C’è una frase attribuita a Van Gogh che più o meno recita così: faccio sempre tutto quello che non so fare, così imparo a farlo. Con questo spirito ho preso la scoperta casuale di una scuola di pole dance vicino casa mia come un segno del cielo e prenotato la mia prima lezione. Nell’attesa, iniziavo a fantasticare che a lezione di pole dance avrei scoperto di avere una grazia innata e un lato sensuale celato finora per motivi ignoti, sarei diventata bravissima e avrei potuto finalmente smettere di sentirmi un pezzo di legno.

La pole dance in pillole

La pole dance, erroneamente confusa con la lap dance, è un misto di ginnastica e danza praticate su un palo verticale. Possiamo far risalire le origini di questa disciplina al mallakhamb (da malla, lottatore, e khamb, palo), un tradizionale sport indiano nato 800 anni fa nello stato del Maharashtra come esercizio per i lottatori. Tuttora praticato prevalentemente dagli uomini, gli atleti di mallakhamb eseguono esercizi di forza e agilità su un palo di legno, col fine di migliorare riflessi e resistenza.

Esistono anche legami con il tradizionale palo cinese, che risale a prima del XII secolo e viene sviluppato prevalentemente in ambito circense, quindi ha già in sé una componente di spettacolarizzazione. Tra gli esercizi svolti, alcuni come la bandiera sono arrivati fino ai giorni nostri, ma in generale le sequenze erano probabilmente molto meno fluide di quelle che siamo abituati a vedere adesso, a causa dei pesanti costumi indossati dagli atleti.

Praticata per molto tempo nell’ambito circense (che dall’Oriente l’ha fatta conoscere in Nord America negli anni Venti attraverso degli spettacoli in cui i ballerini si arrampicavano sui pali dei tendoni e lì eseguivano vari esercizi), quella che poi è diventata pole dance si è intrecciata con il mondo della danza e del burlesque ed è arrivata nei night club, unendo all’aspetto puramente ginnico quello sensuale.
Risale al 1968, in un night club dell’Oregon, uno dei primi spettacoli che siano mai stati ripresi: la ballerina era Belle Jangles e dopo la sua esibizione la popolarità di questa disciplina è cresciuta sempre più.

Fawnia Mondey, la prima che ha visto la pole dance come forma di fitness, ha iniziato a insegnarla all’interno delle palestre e creato l’unico brevetto per insegnanti sul finire degli anni Novanta: ex ballerina negli stripclub, adesso Mondey insegna all’Università di Las Vegas.

Con il crescere della popolarità della pole dance (riconosciuta come disciplina ufficiale in Italia il 23 giugno 2010, tanto da finire persino al Festival di Sanremo l’anno dopo), numerosi atleti uomini provenienti da altre discipline, come per esempio il calisthenics, hanno iniziato a mettersi alla prova anche sul palo. Non è nemmeno più così raro vedere bambine e bambini cimentarsi in qualche posizione o coreografia, a volte insieme a genitori, a volte da soli.

Aspettando il riconoscimento della pole dance come sport da parte del CONI – e magari la sua introduzione alle Olimpiadi – sono molte le gare e campionati a cui è possibile partecipare, ciascuno con un preciso regolamento e sistema di punteggio. Esistono anche categorie “senior”, per gareggiare non ci sono limiti di età.

Agilità e muscoli: un nuovo modo di sentirsi bell*

Se i miei sogni di gloria si infrangono già a metà della prima lezione, precisamente quando mi rendo conto che delle sette figure (estremamente base) proposte dalla mia insegnante io riesco a farne una e mezzo, mi basta più o meno quel lasso di tempo per capire che praticare pole dance in pantaloncini e top ha una ragione molto pratica: la pelle nuda fa maggiore presa sul palo e semplifica molto la vita a chi cerca di rimanerci attaccat*.

