La produzione di libri per l’infanzia in Italia è, oggi, vastissima. Accanto alle storiche case editrici Babalibri, Corraini e Orecchio Acerbo, per citarne alcune di particolarmente significative, negli ultimi cinque-dieci anni sono nate altre importanti case editrici con cataloghi ricchi di albi con illustrazioni e storie di prima qualità. Ci sono favole e racconti su ogni tipo di argomento, sia esso ispirato alla realtà quotidiana o alla fantasia e alla magia. In questo panorama idilliaco, hanno iniziato a fare capolino anche storie che mirano specificamente a superare gli stereotipi di genere e promuovere una corretta educazione sentimentale.

Consapevole del fatto che l’infanzia è il momento più delicato della nostra vita, in cui abbiamo bisogno di poter sviluppare in piena libertà e rispetto i nostri gusti e inclinazioni, una giovane e illuminata editrice, Monica Martinelli, ha scelto di dare vita al progetto Settenove.
La casa editrice nata nel 2013 dall’esigenza di affrontare, attraverso generi letterari differenti, il tema della prevenzione della discriminazione e della violenza di genere. Settenove prende il nome proprio dall’anno 1979, “un anno importante, durante il quale le Nazioni Unite hanno adottato la CEDAW, la Convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e violenza contro le donne, che per la prima volta individua nello stereotipo di genere il seme della violenza” come si può leggere sul sito.

Settenove tratta soprattutto testi destinati all’infanzia e all’adolescenza (ma apprezzabili da tutt*) per promuovere modelli non discriminatori di educazione paritaria e lo sviluppo di un immaginario libero da stereotipi. Nel catalogo vi sono bambine selvagge e coraggiose, bambini pieni di sensibilità, animali che appartengono a specie diverse, ma che si riconoscono come “fratelli”.
A proposito di questa casa editrice unica, ho fatto alcune domande alla sua fondatrice.

Emily Hughes, Il piccolo giardiniere

Soft Revolution: Come nasce l’idea di una casa editrice che sia “fuori dalle parentesi” che ingabbiano la società in cui viviamo? E perché la scelta di partire dai libri per bambin* e ragazz*?

Monica Martinelli: Io ho avuto la possibilità di vivere al di fuori delle parentesi che il mio genere imponeva, ma mi è stato chiaro fin da ragazza che non era una situazione comune e, nel corso del tempo, ho pensato ad un progetto culturale interamente dedicato a questo. Nell’opinione comune, la violenza si combatte con la repressione, ma allo stesso tempo con una generale presa di distanza dal problema, che si accantona in quanto relativo agli “altri”, non a sé. Sappiamo, invece, che siamo tutti e tutte immerse in una cultura fortemente sessista che impedisce di notare gli elementi discriminatori, perché considerati “normali”. Per riconoscere e prevenire la violenza occorre, quindi, un’operazione culturale che crei un disvalore sociale attorno alla discriminazione. Partire dai bambini e dalle bambine significa offrire strumenti critici per attivare dei meccanismi di difesa verso gli atteggiamenti sessisti diffusi.

Dalla nascita di Settenove ad oggi, lei ha svolto numerose collaborazioni con realtà locali. Com’è il bilancio del lavoro svolto finora? Le risposte sono state positive o ha riscontrato delle problematiche?

Mi sento di dire che il bilancio è molto positivo. Settenove ha solo quattro anni e arriva da un piccolo paese dell’entroterra marchigiano, Cagli (PU), ma nel corso del tempo le collaborazioni si sono estese a realtà di tutto il territorio italiano, da nord a sud. Il progetto è diventato un collettore di energie positive, di menti attive e impegnate sul versante dell’antisessismo da diversi punti di vista. I titoli sono ormai 30 e ognuno di questi ha dietro di sé una storia di impegno e passione. Poiché si tratta di un progetto con finalità dichiarate alcuni problemi ci sono stati, ma lo reputo indice di un lavoro che sta toccando, come doveva, dei punti sensibili e quindi non può che aumentare l’energia profusa nell’attività.

