Attenzione: l’articolo contiene spoiler di Gilmore Girls: A Year in the Life


Quando ho incominciato a scrivere questo pezzo, come spesso accade quando provo a recensire una serie, sono partita dalla più banale delle domande: mi è piaciuta? La risposta è molto difficile in questo caso, perché Gilmore Girls (in italiano Una mamma per amica) è stato – per me come per tante altre persone mie coetanee – un appuntamento fisso e imprescindibile davanti allo schermo per intere stagioni.

Il ritorno di Rory, Lorelai e di Stars Hollow con Gilmore Girls: A Year in the Life era quindi tanto atteso quanto temuto, un po’ come quando si torna a visitare un luogo molto amato durante l’adolescenza e si rischia di non riconoscerne più i connotati sentimentalmente rilevanti.

Se dovessi potare avanti un’analisi approfondita della serie credo troverei tanti punti a favore di una solenne bocciatura e altrettanti in grado di farle passare l’esame a pieni voti ma per ora – e forse anche più in generale – preferisco soffermarmi sul percorso delle protagoniste femminili di questa grande saga familiare e sulle loro “gregarie”.

L’ultimo episodio della settima stagione ci aveva lasciato con Rory (single dopo aver rifiutato la proposta di matrimonio di Logan) in procinto di spiccare il volo verso una carriera di studio e lavoro tanto desiderata e tanto a lungo costruita con meticoloso puntiglio; Lorelai finalmente di nuovo insieme a Luke (dopo litigi, incomprensioni e mille vicissitudini), Emily e Richard ancora insieme nella grande villa di famiglia.

Anni di crescita e cambiamento che tuttavia ci restituivano intatti i caratteri delle nostre beniamine: Emily, matriarca sempre impeccabile; Lorelai, disorganizzata e caotica tanto nel quotidiano quanto nelle relazioni; Rory, un po’ insicura e bisognosa di amore, ma determinata a portare avanti i suoi sogni anche a costo di grandi sacrifici.

All’inizio di Gilmore Girls: A Year in the Life, Stars Hollow ci saluta festosa, vista di scorcio dalla vetrina del dinner di Luke. Nove anni dopo la cittadina non è cambiata: il bar, la scuola di danza, il negozio di antichità della madre di Lane sono sempre al loro posto, così come i personaggi “secondari” che la animano, ma per le Gilmore le cose sono invece differenti.

Lorelai gestisce la locanda con spirito manageriale e grande concretezza. Il conflitto con Emily è sempre vivo, ma il passaggio alla “maturità” di questo personaggio è segnato dalla presa di coscienza che “qualcosa deve cambiare” in seguito alla morte del padre e agli evidenti scompensi emozionali che questo evento ha causato nella madre. Così fra la gestione di una serie di problemi alla locanda (l’assenza di Sookie, l’insoddisfazione professionale di Michel), del lutto familiare e del consolidarsi di una routine affettiva con Luke che, a tratti, sembra trasformarsi in un mix di abitudine e crisi di coppia, Lorelai dimostra di essere “maturata”.

In realtà la sua è una maturazione forzata: fra il maldestro tentativo di discutere di un possibile figlio insieme a Luke, il viaggio into the wild finito in una camera di motel, l’imbarazzante racconto propinato agli amici della madre in occasione del funerale di Richard, Lorelai si dimostra sempre uguale a se stessa, a tratti più stanca. Il valore aggiunto del suo personaggio risiede sicuramente nell’aver tentato di mostrare l’altro lato della normalità, ovvero la crisi che si può generare anche in contesti nati a partire da un “lieto fine”.

Emily, di contro, affronta la scomparsa del marito, sul cui stile di vita e carattere ha modellato la sua esistenza, riempiendo la casa di personaggi che ritiene strani (malcelando di fondo un suo razzismo ammantato di filantropia), assistenti di un cambiamento che passa dalla “distruzione” di quanto fino ad allora costruito e consolidato (cambi di arredo, di vestiario, di atteggiamento verso i contesti sociali nei quali sino ad allora era perfettamente inserita).

