e “ideale” (un corpo snello e abile, un carattere silenzioso e devoto), sposando in un colpo solo anche l’idea che l’unica cosa importante nella vita sia l’approvazione di un uomo e che l’unico modo per averla sia usando il proprio aspetto esteriore.

Mentre Ariel cerca in tutti i modi di rientrare in certi canoni, la sua antagonista Ursula non rientra in alcun modo nella normatività patriarcale: esiliata dal palazzo anche nella storia, è grassa, indipendente, per niente interessata agli uomini (che trova piuttosto stupidi), e con una grande quantità di potere. Ursula conosce benissimo il peso degli stereotipi culturali del regno di Tritone e Ariel e decide di andarci contro per partito preso.

Quello che trovo davvero interessante è proprio questa intenzionalità, e come questi comportamenti che rendono Ursula “indesiderabile” vengano associati al fatto che la rendono anche “cattiva”. Ad esempio, Ursula non solo è grassa, ma il film ci mostra che lo è per scelta (sappiamo infatti che si può trasformare in una “magra”, il suo alter ego Vanessa). L’essere grassa non è quindi soltanto uno stato “indesiderabile” in cui si trova, ma uno stato che lei ha scelto per sé stessa perché è cattiva e vuole andare contro le norme della società.

Ursula è una donna che ha potere e vuole accumularne ancora di più, come ogni strega cattiva che si rispetti; questo è visto come profondamente negativo e contrario all’ordine naturale delle cose tanto che, a parte il lieto fine personale di Ariel, quello più generale per il resto dei personaggi è che Tritone (l’anziano più muscoloso mai visto) continui a governare sul suo regno patriarcale con il suo grosso scettro.

Ad ogni modo, prima di venire fatta fuori, Ursula dimostra di essere una businesswoman con i fiocchi: riesce a contrattare con Ariel e firmare un contratto così solido che nemmeno Tritone, in teoria la figura di autorità e saggezza del film, riesce a trovare una scappatoia.

In retrospettiva, Ursula è la cattiva che mi fa più paura, perché spinge Ariel nelle braccia della normatività sapendo esattamente quello che sta facendo. Ursula conosce perfettamente le regole di una società patriarcale e gioca consciamente contro di esse. Quando stringe il patto con Ariel, le dice: “Yes on land it’s much preferred / for ladies not to say a word / And she who holds her tongue will get a man!” (nel testo italiano: Ma hai sempre il tuo bel faccino / Poi non devi sottovalutare il linguaggio del corpo / Agli uomini le chiacchiere non piacciono / Si annoiano a sentire bla bla bla!).

Questo è un messaggio ovviamente malizioso perfino nel film, nonostante i fatti poi provino che questo non si discosta molto dalla realtà e che, in generale, neanche gli uomini del regno sotto il mare siano poi tanto svegli. Ursula, che agisce contro il miglior interesse di Ariel, sa benissimo che la cosa più importante per una donna non è la sua faccia, ma essere una persona che pensa e si esprime.

È un peccato che Ursula conosca così profondamente il suo potere e decida di usarlo sì per cercare di abbattere il patriarcato (rappresentato da Tritone), ma non aiutando Ariel a svegliarsi fuori, bensì usandola come pedina “oggettificata” contro suo padre.

Il messaggio finale de La sirenetta rimane fondamentalmente conformista perché, per quanto Ariel impari a sue spese che avere la sua voce è essenziale, finisce comunque per abbandonare tutte le sue aspirazioni (la sua passione per la scoperta e la conoscenza, ad esempio), adattandosi agli standard di bellezza “umana” per conquistare l’amore, e ottenendo il suo Lieto Fine diventando la moglie del principe Eric.

Potrei scommettere che il frammento di un messaggio remotamente femminista del film non fosse affatto parte del pensiero originale dei creatori del film (uomini bianchi, nel caso ci fossero dubbi).

Non è del tutto incorretto dire che fare a pezzi i film Disney cercando una morale superiore sia piuttosto inutile. Ad esempio, si potrebbe argomentare che la passione per la scoperta di Ariel (che poi viene soppiantata completamente dalla sua ossessione per Eric), o il fatto che lei lo salvi ben due volte, o il barlume di intelligenza dimostrato da Eric nel capire che c’è qualcosa che non va, siano sufficienti a rendere Ariel un’eroina femminista e La sirenetta un film pregevole.

In questo caso specifico, trovo che il fatto che il lieto fine di Ariel sia sposarsi (alla veneranda età di sedici anni) e che l’ultima frase del film sia – brrrr – “Ti voglio bene, papà!” siano segnali abbastanza chiari dell’universo in cui sirenette, sirenetti e consorti si muovono.

Mentre non sono contraria al continuare a guardare a far guardare film Disney passati e presenti, continuo a pensare che sia interessante riflettere su come la rappresentazione del mondo, al di là degli animali parlanti, si rifletta sul modo in cui pensiamo non solo a quello che viene dipinto come buono e giusto, ma anche quello che è cattivo – in questo caso una donna che vuole conquistare il potere (per quanto con mezzi e intenti poco raccomandabili), che è a suo agio con il suo corpo così com’è, che non sente di aver bisogno di un uomo per essere valida e aver diritto di stare al mondo.


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