Per tutto il primo mese sono stata così impegnata a cercare di non morire quando cerco di fare qualsiasi esercizio, che non ho minimamente avuto tempo di farmi problemi per il fatto di essere in pantaloncini e maglietta davanti a persone estranee. Ho scoperto che ci vuole una notevole dose di forza per rimanere sul palo, che fare stretching e migliorare la propria flessibilità è importante tanto quanto il potenziamento: per la prima volta i push-up e gli addominali hanno acquisito ai miei occhi uno scopo diverso dal semplice “dimagrire, avere la pancia piatta”; per la prima volta essere forti diventa una cosa bella e aere un corpo muscoloso nulla di cui vergognarsi, ma semplicemente funzionale all’attività svolta.

Illustrazione di Simona Pollio

Ho scoperto che si può usare la magnesite, proprio come in arrampicata e in ginnastica artistica (con la sola differenza che la nostra è liquida); che a intervalli regolari è meglio pulire il palo con l’aceto di spirito perché si scivola meno; che molte delle figure (o trick, come si chiamano in gergo) che facciamo non piacciono affatto al mio corpo, che esprime tutto il suo disappunto mediante dolori atroci a muscoli che non sapevo nemmeno di avere. Devo sforzarmi proprio tanto di pensare a Van Gogh per decidere di perseverare.

Andando avanti con gli allenamenti, sono migliorata, o quantomeno ho smesso di rischiare la vita ogni piè sospinto. Ho imparato a fidarmi delle mie gambe abbastanza da lasciar andare le braccia e inarcare la schiena; ho supplicato le mie braccia di reggere perlomeno il tempo di un giro (spin) intorno al palo e, lentamente, ho cominciato a prendere consapevolezza del mio corpo.

Critiche e apprezzamenti della “danza sul palo”

Cercando tutorial su Youtube dei trick che non mi riescono, mi incanto guardando coreografie altrui e scopro l’esistenza dell’”exotic pole”, uno stile più legato alla sensualità e alla lap dance (quello che si balla indossando i tacchi alti senza nessuna ragione se non quella puramente estetica). Ci sono pole dancers che ne prendono con forza le distanze, sottolineando continuamente che loro sono “brave ragazze che fanno sport” e non hanno nulla a che spartire con i locali di spogliarello.

Alcune femministe hanno definito questo la “santificazione della pole dance”: rimarcare con forza il suo aspetto fitness (praticamente solo trick al palo) e al massimo artistico (la pole dance vera e propria, trick con coreografie) non prendendo in considerazione quello sensuale, dicendo che coesiste come cosa-a-sé.

Leggendo opinioni relative alla correlazione tra pole dance e femminismo posso sintetizzare due correnti di pensiero: se per alcune la pole dance in ogni sua forma è male perché è inevitabilmente passata dai locali di spogliarello e dalla mercificazione del corpo della donna, per altre è un modo di riappropriarsi del proprio corpo, scegliendo coscientemente di mostrarlo e di mostrare che cosa sa fare.

Le prime dicono che non è un’attività che le donne svolgono liberamente, quindi non è un’attività che va bene per loro; le seconde pongono l’accento sulla componente di accettazione del proprio corpo che questa disciplina necessariamente porta, svincolata dai canoni estetici attualmente in voga. Sottolineano inoltre che, in un mondo controllato economicamente perlopiù dagli uomini, l’industria della pole dance è prevalentemente femminile: non si tratta soltanto di aprire scuole o diventare insegnanti, molte “poler” hanno tratto da questo mondo l’ispirazione per disegnare e vendere linee di abbigliamento specifico, disegnare fumettini bellissimi, aprire portali online, organizzare eventi a tema che non si limitano soltanto alla Pole, ma a tutte le discipline acrobatiche (cerchio, tessuti aerei, contorsionismo) che le sono affini.

Per quanto mi riguarda, nonostante in questa disciplina più di altri ci sia una forte componente di narcisismo e di ostentazione (tutte le poler di mia conoscenza, me inclusa, prima o poi vogliono almeno una foto o un video di loro stesse mentre eseguono una coreografia, una combo, un trick, anche soltanto per potersi rivedere e avere la prova visiva di essere riuscite a fare qualcosa che si credeva impossibile, o semplicemente vedersi belle), la differenza la fa il passaggio da oggetto a soggetto: se ci si arrampica su un palo con un tacco impossibile e ondeggiando i capelli per noi stesse, per affermare la nostra identità o crearne una in cui vorremo identificarci, ecco che fare questo non può che essere cosa buona e giusta.