Prima di tornare in sé, Emily affronta un mutamento radicale ed estremamente caotico, necessario per capire quanto di lei era dettato dalla presenza di un uomo forte al suo fianco e quanto invece era frutto di un suo percorso. Alla fine sceglie di rimanere quella che è sempre stata, ma con una consapevolezza diversa, vera, che la porta ad accettare ciò che un tempo era per lei assolutamente inaccettabile: la fallibilità (emblematica, in questo senso, la vicenda del ritratto di Richard).

 

In questo quadro si inserisce Rory, enfant prodige di Stars Hollow, che dopo una brillante carriera accademica e un periodo di lavoro a New York fa i conti con il venir meno delle sue certezze: il lavoro che non c’è e non si trova (nonostante una positività proattiva degna della miglior nevrosi da Woody Allen), un fidanzato che non ama, ma dal quale non riesce a liberarsi pur non ricordandosi quasi della sua esistenza, il confronto con amiche che, pur nelle difficoltà di tutti i giorni, sembrano aver trovato il loro spazio nel mondo (Lane, madre di famiglia che non ha rinunciato alla musica; Paris, donna in carriera con una bella casa, due splendidi bambini, la tata e un matrimonio in crisi).

Rory inizialmente non si abbatte e cerca una soluzione, ma lo fa negando la problematicità di questo passaggio esistenziale: per lei va tutto bene, splendidamente bene. È soltanto una fase, lei è felice di questa precarietà che le offre “infinite opportunità”, è contenta di un nomadismo che la porta a vivere con abiti e oggetti personali inscatolati in casa di parenti e amici.

Per tutta la prima puntata la vediamo agitarsi – con una perfetta sindrome da Pollyanna (ovvero “Va tutto malissimo, ma sorrido alle mie sfortune perché la vita è bella) – fra un colloquio di lavoro e l’altro, negando che il suo ritorno a Stars Hollow sia effettivo.

Il suo atteggiamento la porta a rifiutare l’incarico di docente alla Chilton, la scuola d’eccellenza frequentata da ragazzina, ma non a rifiutare il colloquio con un’agenzia che non l’ha mai convinta del tutto e che, nemmeno fosse necessario specificarlo, rifiuta la sua domanda nonostante un interesse iniziale.

Viene da domandarsi se, fra coloro che hanno definito Rory come una ragazza con la puzza sotto il naso ed eccessive pretese, c’è qualcuno dei giovani “bamboccioni” che – giustamente – s’indignarono molto per la loro infelice definizione generazionale. Come giovane donna che ha portato avanti un serio percorso di studi, Rory non ha forse pieno diritto di desiderare qualcosa di più vicino ai sogni con i quali proprio dalla Chilton era uscita ai tempi del diploma?

Alla fine Rory deciderà di prendere in mano la direzione della Gazzetta di Stars Hollow, finendo per distribuire a mano le copie del giornale attraverso la città. A suo fianco, ma a distanza, c’è però sempre Logan, che ha preso in mano parte dell’azienda paterna ed è fidanzato ufficialmente con una ragazza la cui presenza nel corso delle puntate si fa via via sempre più concreta. Lui e Rory si frequentano ancora, ma lei, che aveva rinunciato alla proposta di matrimonio per inseguire un sogno professionale che, a tutti gli effetti, sembra ora infranto, si vede messa letteralmente alla porta dal fantasma della futura moglie.

E qui le ragazze cresciute con Gilmore Girls iniziano a storcere il naso: accettare le sfortune professionali è una cosa, soprattutto se si cerca di reagire; decidere di giocare il ruolo dell’amante, adattandosi docilmente a tempi e spazi dettati da Logan, è tutt’altra cosa.

Ma Rory vive in modo affannoso le sue giornate: sembra aver perso il filo conduttore che la guidava in quella corsa quotidiana che, da sempre, era stata il suo tratto caratteristico. Senza un progetto, “trottola” a vuoto, si adagia su un fidanzato inesistente solo per incapacità di gestire la separazione, si aggrappa a Logan che ancora ama e che rappresenta un mondo al quale ha rinunciato in nome di qualcosa a cui non sa più se credere, di butta nelle braccia di uno sconosciuto per una serata di sesso occasionale di cui subito si pente.

