Esistono ancora molti campi in cui le donne non riescono ad affermarsi completamente e lo sport è uno di questi. Le competizioni sportive femminili non hanno infatti alcuna risonanza nazionale – sapevate del recente scudetto vinto dalla squadra femminile della Fiorentina, il primo della storia del Club? – e vengono relegate nei confini dello sport dilettantistico. Alle allenatrici non va meglio: una donna che allena una squadra di maschi provoca ancora più di un’alzata di sopracciglia.

Se però oggi è diventato quasi normale vedere una donna giocare a calcio e la pallavolo femminile si è resa protagonista grazie alle grandi vittorie, se oggi in molti conoscono Flavia Pennetta e ricordano i successi di Tania Cagnotto, Federica Pellegrini, Fiona May o Deborah Compagnoni, le cicliste continuano invece a rimanere degli esseri mitologici. Quella tra le donne (non solo italiane) e la bici è infatti una lunga e travagliata storia d’amore, iniziata agli esordi delle due ruote.

Bicycling for ladies

“Nascono così le prime squadre e le prime gare di velocità su questi strani aggeggi [i velocipedi, le biciclette con ruota anteriore molto alta, nata in Francia e diffusasi poi in Europa e Americhe, N.d. A.], arrivano le prime scommesse, i primi cronisti degli eventi ed anche le prime gare al femminile, siamo nell’anno 1869.”  BikeItalia

Nel 1886, Maria Ward scrive il libro The Common Sense of Bicycling: Bicycling for ladies, in cui approfondisce le caratteristiche meccaniche della bicicletta. Crede infatti che una donna, per essere davvero indipendente, debba saper riparare i guasti da sola. Leggendone alcuni stralci, sono rimasta impressionata dalla modernità con cui il discorso viene affrontato. Ward scrive raramente la parola “donna”, per il resto si rivolge sempre a un neutrale “byciclist”:

I hold that any woman who is able to use a needle or scissors can use other tools equally well. It is a very important matter for a bicyclist to be acquainted with all parts of the bicycle, their uses and adjustment.

Ritengo che ogni donna capace di usare un ago o un paio di forbici possa usare ugualmente bene qualsiasi altro strumento. È molto importante che chi usa la bicicletta abbia familiarità con tutte le parti del mezzo, il loro utilizzo e la loro riparazione.

Qualche anno dopo, anche l’Italia apre il mondo della bicicletta alle donne. La Federazione Ginnastica di Roma istituisce il Comitato femminile della Federazione nel 1888, presieduto da Caterina Rattazzi. L’obiettivo è introdurre le donne all’educazione fisica, tramite “esercizi di ginnastica, di ballo, di giochi ginnici e sportivi”. Tra le attività, si organizzano gare di velocipedismo e passeggiate in bicicletta.

Anche Milano non è da meno. Pasquale Coccia scrive su Il Manifesto: “In Lombardia il ciclismo permise alle donne di avvicinarsi allo sport, infatti a Varese già nel 1886 si registrarono le prime corse su pista con tandem misti, mentre sempre nello stesso anno quattro donne insieme agli uomini parteciparono a una passeggiata in bicicletta”.

Esiste una controversia sulla diffusione del ciclismo tra le italiane. Per alcun* la spinta iniziale viene data dalla Regina Margherita, la quale si iscrive al Touring Club Ciclistico Italiano nel 1902 ed è solita girare in bici per le vie di Monza. Ipotesi condivisa anche da Gigliola Gori (autrice di Donne e bicicletta) in Italian Fascism and the female body: sport, submissive women and strong mothers, secondo la quale sia la principessa Agnese Hercolani che la contessa Clementina Bastogi seguono l’esempio della Regina, cercando di diffondere questo sport tra le donne.

Allo stesso tempo però, le prime gareggiatrici risalgono alla fine dell’Ottocento e sono tutte di umili origini. Come Maria Forzani, vincitrice della Milano-Varese nel 1896; Alessandrina Maffi, campionessa italiana dal 1893 al 1897; Lina Cavalieri, attrice, vincitrice della corsa a tappe Roma – Torino alla fine dell’Ottocento e Adelina Vigo, fioraia, protagonista di gare adrenaliniche.

All’inizio dello scorso secolo, quindi, le donne sono protagoniste del ciclismo italiano. Tanto da portare il regista Luca Comerio a girare il documentario Corsa ciclistica femminile nel 1910, sulla sfida tra Maffi e Forzani. Nello stesso periodo, tuttavia, iniziano a circolare voci sulla loro inadattabilità al ciclismo. Si parla di morale, di igiene, di eccessivo sforzo fisico – cose (a parte la morale) che mi fanno pensare al parto, non ad una corsa in bici.

