Premessa: chi scrive crede che l’uso della pillola anticoncezionale sia un diritto irrinunciabile, oltre che una conquista fondamentale. Ciò che racconta qui non vuole mettere in discussione queste basi di principio, ma solo offrire uno spunto di riflessione sui risvolti negativi che hanno fatto parte della sua esperienza e sui quali pensa sia utile informarsi.


Quello dei contraccettivi ormonali è un tema che negli ultimi mesi è tornato con prepotenza sotto i miei occhi per via di tutti i modi più o meno trasversali con cui è stato toccato. Il punto nodale della questione è l’arrivo di uno studio danese pubblicato lo scorso novembre sulla rivista Jama Psychiatry, che sancisce in maniera solida una verità che sul piano empirico conoscevamo da tempo: tali contraccettivi hanno degli effetti collaterali legati alla comparsa di episodi depressivi.

A partire dai registri anagrafici e sanitari danesi, la ricerca ha preso in studio un campione di 1 061 997 donne tra i 15 ed i 34 anni, tutte prive di precedenti diagnosi legate a depressione, e le ha seguite dal Gennaio 2000 al Dicembre 2013.

Studiando il rapporto tra i soggetti che facevano uso di contraccettivi ormonali (circa il 55% del totale) e quelli che non li stavano usando, ciò che è emerso è che le donne sotto contraccettivo avevano dal 23% al 34% (in base al tipo usato, combinato nel primo dato, solo progestinico nel secondo) di probabilità in più di incorrere per la prima volta in prescrizioni per antidepressivi e/o diagnosi depressive, con un rischio particolarmente elevato nella fascia adolescenziale.

Questi risultati mi sono sembrati molto importanti perché l’idea che la comparsa o l’aumento di sbalzi umorali, ansia, attacchi di panico e depressione potessero essere legati all’assunzione della pillola esisteva da sempre nei nostri vissuti, ma solo in forma di non detto, senza alcun sapere costituito a riguardo.

Come viene infatti raccontato molto bene su Broadly, quella della pillola è stata in primis una storia di omissioni; le donne sottoposte ai primi test in Massachusetts negli anni ’50 non furono neppure avvisate che lo scopo dello studio a cui si stavano sottoponendo fosse quello di creare un farmaco anticoncezionale. Nel corso nei decenni la matassa è stata con fatica dipanata, ma quello che ci siamo portate dietro è che il versante dei risvolti sul benessere mentale continua a restare una nube polverosa con molte supposizioni e luoghi comuni e pochissima chiarezza. La sensazione è che il problema dei disturbi psicologici legati all’assunzione della pillola sia tuttora un mistero ai limiti dell’esoterismo.

Illustrazione di Silvia Bettini

Per questi motivi, da ottobre in poi mi sono ritrovata a leggere tutti gli articoli che mi capitavano davanti sulla connessione tra uso di contraccettivi ormonali ed effetti sull’umore. La mia odissea con pillole di ogni nome e confezione è iniziata un anno e mezzo fa, quando sono finita d’urgenza in sala operatoria per un corpo luteo emorragico (in estrema sintesi una normale ghiandola coinvolta nel ciclo mestruale che a volte può gonfiarsi e scoppiare causando pesanti emorragie). Dopo l’operazione non ho voluto iniziare ad assumere la pillola nonostante mi fosse stato consigliato, in quanto, bloccando l’ovulazione, previene con sicurezza questi episodi.

Due mesi dopo sono finita di nuovo in ospedale con una minaccia dello stesso problema, e questa volta mi è stato detto dalle persone che mi stavano visitando che le scelte erano due: rischiare che la cosa potesse ricapitare ad ogni rapporto sessuale oppure prendere la pillola. Facilmente intuibile, ho scelto la seconda opzione.

Nella fase della degenza e delle successive visite di accertamento, il chirurgo che mi ha seguita non ha fatto che presentarmela come una pozione magica in grado di risolvere qualsiasi problema, dicendo che secondo lui tutte le giovani donne dovrebbero prenderla. A possibili controindicazioni non si è fatto accenno, così come non mi è stato chiesto se per caso avessi un’opinione personale riguardo all’iniziare ad introdurre con sistematicità un qualcosa di estraneo nel mio corpo.

È qui che la questione si fa particolarmente delicata. Come chiarito nella premessa, non sto esprimendo un parere contrario all’uso. L’importanza della pillola per libertà e sicurezza resta epocale: il controllo che mi ha dato sulla mia vita sessuale è stato senza precedenti; nessun rischio dell’ultimo minuto, nessun dubbio o paranoia del giorno dopo, mestruazioni puntuali e via dicendo. In generale, la serenità e l’indipendenza dall’altro che dà come metodo contraccettivo non hanno davvero paragoni, senza contare i benefici nel regolamento del ciclo mestruale.

