Era il 1993 e frequentavo le elementari in una scuola privata. Nella mia classe c’erano molti bambini vivaci e una delle frasi che echeggiavano più di frequente in aula era “State composti a braccia conserte”. Schiena dritta, sguardo alla lavagna, ci si poteva muovere solo per prendere la biro dall’astuccio e scrivere sotto dettatura. Altrimenti si doveva seguire in silenzio, pena essere messi in piedi di fianco alla lavagna o, per i recidivi, vedere il proprio banco posizionato direttamente di fianco alla cattedra, lontano dagli altri e da possibili fonti di distrazione. Un’educazione piuttosto rigida, che talvolta sfociava in qualche strattone al braccio quando si correva in corridoio o in una – molto poco metaforica – tirata d’orecchi.

Le cose erano diverse per chi frequentava la classe inferiore alla mia. La maestra, una suora di grande cultura e di altrettanto grande rigidità, riteneva infatti che non dovesse esserci differenza fra metafora e atto concreto quando si trattata di far rispettare la disciplina a suon di punizioni. Così, per un certo lasso di tempo, aveva lavato la bocca col sapone ai bambini scoperti a usare parolacce.

Illustrazione di Lia Tuia

In fondo, a pensarci bene, la nostra era una classe di privilegiati. Un altro classico era l’obbligo, durante la “refezione”, di mangiare qualsiasi cosa venisse proposta in tavola. Anche nel caso in cui il malcapitato alunno avesse espressamente chiesto che non gli venisse messa nel piatto. Così una bambina, costretta a mangiare il prosciutto cotto, l’aveva masticato per tutta la giornata e le era stato permesso di buttarlo solo a sera, una volta arrivata la nonna a prenderla.

Sempre alla stessa alunna era stato cambiato, per un intero mese, il nome per punizione. Avendo utilizzato la biro verde (e non rossa!) per scrivere il titolo del tema, la bambina, che chiameremo fittiziamente Flora, aveva risposto al rimprovero dicendo che, in fondo, era il contenuto a contare e che un colore poteva andar bene quanto un altro. In risposta la maestra l’aveva chiamata, per un mese e in ogni occasione, Lucrezia (altro nome fittizio), causandole non pochi momenti di confusione.

Fatti del genere, se scoperti oggi, causerebbero giustamente uno scandalo su quotidiani e media nazionali, ma al tempo tutto veniva risolto con una reprimenda da parte della direttrice e l’invito alla maestra ad utilizzare metodi meno “invasivi” per correggere le intemperanze degli alunni. Non che punizioni mortificanti come la pubblica umiliazione facessero meno danni alla nostra giovane autostima, ma quantomeno non erano vietate per legge.

La Carta sociale europea infatti aveva già vietato nel 1961 le punizioni corporali nelle scuole, senza però che questo avesse reale impatto, nei diversi paesi, sulle “tradizioni educative” nazionali. Sculacciate, bacchettate sulle nocche delle mani, cinghiate si alternavano in quegli anni ad attività come l’inginocchiamento sui ceci (o sassolini) o lo stare in piedi reggendo con ciascuna mano un secchio d’acqua.

Culturalmente infatti si riteneva che per correggere e prevenire comportamenti inopportuni o atti di ribellione da parte degli studenti, fosse necessario non solo un intervento verbale (quasi mai di spiegazione, perché si doveva apprendere la pratica all’ubbidienza e non la libera adesione a una regola), ma anche un atto concreto, volto a far comprendere nei fatti cosa si potesse o non si potesse fare.

Il corpo come veicolo di un “messaggio” di carattere educativo (in questo senso coercitivo) è un concetto antico che risale alla classicità. Se per i latini valeva il “mens sana in corpore sano”, a partire dal medioevo le attività di mortificazione del corpo come stimolo all’elevazione morale/spirituale diventano il pane quotidiano per molte istituzioni religiose e, allo stesso modo, per molti precettori*. Una mente poco incline all’apprendimento o alla disciplina poteva essere corretta attraverso l’intervento sulla “carne”.

Illustrazione di Lia Tuia

Questo tipo di mentalità, basata non tanto sul nesso inscindibile fra corpo e mente proprio della classicità, ma sulla necessaria sottomissione del corpo allo spirito, è rimasta invariata, pur con i grandi cambiamenti dei sistemi educativi, in quasi tutto il mondo fino a tempi assai recenti o, in alcuni casi, ai giorni nostri.

La punizione corporale infatti è vietata nelle scuole in quasi tutta Europa**, ma non, ad esempio, in molti stati degli USA dove ancora lo spanking (o paddiling, ovvero la sculacciata con una sorta di piccola pagaia) è ammessa. In alcuni paesi asiatici, nonostante il divieto di legge, le percosse a colpi di canna, la fustigazione con piccole cinghie e la sculacciata con bastoni sono ancora praticati e ritenuti dal corpo docente un buon metodo educativo. In Nuova Zelanda, fino al 2007, era possibile somministrare punizioni corporali ai ragazzi con una scappatoia: gli insegnanti non potevano farsi autori delle percosse, ma potevano convocare i genitori a scuola e questi ultimi erano autorizzati (trattandosi di educazione domestica) a portare avanti la punizione.

Attualmente non ci sono studi specifici sulla permanenza di queste modalità “educative” all’interno dei sistemi scolastici europei, ma in 52 paesi del mondo le punizioni corporali sono state vietate per legge anche in ambito privato/familiare. L’Italia attualmente non possiede una legge in merito, ma nel 1996 la Corte Costituzionale si è espressa contro le punizioni corporali come metodo educativo o di correzione. La strada insomma è ancora lunga e viene da chiedersi se basterà una legge a correggere la convinzione, vecchia centinaia d’anni, che “con due schiaffoni, in fondo, s’imparano molte cose”.


*Si veda, a tal proposito: A. Giallongo, Il bambino medievale: educazione ed infanzia nel Medioevo, Bari, Dedalo, 1997.

**Per una mappa della presenza delle punizioni corporali in ambito scolastico ai giorni nostri si può consultare questo link.

Forse può interessarti:
Caterina Bonetti ha curato anche la (defunta) rubrica Ho fatto le elementari del libro cuore.