Comunque sia, una donna a cavallo di una bici non è considerata cosa buona e giusta. Forse per questo, nel 1894, l’Unione Velocipedistica Italiana (oggi Federazione Ciclistica Italiana) vieta le gare femminili. Felice Gambazzi, nel suo libro Eccessi ed esagerazioni sportive, del 1910, arriva addirittura ad affermare che il ciclismo possa provocare nelle donne “segni di debolezza cardiaca e con essi qualche volta anche il terribile morbo che si chiama etisia (tisi)”.

Alfonsina Strada

Tutto ciò non frena Alfonsina Morini Strada, considerata pioniera assoluta della disciplina, premiata dallo zar Nicola II in persona per la sua partecipazione al Gran Prix di Pietroburgo del 1909. Dopo i primi anni passati a partecipare alle gare dedicate a sole donne, infrangendo il record mondiale di velocità femminile, Strada inizia a gareggiare assieme agli uomini, partecipando a due edizioni del Giro di Lombardia. È la prima donna a completare il Giro d’Italia nel 1924, quando ancora non ne esisteva una versione femminile. Come riportato nel sito Bike Italia, “su 90 partenti arrivarono al traguardo di Milano solamente 30 corridori, tra cui la tenace Alfonsina, seppure fuori tempo massimo anche a causa degli autografi che spesso e volentieri si fermava a firmare lungo il tragitto”.

 

La cosa scandalizza e crea non pochi mal di pancia. A partire dai quotidiani: la Gazzetta dello Sport pubblica il nome di Alfonsin Strada mentre il Resto del Carlino quello di Alfonsino Strada. Ciò che sconvolge la gente – e attira più critiche – è soprattutto il suo aspetto: Alfonsina ha i capelli corti, porta i pantaloncini e possiede delle gambe muscolose, “da uomo”. Non riuscirà più a partecipare a un Giro d’Italia per l’ostracismo che incontrerà su più fronti. In fondo, solo qualche anno prima l’Almanacco della donna italiana affermava che “il ciclismo per la donna non può essere accolto che nella forma turistica […] mai in prove di lunga resistenza”. Si prenderà comunque altre soddisfazioni partecipando a oltre trenta gare nel corso della sua restante carriera

Durante il fascismo la partecipazione femminile allo sport è molto blanda. Nello stesso periodo, però, le donne in bicicletta si legano indissolubilmente alla resistenza partigiana. La cosiddetta staffetta è, infatti, una figura chiave nelle operazioni contro il nemico. Celebre è, per esempio, la storia di Alma “Anna” Bevilacqua, in arte Giovanna Zangrandi. Dopo la guerra e con il boom economico però, le donne tornano nelle loro cucine. Vent’anni di fascismo più secoli di cristianesimo forgiano la figura possente della Mamma, che di certo non ha tempo né motivo per gareggiare in bicicletta.

Il gruppo Faema Sarmato

Per vedere il ciclismo femminile riconosciuto a livello agonistico dobbiamo quindi aspettare il 1962, anno dei Mondiali di Salò. Il regolamento prevede quattro gare, di cui una femminile, ma non esiste nessuna nazionale italiana di ciclismo. Il CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano, decide così di permettere alle donne di tesserarsi per non sfigurare davanti alle altre nazioni proprio nel mondiale di casa. Nello stesso anno nasce così il gruppo femminile Faema Sarmato, che vede tra le protagoniste Paola Scotti, prima italiana tesserata in assoluto.

Scotti viene inclusa nella squadra nazionale assieme a Maria Cressari, Rosa Vitari, Giuditta Longari e Florinda Parenti. Da questo momento in poi, si iniziano a organizzare i campionati italiani di ciclismo femminile, dove Scotti è tra le prime protagoniste, salvo poi doversi ritirare a causa di problemi di salute. È, soprattutto, Maria Cressari a dominare la scena dell’epoca con i suoi record.

Florinda Parenti e Paola Scotti con la maglia del Faema

Con l’avvento delle donne nell’agonismo, arrivano anche i primi titoli internazionali. Elisabetta Maffeis vince i mondiali di Leicester, prima italiana ad aggiudicarsi un titolo così importante. Impossibile, inoltre, non ricordare Maria Canins, ex sciatrice di fondo, che a 32 anni passa al ciclismo vincendo due Tour de France e il primo Giro d’Italia femminile (1988).

