Scritto precario in onore di una parte del corpo stigmatizzata da secoli. Tra Africa e America del Sud ricostruiamo la storia dei movimenti del lato B. Lontano da diete, male gaze e fenomeni mediatici di massa.

Premesse: Venerazione del femminile e eredità coloniale

Per molte tradizioni religiose dell’India, i chakra – punti di energia collegati al funzionamento di parti del corpo ben precise – sono molto rilevanti. Per dirla nella maniera più “laica” possibile, un individuo sano non dovrebbe presentare blocchi in nessuno dei sette nodi energetici. Particolarmente interessante è il primo di questi nodi, il mūlādhāra. Situato alla base della colonna vertebrale, tra l’ano e gli organi sessuali, questo chakra è collegato al funzionamento della struttura corporea e della parte bassa del corpo (bacino, muscoli, attività sessuale, vescica, intestino crasso, ossa, sistema nervoso autonomo). Non a caso il mūlādhāra indica il radicamento alla terra e la forza vitale e creativa, l’esistenza.

Il mandala che lo rappresenta è un loto di colore rosso, al cui centro è posto un serpente acciambellato su se stesso. Inscritto nel loto troviamo un quadrato giallo, che a sua volta contiene un triangolo con la punta rivolta verso il basso, simboleggianti rispettivamente l’elemento terra e la vagina. Nella tradizione indù questo triangolo ha una valenza fondamentale, essendo la prima e più semplice delle figure poligonali, che incarna una funzione generatrice. Inoltre, il suo vertice che indica il basso corrisponde allo yoni, energia femminile legata alla nascita, alla fertilità, al riposo.

Applicando questa visione al corpo della donna e trovando un aggancio con la scienza psico-somatica, un mūlādhāra bloccato potrebbe significare amenorrea o dismenorrea, infiammazioni vaginali, rigidità delle pelvi, dolori muscolari. Guardandolo dall’esterno, un corpo bloccato in quello che è il suo centro, risulta poco fluido, contratto, poco armonioso.

Mandala del mūlādhāra

In un altro continente, l’Africa, esistono dal 10.000 a.C. forme religiose che esaltano l’energia femminile attraverso riti che glorificano il corpo della donna in tutte le sue funzioni, da quella generatrice fino al controllo sul proprio ciclo mestruale passando per l’aborto.

Il contesto in cui nasce questa religiosità è una società matriarcale, il cui fulcro risiede nelle zone dell’attuale Zimbabwe, Sudan, Nigeria e Congo (solo per citare i casi più documentati). Basata sugli scambi e la distribuzione equa delle risorse agricole, questo tipo di società contemplava una certa parità tra i sessi, nella quale però le donne più anziane ricoprivano un ruolo guida. La prosperità di questi gruppi sociali terminerà con quello che il ricercatore Garikai Chengu, specializzato in Studi Africani presso la Columbia University, ha definito “forma oppressiva di cristianità coloniale” (oppressive form of colonial Christianity).

In un’epoca odierna in cui la politica tenta ancora di controllare le donne e le loro decisioni (basti pensare ai casi di Irlanda e Polonia in materia di leggi sull’aborto), non è difficile immaginare che secoli di oppressione coloniale abbiano avuto su altri continenti un impatto non solo sull’economia e le forme sociali, ma anche sui corpi muliebri, prime vittime di costrizioni e violenze da parte del patriarcato. Quando è l’altro a decidere sul tuo corpo, il contatto con esso è perso per sempre.

Alla donna disse:
«Moltiplicherò
i tuoi dolori e le tue gravidanze,
con dolore partorirai figli.
Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà».

Genesi, 3

Il colonialismo passa anche per il corpo. Non è difficile, in questo contesto, immaginare il desiderio da parte delle nuove generazioni africane o figlie della diaspora di riappropriarsi di pratiche genuine in nome della possibilità di riprendere il contatto con la propria materia.

 

La danza twerk tra cultura pop e diaspora africana

Con la performance del 2013 di Miley Cyrus agli MTV Video Music Awards la parola “twerk”, tipo di danza caratterizzato dal movimento frenetico del bacino, entra a far parte dell’Oxford Dictionary. Lo show dell’attrice e cantante statunitense sarà l’evento più ricercato su internet per quell’anno e darà il via all’interesse globale per questa danza. Il fenomeno sarà di portata immensa, tanto da iniziare a prendere numerose pieghe. C’è chi ha creato tutorial per far vedere come perdere peso a suon di movimenti pelvici, chi ha iniziato a esaminare il twerk come prodotto culturale scandaloso e controverso.

Una ricostruzione del termine twerk è qui doverosa per far capire il contesto in cui è nato, anni prima e con intenti diversi rispetto a quelli della cultura di massa. Il primo utilizzo del termine risale al 1820, tuttavia in una forma leggermente diversa, “twirk”, per indicare una forma di movimento che consiste in una torsione o rotazione del corpo.

Interessante è la ricerca filologica che dimostra come intorno al 1928 twerk inizia ad assumere una connotazione negativa, designando una persona inutile e stupida. A partire dagli anni ‘40 ritorna il significato relativo al tipo di movimento e, dagli anni ‘80, si fa spazio nella cultura musicale di New Orleans, luogo di nascita di un particolare tipo di hip hop, il “bounce”.

