Dall’8 al 14 maggio 2017 ricorre la Mental Health Awareness Week. La salute mentale è un argomento che ci sta particolarmente a cuore, quindi continueremo a parlarne in futuro.


Certe persone sono convinte che solo gli egoisti vedano il suicidio come una possibilità, ma io non credo che sia una soluzione a portata di tutti. A me era sembrato plausibile per un istante, poi tra me e il suicidio si è chiusa una porta. Ed è rimasta chiusa.
Certe persone pensano credono che dovrei essere in collera con Harris, ma io non sono in collera. Penso davvero che la sofferenza possa diventare intollerabile.

da Il salto di Sarah Manguso (NN, 2017)

A febbraio un uomo di trent’anni si è suicidato e il Messaggero Veneto ha pubblicato una lettera da lui lasciata su richiesta dei suoi genitori. Nella lettera l’uomo motivava la decisione di uccidersi dicendo di non voler più vivere nella nostra società, che non lo accettava; la lettera parla di grandi delusioni personali, di vario genere, ma nel post-scriptum citava il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il Messaggero Veneto l’ha pubblicata con un virgolettato dei genitori che dice: «Nostro figlio ucciso dal precariato».

Per questo tutti i maggiori quotidiani italiani hanno parlato del suicidio di quest’uomo in relazione alle difficoltà dei giovani a trovare lavoro e molte persone hanno condiviso considerazioni simili sui social network. È un modo molto superficiale per parlare di una cosa complessa e di cui ci sono tante cose che non si possono dire a posteriori come il suicidio.

Nessuna diagnosi psichiatrica può essere fatta su una persona ormai morta, ma non si può nemmeno banalizzare un suicidio imputandone le cause al tasso di disoccupazione senza sapere nulla della persona di cui si sta parlando. Che alcune persone possano pensare che una persona possa essersi uccisa perché non trovava lavoro è sintomo del fatto che sulle questioni di salute mentale c’è poca informazione e poca consapevolezza; che i giornali mostrino la stessa superficialità è ben più grave e dannoso.

Va anche contro le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sulla prevenzione dei suicidi: quando raccontano casi di suicidio, i media devono farlo in modo responsabile. La ragione per cui l’OMS raccomanda responsabilità è cercare di evitare casi di emulazione, soprattutto quando l’oggetto delle notizie sono i suicidi di persone famose.

In generale dovremmo pretendere responsabilità e sensibilità dai giornali e dalla tv anche per altre ragioni quando si parla di suicidio: perché le persone dovrebbero imparare a riconoscere i segnali di chi potrebbe avere tendenze suicide, perché sarebbe bene sapere qualcosa di affidabile e rigoroso sul perché capiti che una persona si uccida – e ogni persona è una storia diversa, anche questa è una cosa importante da sapere – e infine perché tra chi legge le notizie c’è anche chi soffre o ha sofferto un lutto per il suicidio di una persona cara. Per queste persone è molto importante che non si parli di suicidio dicendo banalità o cose infondate.

 

Cosa sappiamo del suicidio

Non molto, più che altro perché ogni storia di suicidio è una storia a sé per quanto in certi posti e in certi periodi storici il tasso di suicidi sia più alto. Secondo le stime dell’OMS ogni anno nel mondo quasi 800mila persone si suicidano. Un numero molto maggiore di persone invece tenta il suicidio senza riuscire: si pensa che per ogni suicidio compiuto ci siano venti suicidi falliti. Per le persone con età compresa tra i 15 e i 29 anni, il suicidio è la seconda più frequente causa di morte.

Eppure spesso non si sa perché una persona si suicidi: non è detto che sia per via di un disturbo mentale, anche se è impossibile stimare la percentuale di chi lo fa per questo, visto che in molti casi, compreso quello del trentenne della lettera pubblicata sul Messaggero Veneto, nessun esperto di psichiatria o psicologia ha avuto la persona suicida in terapia e ha potuto fare una diagnosi.