Quando si andava a correre, si prendevano anche insulti: a volte pesanti, altre volte qualcuno si limitava a gridare ‘andate a fare la calzetta’.
Elisabetta Maffeis

Marina Romoli e le mancate tutele per le cicliste professioniste

Nonostante i passi avanti e i successi, il ciclismo femminile continua a soffrire dei problemi tipici dello sport femminile in Italia. È un mondo disorganizzato e con pochi mezzi, perché ci si rifiuta di mettere a disposizione quelli già esistenti per le squadre maschili. Soprattutto, è un mondo in cui circolano pochi soldi perché pochi sono gli sponsor attirati da questo settore.

Nel 2012, Francesca Romana Golino conduce un’inchiesta per SportPro, evidenziando tutte le assurdità del ciclismo femminile. La causa che attira l’attenzione mediatica è la vicenda di Marina Romoli. Nel 2010, la giovane campionessa subisce un incidente mentre si allena, perdendo l’uso delle gambe. L’incidente la costringe alla sedia a rotelle.
A 19 anni si diventa cicliste di prima fascia, con la categoria Elite, ma questo significa poco o niente a livello di rappresentanza o carriera: i contratti proposti alle donne non le rendono professioniste, né le tutelano. Per questo motivo, quello di Romoli (infortunata a 22 anni) non viene giudicato un incidente sul lavoro e non avendo una assicurazione personale né un reddito riconosciuto, non percepisce un giusto risarcimento e deve inoltre anticipare tutti i costi delle spese mediche.

Proprio in questi anni, una delle esponenti maggiori e più promettenti del ciclismo femminile italiano, Giorgia Bronzini, inizia a ribellarsi. Non mancano le parole dure rivolte al suo ambiente:

[Nel ciclismo femminile] mancano le strutture: dai dirigenti alle squadre. Mancano soprattutto i soldi. All’estero hanno capito che le donne migliorano il ciclismo nello spettacolo, nell’immagine e nella cultura. E alcune fra le maggiori squadre hanno aperto un settore femminile: il costo è limitatissimo, perché l’organizzazione esiste già, dai meccanici ai massaggiatori, dalle biciclette alle ammiraglie […] In Italia si fa solo una grande fatica. Tant’è vero che, quando mi chiedono un consiglio sul ciclismo femminile, io dico subito che è meglio smettere, o non cominciare neanche, e dedicarsi ad altro.

Giorgia Bronzini (Campionati del Mondo Melbourne 2010 – BettiniPhoto©2010)

Bronzini, assieme a Noemi Cantele, è una delle prime portavoci delle proteste sollevatasi dalle cicliste e accolte dall’ACCPI (Associazione Corridori Ciclisti Professionisti Italiani), il sindacato di categoria. Nel 2013, nel corso di un incontro tra la rappresentante ACCPI delle donne Elisa Longo Borghini e il presidente della Federazione Italiana Ciclismo Renato Di Rocco, vengono avanzate poche ma chiare richieste: maggiore sicurezza in gara, più competizioni femminili, un minimo salariale assicurato e più dialogo tra atlete e istituzioni nazionali.

Il risultato è che le cose sono un po’ cambiate, almeno nei contratti. Adesso forma, durata, modalità di retribuzione, rinnovo e cessione sono regolamentati e sono state introdotte altre tutele, come l’infortunio, la malattia e la maternità.

La parità, però, è ancora lontana perché le cicliste – così come tutte le sportive in generale – rimangono delle dilettanti. Nel 2015 è stata presentata al Senato una proposta di modifica alla legge 91/81, che regola il professionismo nello sport, con la speranza di equiparare i settori femminili a quelli maschili. Per queste atlete, sarebbe l’ultimo scatto in quella lunga salita che è l’affermarsi come ciclista professionista in Italia.


Approfondimenti:

Ciclismo Donne
Paola e le altre
Paolo Facchinetti, Gli anni ruggenti di Alfonsina Strada
John Foot, Pedalare! Pedalare! A history of Italian cycling
Gigliola Gori, Italian fascism and the female body: sport, submissive women and strong mothers
Benito Mazzi, Romano Spada, Daniele Marchesini, Pàlmer, borraccia e via!: storia e leggende della bicicletta e del ciclismo
Pedale rosa
Il professionismo sportivo in Italia: storia di una discriminazione
Il paradosso italiano: trionfano sui campi e rimangono dilettanti
Il ciclismo femminile su strada in Italia e nel mondo