Se dicessi che non so perché La principessa sul pisello non sia mai rientrata tra le mie fiabe preferite, nemmeno quando ero piccina, mentirei. C’erano aspetti della storia che rimanevano in ombra rispetto alla più celebre prova del pisello (così recita il titolo alternativo, giuro). Per esempio: se il principe aveva già scandagliato tutte le principesse disponibili, questa da dove diavolo veniva? E cosa ci faceva tutta sola, a piedi, in piena notte?

La trama (o “che cosa succede sotto le coperte”)

Un principe deve prendere moglie, così passa al setaccio tutti i regni vicini in cerca di una compagna: il suo desiderio è sposare una vera principessa e non è disposto ad accontentarsi di meno. Nessuna delle fanciulle vagliate, però, sembra corrispondere ai parametri. Sconsolato, torna a casa.
È una notte buia e tempestosa quando, all’improvviso, al portone del castello qualcuno bussa. Si tratta di una fanciulla (le ragazze delle fiabe sono sempre fanciulle, vero?), sola e provata dal maltempo, che chiede rifugio, dichiarandosi una principessa. La regina, che già nei mesi (anni?) precedenti aveva conosciuto una sfilza di principesse che non erano vere, ben pensa di testare la fanciulla mettendo un piccolo pisello sulla rete del letto (se all’epoca c’erano le reti, ovviamente), e ricoprirlo con venti materassi e venti piumini e invitare poi l’ospite a mettersi comoda per la notte, come se fosse a casa sua. E dev’essere effettivamente abituata a dormire così, perché la presunta principessa sale la scaletta fino alla cima della morbida pila senza fare domande.

principessa sul pisello

disegno di Red Cheeks Factory

La mattina seguente, la sedicente principessa viene ricevuta dalla famiglia reale, che la interroga sul suo sonno. La risposta è da una sola stellina TripAdvisor: “Terribile, c’era qualcosa nel letto che l’ha reso scomodo e mi sono rigirata tutta la notte e non ho chiuso occhio nemmeno per un attimo”. Incuranti del fatto che la loro ospite li odia, i reali festeggiano la buona riuscita del piano, perché solo una vera principessa si sarebbe accorta di un minuscolo pisello sotto tutta quella montagna di morbidezza, perché le principesse sono persone molto fini e sensibili.
Quando la fortuna bussa alla tua porta – letteralmente – non devi fartela scappare: le nozze sono presto celebrate. E il pisello? È da allora esposto in una teca in un museo, ci fa sapere Andersen. A meno che qualcuno non l’abbia spostato.

Andersen: un’invenzione?

Raccontata con un tono familiare e un linguaggio adatto ai bambini (un’attenzione rarissima per la letteratura del tempo e, infatti, molto osteggiata dalla critica), questa fiaba porta la firma di Hans Christian Andersen. Egli dichiara di aver sentito questa storia da bambino e di averla poi rielaborata, come nel caso di altre sue fairytale, ma non c’è in realtà traccia nella cultura danese di un racconto simile. C’è, però, una svedese Principessa che si distese su sette piselli, che però non percepisce “il fastidio” per via della sua virtù, ma grazie all’aiuto di un piccolo aiutante animale.

Sembrerebbe quindi un’idea di Andersen quella di attribuire alla principessa delle doti inequivocabilmente nobili come la raffinatezza, e renderle il cuore (o la morale) del racconto stesso rafforzandole in modo caricaturale: non ha bisogno di sette piselli, ne basta uno solo, e non ha bisogno di un suggerimento, le basta la sensibilità di cui la sua vera natura l’ha dotata. In tutta la fiaba, infatti, l’unico e insistito requisito che la futura sposa deve avere è di essere vera – e proprio per questo viene sottoposta a una prova inverosimile.

Molti studiosi hanno osservato come nelle proprie fiabe Andersen, anche per il vissuto personale, abbia sempre proiettato un’aura di bontà sulla nobiltà come classe sociale e culturale, e invece sminuito o ridicolizzato la borghesia. Ma perché mai, per essere pienamente e accettabilmente nobile, una ragazza dovrebbe soffrire?