Il problema è che l’importanza dell’aspetto positivo porta spesso ad ignorare o comunque sminuire il rovescio della medaglia, ovvero il fatto che come i corpi sono diversi, così lo sono le reazioni. Nel giro di un anno di pillole ne ho cambiate quattro, e sono certa che questa esperienza non suonerà insolita a molte. Quelli che mi spingevano a fare una nuova capatina dalla ginecologa per farmi cambiare prescrizione erano sempre sintomi fisici e visibili (spotting insistente, problemi di circolazione) e nonostante fossero disturbi di evidenza materiale ho comunque sempre procrastinato.

Prima di tornare a chiedere una nuova ricetta aspettavo due, tre mesi, un po’ perché affrontare i costi di visite specialistiche ed esami del sangue ogni mese è pesante, un po’ perché speravo sempre che fosse solo una questione di adattamento e che tutti i sintomi sarebbero scomparsi da soli come per magia.

Fino a qui, stavamo parlando solo dell’aspetto fisico. A collegare i puntini sul fatto che queste pillole “sbagliate” per il mio corpo stessero avendo delle conseguenze anche su tutto il resto ci ho messo esattamente un anno. Senza riuscire a capire quale fosse il motivo centrale, mi sono trascinata dietro per mesi pianti immotivati, montagne russe tra euforia ed abbattimento totale, ansia e soprattutto un livello di stanchezza e debilitazione che in alcune occasioni mi ha tenuta a letto per un giorno intero. Anche in periodi in cui non avevo particolari fonti di stress o sofferenza.

Per quanto nel mio caso, come forse nella maggioranza, non mi sia mai avvicinata ad episodi depressivi, la presenza di questi sintomi minori è stata comunque molto squalificante nel quotidiano. Non solo per gli impedimenti che mi hanno creato nello svolgere le normali attività della vita, ma in particolar modo per le incomprensioni che hanno generato.

Sui “malesseri da pillola” esiste una stigmatizzazione pari a quella dell’Ah, ok sei nervosa perché hai le mestruazioni (sigh). Sentirsi completamente senza energie non è bello, e sentire che molte delle persone intorno a te faticano a capire che non lo stai dicendo per autocommiserazione, lo è ancora meno.

È anche questo che mi ha fatto impiegare così tanto tempo prima di capire che il problema potesse davvero essere quello; in qualche modo, mi sono resa conto che se per un periodo abbastanza lungo ho chiuso in un cassetto la questione è stato perché anche io ho dovuto smantellare il pregiudizio interiorizzato che queste istanze siano solo stupidaggini ed autosuggestioni.

Ma non lo sono: se inizi ad assumere un quantitativo di ormoni che non sono prodotti dal tuo organismo, è estremamente probabile che qualsiasi variazione anche minima del tuo equilibrio stia derivando proprio da lì.

Nel mio caso, il cerotto prima e l’anello poi sono stati una buona soluzione. I principi di azione restano in sostanza gli stessi, così come i possibili effetti collaterali. La differenza più evidente resta il fatto che con cerotto ed anello viene saltato il passaggio nel tratto gastrointestinale e come si diceva prima, ogni corpo reagisce in maniera differente a ciò che assume, quindi per molte persone tra cui la sottoscritta esiste la possibilità che un contraccettivo non assunto per via orale risulti più facilmente assimilabile.

Dopo essere riuscita a trovare almeno per ora una variante adatta, ci sono due consigli che mi sento di dare a chiunque attraversi un percorso simile.

1. Mai aspettare: Pensare che sia solo un periodo in cui ci sentiamo strane e che passerà non vale. Anche se è stancante e a volte può sembrare una perdita di tempo, è bene annotare tutte le variazioni ed intervenire subito se qualcosa sembra non andare. Esistono tantissime diverse opzioni e dosaggi, quindi anche se può volerci del tempo e qualche tentativo, un’opzione adeguata esiste per tutte.

2. Parlarne: Confrontarsi con chi ha avuto esperienze analoghe, ma soprattutto individuare un* ginecolog* che consideriamo una persona fidata. Ascoltare è parte del loro lavoro; se le questioni che porti non vengono prese in considerazione e hai la sensazione di non essere seguita a sufficienza, anche qui, non aspettare, ricomincia subito la ricerca.