Instagram è la piattaforma digitale più numerosa ed influente per quanto riguarda la diffusione di contenuti puramente visivi. Vantando oltre 500 milioni d’iscritti (dati giugno 2016), l’app ha una smisurata capacità d’influenzare il modo in cui percepiamo gli altri utenti che la usano e, per estensione, il mondo esterno. Le linee guida per l’utilizzo dell’applicazione recitano:

Desideriamo che Instagram continui a essere uno spazio autentico e sicuro in cui le persone possano trovare ispirazione ed esprimere se stesse.

Instagram è inteso quindi come un servizio rivolto tanto a chi desidera usarlo solo come catalogo delle foto delle vacanze, quanto a chi invece ne intuisce e sfrutta la visibilità per mostrare il suo lavoro, o per usarlo apertamente come spazio pubblicitario.

Le linee guida risultano ambigue rispetto a cosa sia considerato adeguato o opportuno postare su una piattaforma che gode di tanta popolarità (direttamente proporzionale al suo tasso di responsabilità riguardo alla gestione dei contenuti per il bene comune dell’intera utenza), e sembrano ancora più vaghe e inadeguate quando una comunità che desidera fornire agli utenti uno spazio dove condividere una personale visione del mondo, un proprio gusto o sensibilità, sia poi la stessa che ti invia una notifica informandoti che una delle tue foto (non ti dice quale), è stata rimossa (non si sa da chi) poiché segnalata in quanto “non rispetta le linee guida della comunità” (e nessuno si preoccuperà di spiegarti perché).

Personalmente ritengo che la censura sia un’attività utile, necessaria e civile. Ritengo che sia un requisito indispensabile per permettere al numero più ampio possibile di persone di usufruire di un’applicazione con serenità, come dovrebbe essere. Tuttavia, è interessante e doveroso porsi la domanda: chi censura cosa e perché? Spesso ad essere censurati sono dei post che incitano o glorificano la violenza, la pedofilia, il fanatismo religioso.

C’è tutta un’altra branca di post che vengono però censurati, e questa è una realtà probabilmente più familiare alle utenti o chi si identifica come genderqueer. Grazie all’adesione di molte celebrità il movimento femminista (?) online #freethenipple ha avuto una grossa copertura mediatica ed è stato il primo a sollevare quesiti rispetto alla libertà di tutelare e veicolare l’immagine del corpo femminile nel mainstream digitale: le utenti donne, o chi si identifica come tale, hanno infatti cercato di abbattere la censura del capezzolo femminile (sempre nella guideline del sito viene chiaramente indicato che non è consentito mostrare i genitali a prescindere dal sesso; all’atto pratico ci sono centinaia di foto di uomini a petto nudo, e delle foto che mostrano i peli pubici femminili sono molto più soggette a censura di quanto non lo sarebbero se gli inguini in questione fossero “appropriatamente depilati”).

I think the problem with Instagram is just mirroring a bigger problem within society, which is how we look at bodies and I think that’s where things really have to change.

Io penso che il problema con Instagram sia solo lo specchio di un problema più grande all’interno della società, cioè come guardiamo i corpi, e penso che sia questa la cosa che deve cambiare.

– Molly Soda

Con Pics Or It Din’t HappenImages Banned From Instagram (Edizioni Prestel, 2017) Arvida Byström e Molly Soda, artiste online e Instagram It-Girls, hanno operato in senso contrario a quanto è stato fatto finora: invece di battersi “su Instagram per Instagram” o di aprire un sito internet, hanno scelto di tornare alla carta stampata per pubblicare una selezione di foto censurate, rifiutate dalla comunità di IG, reperite attraverso vari annunci ai rispettivi follower sui loro profili.

Non solo pubblicare su carta stampata conferisce all’immagine bannata ulteriore importanza, ma proporre questo tipo di raccolta in un formato tangibile rispetto ad uno digitale è anche un modo sofisticato e sottile di farci riflettere riguardo ai contenuti che consumiamo senza più neanche interrogarci sulla loro natura e (assenza di) eterogeneità online; è stato necessario tornare alla carta – materiale concreto – per tornare a vedere qualcosa di “reale”.

