Qualche mese fa ho riguardato Matrix e l’ho fatto due volte. La prima volta volevo vederlo con gli occhi dei tredicenni miei alunni, cui stavo spiegando cos’è la fantascienza; volevo capire se avesse retto il passo del tempo, se potesse piacere anche a loro quanto è piaciuto a me alla loro età (la risposta, per inciso, è sì).

Non pensavo, però, che sarei stata investita da una marea d’emozioni contrastanti che col mio scopo contingente non c’entravano assolutamente nulla, emozioni tra le quali ho distinto a stento aspettativa, amore, tradimento, delusione, e ancora amore nonostante tutto. Sorgente di quella marea era Trinity, interpretata da Carrie-Anne Moss: è per venire a capo di tutte quelle emozioni che ho guardato il film una seconda volta.

Di Matrix ricordavo il sottotesto filosofico, le giacche di pelle, le scene d’azione, la pillola rossa vs. pillola blu. Avevo scordato che la scena d’apertura è dedicata a Trinity e che al suo personaggio, un’hacker esperta, è affidato il compito di fornire allo spettatore la prima e folgorante immagine della forza aliena dei ribelli.

Nel tornare a vedere quella scena, ho ricordato di colpo che da piccola, contro il mio costume di adorare acriticamente sempre e solo i personaggi maschili, avevo visto Trinity e mi ero innamorata perdutamente di lei; avevo desiderato, per la precisione, di essere lei. Perché, allora, ho parlato di emozioni contrastanti, se la dodicenne che sono stata aveva provato qualcosa di tanto positivo per lei?

Illustrazione di Elena Mistrello

Ecco perché: durante la mia prima visione adulta del film mi sono trovata a pensare che a Trinity, al di là della scena introduttiva, non viene fatto fare quasi assolutamente niente. Il suo ruolo è funzionale solo all’arrivo dell’eroe del film, l’altrettanto alieno e affascinante Neo (Keanu Reeves). Una volta entrato in azione lui, Trinity può ridursi al ruolo d’innamorata fedele dell’eroe. Con buona pace della me dodicenne.

In questo senso, il personaggio di Trinity è stato di recente paragonato alla madre del protagonista di Dragon Trainer 2, altro caso di personaggio femminile con una scena introduttiva da urlo che, però, terminata quella sequenza si riduce all’attività di supporto emotivo del protagonista maschile.

Mentre ponderavo considerazioni simili, non riuscivo però a riconciliarle coi prodotti più recenti delle sorelle Wachowski; penso a Sense8 e alla disinvoltura liberatoria con cui gestisce i ruoli di genere. Così sono tornata a guardare Matrix, alla ricerca di ciò che aveva potuto stregarmi da piccola, e per scoprire qualcosa di più non solo su Trinity, ma sulla gestione dei ruoli di genere nel film. Ecco di seguito alcune di queste considerazioni.

 

L’irrilevanza del corpo

La prima cosa che mi ha colpita è stata l’assoluta irrilevanza del corpo nella definizione di chi siamo e cosa siamo capaci di fare.

Se “Matrix” è un programma di simulazione, non è la forza del corpo a determinare al suo interno le possibilità fisiche di ciascuno: con questo semplice stratagemma, ecco disinnescato uno dei cliché dei film d’azione, che vede i personaggi femminili posti in secondo piano perché fisicamente “meno potenti” delle controparti maschili.

In uno scenario simile, a Trinity è concesso di emanare una tranquilla consapevolezza della propria efficienza fisica che – mi rendo conto adesso – dev’esser stata un balsamo per una dodicenne abituata a vedere donne malmenate, neutralizzate o direttamente passive nella stragrande maggioranza dei film che guardava.

 

Battle-couples e belle addormentate

Ferma restando la centralità di Neo – peraltro radicata nel carattere sostanzialmente messianico del suo personaggio – è forse troppo categorico affermare che Trinity sparisca all’arrivo dell’eroe. Trinity rimane il superiore di Neo, come ci ricorda in una memorabile scena in cui gli impedisce di lasciarla indietro, ma non è solo questo.

Nelle scene d’azione per cui il film è rimasto celebre – quelle dell’irruzione nel palazzo governativo dove è detenuto MorpheusTrinity e Neo sono l’una lo specchio dell’altro, coi loro vestiti identici e la loro letale efficienza meccanica. Anzi: fin dall’inizio la caratterizzazione fisica dei due personaggi, entrambi straordinariamente androgini, concorre a mostrarceli come due facce simbiotiche della stessa medaglia.

In quest’interdipendenza positiva il genere sembra quasi irrilevante. Culmine di questa dinamica è il momento in cui Neo, ucciso dentro “Matrix”, letteralmente risorge, come ci si attende dal Messia che in fondo abbiamo sempre saputo che fosse. Ma Neo non risorge dopo tre giorni grazie alla sua sola natura sovrannaturale, bensì perché Trinity gli dà un bacio, come un principe che sveglia la principessa, come l’artefice del divino, come la morte di tutti gli stereotipi.

 

La mascolinità tossica

Tra elicotteri in fiamme e armi automatiche, Matrix avrebbe potuto fare appello a tutta una serie di stereotipi legati a certe idee di mascolinità predatoria e aggressiva. Nessuno dei personaggi principali, però, vive mai anche solo un episodio di maschilismo normalizzato, di casuale oggettificazione della donna.

Soltanto due personaggi secondari si comportano così: uno è Mouse (Matt Doran), l’adolescente del gruppo dei ribelli; l’altro è Cypher (Joe Pantoliano), lo stronzo traditore al quale si deve la cattura di Morpheus e la morte violenta di molti del gruppo. Sono due eccezioni significative, perché codificano il maschilismo come caratteristica propria di adolescenti immaturi, che impareranno a essere migliori di così, oppure di stronzi impenitenti che meritano solo la morte. Il messaggio potrebbe suonare un po’ netto. Per una volta, però, è liberatorio.

Con quest’ultima considerazione in mente, la mia seconda visione adulta di Matrix si è conclusa in un senso di sollievo; il sollievo che ci coglie quando ci rendiamo conto che una storia, anche quando non nasce precisamente per celebrarci, può comunque prendersi cura di noi.