Ad esempio, in Italia, secondo i più recenti dati ISTAT sul tema (sono stati pubblicati lo scorso febbraio), dal 2011 al 2013 in Italia si sono suicidate 12.877 persone ma nell’81 per cento di questi casi non si sa nulla delle ragioni per cui queste persone lo hanno fatto, almeno non ufficialmente, perché i medici che hanno scritto il certificato di morte di queste persone non hanno scritto nulla di patologie fisiche o mentali che possono essere considerate tra le cause della loro morte.

Nel 6 per cento dei casi era citata una malattia fisica (più spesso tumori, ma anche diabete e cardiopatie, tra le più frequenti), nel 13 per cento una malattia mentale (un episodio depressivo nella stragrande maggioranza dei casi, ma anche disturbi d’ansia, disturbo affettivo bipolare, disturbi dovuti all’uso di alcol e schizofrenia; in totale l’ISTAT elenca 35 diversi tipi di disturbo tra le concause dei suicidi). Sono soprattutto uomini i suicidi italiani dal 2011 al 2013, 10.065 contro 2.812 donne; tra gli uomini più di metà avevano tra i 35 e i 64 anni, tra le donne quelle tra i 35 e i 64 e quelle con più di 65 anni sono state più o meno nello stesso numero. Sui certificati di morte delle donne suicide molto più spesso erano citate malattie mentali.

Spesso nessuno ne sa abbastanza di una persona che si è suicidata per poter fare ipotesi su cosa questa persona abbia vissuto negli ultimi momenti della sua vita. Ogni interpretazione fatta da qualcun altro rischia di essere molto dolorosa per chi amava questa persona e già si trova a gestire sensi di colpa, spesso una forte rabbia e una difficoltà ulteriore a parlare con altri della propria sofferenza, oltre al dolore che prova chiunque sia in lutto.

E quando chi interpreta (o semplicemente riporta) è un giornalista, o qualcuno su un social network, dove potenzialmente un numero altissimo di persone può leggere, è ancora più importante sapere cosa si sta dicendo e come lo si sta dicendo. Le analisi sociologiche da bar e le considerazioni fatte con la profondità e la riflessione di una tesina multidisciplinare sul suicidio nella storia, nella letteratura e nella filosofia fatta in quinta superiore è meglio lasciarle perdere.

I falsi miti sul suicidio

Per fare prevenzione sui suicidi, l’OMS ha messo insieme una lista di falsi miti sui suicidi che per quanto possano apparire banali è utile tenere a mente:

  • Anche se una persona in un certo momento della sua vita ha tendenze suicide, non è detto che le abbia per sempre;
  • Non è vero che parlare con una persona con tendenze suicide dell’idea del suicidio la incoraggerà a uccidersi: al contrario il confronto con un’altra persona potrebbe aiutare questa persona a vedere delle alternative alla morte;
  • Non è vero che tutte le persone che si suicidano hanno una forma di disturbo mentale; a questo va aggiunto che non è detto che una persona suicidatasi a causa di un disturbo mentale fosse depressa: la comunità scientifica ancora non è concorde su tutti gli aspetti che riguardano le patologie mentali (depressione compresa) e alcune diagnosi possono anche essere cambiate nel tempo;
  • Non è vero che la maggior parte dei suicidi avvengono in modo improvviso e inaspettato: nella maggior parte dei casi i suicidi possono essere prevenuti osservando il comportamento delle persone che pensano al suicidio;
  • Non per forza una persona che pensa al suicidio vuole morire: alcuni suicidi avvengono in modo impulsivo, commessi da persone che non sono sicure di voler vivere o morire;
  • Non è vero che chi parla di volersi suicidare non è davvero intenzionato a farlo: molte delle persone che lo fanno possono essere in cerca di aiuto; per questo è importante chiedere aiuto a qualcuno di esperto se temete che qualcuno che conoscete potrebbe farsi del male; se una persona a voi cara dovesse suicidarsi senza che voi poteste fare nulla per evitarlo però, ricordate che la colpa non è vostra. La colpa non è vostra, punto.