Entrambe le artiste hanno fatto notare, sia nella premessa del libro sia nelle varie interviste rilasciate, che hanno cercato il più possibile di mantenere un proprio canone estetico, ma anche di onorare e dare più visibilità possibile alle persone che hanno inviato materiale, a prescindere dal sesso, età, razza e abilità; sottolineando comunque che non sia un caso che la maggior parte delle foto arrivategli – e di quelle che di fatto compongono l’archivio finito – sono di donne bianche, giovani, cisgender, magre e per lo più convenzionalmente attraenti.

Curare questa raccolta è stato anche prendere atto del fatto che probabilmente questo tipo di persone si sente più a suo agio nel mostrare il proprio corpo, si sente più in diritto di farlo e ritiene di poterlo fare (o che dovrebbe poterlo fare) senza affrontare conseguenze.

A lot of the media want to make the faces of feminism people who conform to beauty standards, or are beautiful enough to be in a fashion magazine—that’s a problem. We don’t need a face of feminism because it doesn’t have a face.

Molti media vogliono rendere il volto del femminismo conforme agli standard di bellezza, o bello abbastanza da essere in una rivista di moda – questo è un problema. Non abbiamo bisogno di una faccia del femminismo perché il femminismo non ha faccia.

– Arvida Byström

Per me, le foto più interessanti nella raccolta proposta però non sono tanto quelle di giovani che trovano modi ingegnosi di scomporre e ricomporre la propria immagine riflessa, bensì quelle di un’anziana completamente nuda che non espone nessuna parte intima, o quelle di una ragazza nera che indossa un hijab, o ancora lo zoom su una maglietta che recita: There’s nothing wrong with sex!

In questo caso la censura mantiene la stessa funzione, ma con un significato dietro molto più inquietante: se essa viene usata per tutelarci ed impedirci di vedere immagini di violenza o altro, si usa anche per impedire di vedere un mondo che esiste ma che mette a disagio chiunque sia dietro quegli algoritmi e calcoli che regolano i contenuti del social network. Quando questo implica immagini di donne anziane, o grasse, o sex positive è un problema che riguarda tutti. Non ce ne rendiamo conto fino al momento in cui qualcuno non si prende la briga di raccogliere queste immagini e dargli uno spazio altro per esistere.

Mai mi sarei immaginata che una persona anziana potesse scegliere di posare nuda e pubblicare la foto su una piattaforma digitale, e questo è l’aspetto più triste della vicenda: oltre che la violenza intrinseca nel censurare un’immagine che non aveva intenti sessuali espliciti e che non violava nessuna regola della comunità, la cosa più grave è che qualcuno abbia pensato di poterla mostrare, ed è stato prontamente ravveduto.

Riguardo chi di fatto si occupa di censire le foto segnalate, all’interno di Pics Or It Didn’t Happen c’è un saggio di Sarah T. Roberts, assistente ai professori di ruolo nel corso di studi informatici all’UCLA, la quale illustra come quello che noi attribuiamo ai calcoli aritmetici eseguiti da un robot (oppure alla divina provvidenza), sono in realtà decisioni prese da esseri umani, i così detti Commercial Content Moderators. Essi supervisionano tutte le immagini segnalate e scelgono quali vengono eliminate e quali invece possono rimanere online.

Roberts, che sull’argomento ha costruito la sua tesi di laurea, illustra come il lavoro di queste persone sia eseguito in maniera meccanica e frettolosa, per via dell’enorme tasso di foto postate ogni minuto in tutto il mondo, rendendo Instagram l’ennesima piattaforma che sfrutta il Sud del mondo per arricchirsi.

Ad oggi, quando scegliamo di aprire un account su un social che dichiara di operare nel nostro miglior interesse e per la nostra salvaguardia, e che afferma comunque di lasciare libertà agli utenti di veicolare la propria immagine, dovremmo farlo con maggiore consapevolezza che ciò non sarà mai del tutto vero, e che quello che abbiamo, nel migliore dei casi, è solo il 50% di autorità riguardo al contenuto pubblicato. Il restante 50% si spartisce tra la magnanimità di chi ci segue, una sequenza di numeri e un* giovan* stressat* e sottopagat* che ha a disposizione una manciata di secondi, delle indicazioni vaghe e il proprio gusto personale come unici criteri per stabilire se la nostra visione di noi stessi è degna di essere condivisa con il resto della comunità.