Senza punti di riferimento e appiattita sulle aspettative dei co-protagonisti tanto quanto su quelle degli spettatori, Rory affronta le ultime due puntate della serie con un atteggiamento saccente e vagamente lamentoso degno della migliore Alice nel paese delle meraviglie di disneiana memoria. Siamo onesti: a tutti è venuta voglia di tirarle il classico secchio d’acqua gelata in testa e urlarle “Riprenditi”. Rory però è sempre stata così e, in fondo, sapevamo tutti che non sarebbe stata in grado di “competere” nella contemporaneità.

Troppo rigida per adattarsi agli schemi, troppo determinata per accettare con serenità le sconfitte, troppo organizzata per prendere la vita “come viene”, troppo idealista e sognatrice per abbassare le sue aspettative. Rory ha fatto tutto ciò che la società le aveva chiesto per poter arrivare dove desiderava, anche quello che, a tutti gli effetti, poteva essere accessorio, come il rifiuto della proposta di matrimonio. Ma non è arrivata la contropartita.

E allora Rory comincia a fare scelte “al ribasso”: la Gazzetta di Stars Hollow, il ritorno nella camera d’infanzia, il rapporto segreto con Logan. Mentre Lorelai decide di sposarsi, Emily di ricostruirsi una vita da “single” di terza età, Rory sembra compiere scelte scontate. E mentre non abbiamo nulla da ridire in merito al matrimonio dai toni leziosamente finto-trasgressivi di Lorelai, né sul cliché dell’autoconsapevolezza acquisita di Emily (o sulla macchietta di Paris workaholic), Rory ci urta profondamente con il suo ripiegamento professionale ed esistenziale, con lo sguardo nostalgico lanciato a Logan dopo l’ultima notte insieme, con la dichiarazione finale della sua gravidanza.

Eppure le sue sono scelte. Il metro di giudizio utilizzato nel considerare un lavoro in una redazione di provincia e un’ipotetica vita da madre single in maniera negativa non è lo stesso utilizzato da Emily, nelle primissime puntate, per stigmatizzare le scelte esistenziali della figlia Lorelai con la quale accanitamente ci schieravamo solidali? Le nostre aspettative su Rory erano negli anni cresciute a tal punto da diventare quelle di Emily? Ci sentiamo forse traditi perché Rory non è stata in grado di realizzare un percorso differente da quello della madre (e per il quale la madre si era tanto sacrificata per lei)?

Il rischio dei fan di Gilmore Girls di trasformarsi in censori delle vicende esistenziali di Rory è alto. La ragione per cui, a fronte di un percorso che riteniamo comprensibile e di un esito finale (per quanto aperto) che in fondo è pur sempre una delle tante possibilità di scelta per una giovane donna oggi, ci s’indigna tanto è forse frutto di una nostra personale delusione e di un abbaglio generazionale.

Riteniamo accettabile il percorso di Paris perché comunque “di successo”. La sua imperfezione familiare rientra nel cliché della donna professionalmente realizzata con una vita familiare precaria e un rapporto di coppia insoddisfacente. Riteniamo accettabile il percorso di Lane, estremamente convenzionale, ma reso “diverso” dal mantenimento in vita di un sogno (e chi avrà poi decretato la morte dei sogni di Rory che, da quanto sappiamo, continua a scrivere?), così come quello di Lorelai che “ce l’ha fatta da sola” e alla fine si può concedere anche il lusso di sposare l’uomo che ama.

Non accettiamo il percorso di Rory perché è, socialmente, fallimentare: un lavoro scadente per il percorso di studi svolto, un mondo di relazioni precarie, una situazione economica non gratificante e un figlio in arrivo. Eppure eravamo pronti a solidarizzare con Lorelai. Forse, quello che ci spaventa, è che Rory ci testimonia il rischio di diventare come le nostre madri.

Forse quello che ci spaventa è la possibilità che i percorsi di emancipazione, autocoscienza e messa in discussione del sistema da parte delle donne, possano avere come esito anche l’adesione al sistema, in un percorso perfettamente circolare. Emily abbraccia nuovamente il suo stile di vita, Lorelai si sposa e svolge un lavoro strutturato e di successo, Rory affronta come può il difficile scontro fra sogni e realtà. Senza imposizioni, per scelta. Forse è questo dato del presente che ci spaventa, forse è la realtà entrata così prepotentemente nella fiction, tanto da svegliarci dal “sogno” delle otto stagioni precedenti, a farci arrabbiare tanto. Perché Stars Hollow è molto più vicina di quello che noi crediamo.