Sente il peso della responsabilità per il compito che si è data all’inizio, quando sceglie i libri da inserire nel suo catalogo? C’è un libro a cui è particolarmente affezionata e che voleva fortissimamente pubblicare?

I criteri che uso per la scelta dei libri, secondo l’obiettivo che mi sono data, non possono dirsi universali, sono assolutamente personali. Questo mi esime dall’idea di una responsabilità, perché pubblico quello che ritengo valido in base al mio punto di vista, con la consapevolezza che può anche non essere condiviso. A suggerire un valore “collettivo” del libro, se e quando esiste, sono i lettori e le lettrici. Di fatto, alcuni libri hanno avuto una storia diversa da quella che immaginavo, altri invece mi hanno sorpreso per la forza, non prevista, sprigionata dopo la pubblicazione.

Illustrazione di Anne Bozellec per Storia di Giulia che aveva un’ombra da bambino

Storia di Giulia che aveva un’ombra da bambino è un albo illustrato, pubblicato in Italia nel 1978 dalle Edizioni dalle parte delle bambine, un testo incredibilmente “moderno” data la sua tematica (l’identità di genere), che ha segnato la storia della letteratura francese per l’infanzia. Quanto è importante secondo lei, soprattutto oggi, averlo portato alla riedizione?

Quando vidi il libro rieditato da Thierry Manier in Francia in occasione dei 40 anni dalla prima edizione, corsi (letteralmente) a chiederne i diritti, perché immaginavo un nuvolo di editori con i quali dover competere, ma la risposta positiva e immediata dell’editore francese arrivò del tutto inaspettata. Credo sia stato importante pubblicarlo di nuovo, perché è un caposaldo della letteratura per l’infanzia, nato da un collettivo di artisti e artiste di varia natura, che volevano offrire uno sguardo più vero del mondo infantile, nel quale emergessero anche le problematiche più difficili da affrontare, senza edulcorare i temi fondanti dell’identità. La casa editrice che fondarono per pubblicarlo si chiamava Le Sourire qui mord, il sorriso che morde. È un libro ancora divisivo, ancora oggi crea disagio nella lettura in pubblico, perché si affronta il tema dell’identità in modo palese ed emerge anche il tema della sessualità infantile. Già questo è sufficiente per renderlo attuale e necessario.

È stata, in qualche modo, ostacolata per la sua scelta di occuparsi della discriminazione di genere? La presunta “teoria del gender” ha causato problemi al suo lavoro?

Ci sono stati contrasti con associazioni cattoliche fondamentaliste molto potenti e gruppi di estrema destra, ma la gestione dei problemi che di volta in volta emergono è parte del “lavoro”, quindi non preclude nulla.

Nel sito della casa editrice è presente una sezione di notizie sul mondo dell’educazione, in cui vi è anche un articolo a proposito della manifestazione di Non Una Di Meno dello scorso 26 novembre: cosa ne pensa della rete e delle sue iniziative? Lei si considera una femminista?

Ho partecipato alla manifestazione del 26 novembre, alla prima riunione che ne è seguita, ad altre manifestazioni di reti che aderiscono, come Rebel Rebel, ed ogni anno a Educare alle differenze. Ogni gruppo ha una sua storia e un suo percorso, ma è importante lavorare in rete per portare avanti, insieme, delle istanze comuni. Il mio impegno è focalizzato sulla questione dell’educazione di genere nelle scuole e ritengo utile lavorare insieme, per mettere a sistema dei metodi efficaci, in modo che ciascuna possa ripartire e sviluppare il lavoro dell’altra (anche cambiando strada nel corso del processo), ma senza perdere le esperienze e il sapere già esistente. Sì, sono femminista e considero Settenove una casa editrice femminista, così come lo sono una buona parte delle sue autrici e dei suoi autori. Altri non lo sono apertamente, ma nei loro progetti hanno espresso idee antisessiste di libertà, impegno e autodeterminazione, quindi sono entrati di diritto nel progetto.

Monica Martinelli

Ringrazio Monica Martinelli per le interessantissime risposte e per l’obiettivo che vuole avere Settenove, in un panorama letterario come quello del nostro Paese, che è ancora troppo legato agli stereotipi, specialmente nel mondo dell’infanzia.