Dal punto di vista prettamente storico, la danza twerk si può ricondurre al patrimonio culturale post-diaspora africana, che ha interessato entrambe le Americhe. Tuttavia, è importante ricordarne le radici.

Lo stesso tipo di movimento è nato originariamente come forma di danza celebrativa praticata principalmente da donne per mettere in circolo energia vitale. I contesti in cui si “applica”, possono sembrare contrastanti dal punto di vista della cultura europea e vanno momenti di gioia ai riti funebri.

Essendoci di mezzo una parte del corpo molto significativa, la componente sessuale è innegabile, ma al tempo stesso è doveroso dire che assume forme molto lontane dai canoni seduttivi ai quali siamo abituat*. Questa danza incarna, con diversa intensità e a seconda del luogo in cui viene praticata, movimenti molto potenti. Una donna che sa controllare quella parte del corpo è libera, connessa con la sua essenza. Ed è per questo che è difficilmente sottomettibile.
Di seguito riporterò alcune informazioni geografiche su questo tipo di danza e le controversie ad esso legate, con lo scopo di illustrare la loro originaria valenza e le connotazioni prese in seguito all’impatto con la cultura cristiana.

Tipi di danza

A seconda dell’area in cui ci troviamo, quello che da questa parte del mondo chiamiamo twerk assume nomi diversi. Di seguito una lista in cui elenco le sue principali forme.

Leumbeul, Senegal
La riscoperta di questa danza tradizionale senegalese sta attirando molte giovani, che attraverso internet hanno contribuito alla rinascita del Leumbeul e al tipo di musica ad esso legata. Tuttavia, la comunità senegalese appare divisa sul giudicare donne che “muovono le loro parti intime” in maniera così disinibita. “It cannot be called a traditional dance anymore due to its recently perceived sexual nature”, è il commento che testimonia una sorta di autocensura e negazione da parte della comunità del luogo nei confronti del proprio patrimonio culturale.

Chi, invece, si sta prodigando per la rinascita del Leumbeul, replica facendo notare che è una danza nata per unire le donne a ritmo di sabar, percussione tradizionale del popolo Wolof.

Mapouka, Costa d’Avorio
Diffusa tra i popoli Aizi, Alladian e Avikam, questa danza è stata bannata dalla televisione e dagli spazi pubblici negli anni ‘80, con l’accusa di diffondere movimenti poco consoni alla figura femminile. La scusa ufficiale è che questa danza esclude gli uomini. Le misure politiche non hanno fermato la popolarità del mapouka, contribuendo alla sua mitizzazione nella comunità e al dibattito su sessualità e ruoli di genere.

Un altro fatto da riportare è che la sua riscoperta sta facendo allontanare le donne ivoriane dai canoni di bellezza europea (magrezza e pelle chiara), portando però ad un altro preoccupante eccesso, cioè l’ossessione per un posteriore molto grande. Aumenta, infatti, l’uso di sostanze che ne favorirebbero lo sviluppo.

Attualmente, ci sono diversi gruppi che hanno riportato alla luce il mapoula. Il più famoso è di sicuro il trio Les Tueuses, così apprezzate da essersi esibite anche davanti al Presidente – seppur con uno show più consono alla situazione (che non prevedeva l’uso eccessivo dei glutei).

Quadradinho, Brasile
Nato nei quartieri meno abbienti dello stato carioca, questa forma di ballo viene accompagnata spesso da quello che è definito favela funk, genere musicale i cui testi sono quasi esclusivamente incentrati sul movimento della “bunda”, il culo.
Nel caso brasiliano, si nota il collegamento tra cultura di strada e una consistente rappresentazione nei media di questo tipo di danza, seppur con tutt’altre dinamiche.

Ancora da evidenziare è la giovane età dei membri dei gruppi di danza, ma, cosa più interessante, la non esclusività delle donne nel partecipare al quadradinho.

Molti sono, ad esempio, i video di ragazzi in cui mostrano le loro capacità, ma anche un giovanissimo mondo queer è significativamente rappresentato.

Sandungueo, Puerto Rico
Nato nei ceti sociali più poveri parallelamente al genere musicale reggaeton, il sandungueo – o perreo – prevede un ballo di coppia, in cui la donna porge la schiena al partner, che asseconda i suoi movimenti di bacino. È un tipo di danza che rimanda molto esplicitamente all’atto sessuale. Non a caso è stata oggetto di molte controversie e anche qui la politica ha cercato di mettere fine ad un fenomeno culturale.
Vera Gonzáles, membro del senato di questo paese e nota figura pubblica, ha provato a bannare non solo il sandungueo, ma anche a proibire la diffusione del reggaeton.

 



Per approfondire:

Niamba Baskerville, Twerk it: Decostructing Racial and Gendered Implications of Black Women’s Bodies through Representation of Twerking, Swarthmore College 2014.

Twerk: Definition of Twerk in Oxford Dictionary, Oxford University Press 2013.

Norimitsu Onishi, Dance Has Africans Shaking Behinds, and Heads, The New York Times 22.5.2016.

Robin Denselow, Forbidden Funk of the Favelas, The Guardian 23.11.2007.

Andrea Hildalgo, Perreo Causes Controversy for Reggaeton, 2.5.2005.