Troppo delicata per regnare?

La prima critica che si può muovere (ed è stata mossa) alla fiaba di Andersen è la perpetuazione dell’associazione, solamente culturale, tra sensibilità fisica ed emozionale nelle donne, e la conseguente immagine negativa della donna ipersensibile e lamentosa. È un’osservazione senz’altro corretta, ma forse chiedere a uno scrittore di fiabe della prima metà dell’Ottocento di essere all’altezza delle nostre (corrette) aspettative è un po’ troppo.

Più interessante, invece, è l’incongruenza su cui si basa l’intera trama, quella tra la principessa che si presenta di notte al portone del castello e quella che la mattina dopo si lamenta della scomodità dei venti materassi. Com’è possibile che abbia affrontato per un tempo indefinito la tempesta, di notte e completamente sola, senza un bagaglio o un po’ di luce a farle strada, che non abbia avuto paura a bussare al portone di un castello sconosciuto, forte solo del proprio (presunto) status di principessa, per chiedere rifugio? Allora non è poi così delicata come ci vuol far credere? E perché non è al sicuro nel suo, di castello? E sarà pure suo diritto, dopo aver vagato sola sotto le intemperie, poter riposare bene, no?

Sono parecchie domande, che la famiglia reale non sembra affatto porsi. Anzi, la loro priorità è continuare nella ricerca di una moglie per il principe e non si lasciano sfuggire nessuna occasione, nemmeno in piena notte, arrivando addirittura a ricorrere a un pisellino verde. Chissà, magari l’avranno pure avuto lì nella camera degli ospiti, pronto per l’uso.

Eppure, nonostante tutto (e non mi sembra esattamente poco), è proprio la sconosciuta infradiciata a trionfare su tutte le altre pretendenti. E lo fa compiendo quello che, secondo le norme della mia famiglia, è l’Atto di Maleducazione Suprema: lamentandosi.

pea and the princess

Illustrazione di The Lady Bites

La scomodità come pregio

Ricapitoliamo: abbiamo una principessa che affronta la tempesta da sola, ma che non può riposare tranquilla se sotto i suoi venti materassi e venti piumini c’è un pisello. E non intende ringraziare i suoi ospiti per non averla fatta restare all’addiaccio, anzi ci tiene a far sapere che non ha dormito proprio per niente.

Chi abbiamo davanti, quindi: una principessa che vuole farsi rispettare o una pretenziosa maleducata? Ci fa più strano che un personaggio femminile dica finalmente la sua verità, per quanto scomoda, o che vinca lo stereotipo della principessa snob?

Nella sua Vera principessa sul pisello (2008), Octavia Monaco immagina (e disegna) una principessa che viene invitata proprio in quanto tale e che viene messa alla prova sulla pila di materassi da una regina estremamente diffidente che fa le veci di un principe assente. Questa fanciulla, però, non va tanto per il sottile, anche più di quella tradizionale: una vera principessa, d’altronde, non si farebbe certo mettere i piedi in testa.

Una pipì a sfregio su quel letto altissimo e via, scappa il più in fretta possibile da un castello e da un matrimonio che l’avrebbero solo fatta soffrire. Perché anche questa principessa si accorge del pisello nascosto sotto i materassi e, mentre passa la notte insonne a rigirarsi, pensa proprio “Perché dovrei soffrire? Perché? Per chi?”. Decide quindi di prendere una decisione scomoda rinunciando, in questo modo, a tutto quello che una principessa dovrebbe desiderare – cioè un matrimonio con un principe.

Che è proprio quello che ottiene la vera principessa di Andersen. Tuttavia, anche dopo tutto questo tempo, non riesco a fare a meno di chiedermi se il premio (il matrimonio) lo abbia ottenuto per la sua iper-sensibilità, virtù di ogni principessa che si rispetti, o perché sia riuscita a prendere coraggio e dire ciò che pensava senza nessun timore di sembrare maleducata, senza passività, e la famiglia reale abbia veduto in questo qualcosa da riconoscere e premiare. Ovviamente, un pochino, anzi tanto, spero nella seconda ipotesi.