La scorsa primavera ho avuto l’onore di assistere all’incontro Bad Women: A Discussion About Women, Character and Likability, organizzato nella libreria Strand di New York. Si trattava di una conversazione tra le autrici Emily Schultz (vi consiglio il suo The Blondes), Chloe Caldwell, Jenny Zhang (Rookie Mag) e Anna North, moderata dal giornalista Isaac Fitzgerald (BuzzFeed).

Come anticipato nel titolo, il tema era quello di personaggi femminili (in letteratura ma non solo), in particolare di quelli creati da autrici, e della reazione dei critici e del pubblico di fronte alle loro decisioni, ai loro sbagli, alle loro scelte di vita.

Come mai la critica è spesso così severa nei confronti dei personaggi femminili imperfetti o antipatici? Come mai molti media, lettori e spettatori si aspettano che una donna protagonista di una sceneggiatura o di un romanzo debba per forza essere un modello a cui aspirare, mentre i difetti delle loro controparti maschili sono generalmente più tollerati o addirittura amati, usati come strumenti per creare empatia tra lettore/spettatore e personaggio?

E perché certe creature immaginarie vengono poi brutalmente associate a chi le ha scritte e in alcuni casi interpretate, e diventano un ulteriore pretesto per dimostrare che, se scrivi un personaggio femminile poco equilibrato, devi per forza avere qualcosa che non va nella vita reale?

“Young, candid, sloppy, raunchy” (Giovane, schietta, trasandata, volgare), questi sono solo alcuni degli aggettivi estratti da recensioni e commenti a propri lavori di fiction e nonfiction che Zhang, Schultz, Caldwell e North si sono sentite affibbiare nella loro carriera e che hanno citato durante l’incontro da Strand.

 

Come hanno fatto notare negli ultimi anni Erin Whitney su Huffington Post, Kathryn VanArendonk su Vulture e Alison Willmore su IndieWire, Hannah Horvath, la protagonista di Girls, è più odiata di molti sociopatici, antieroi e “cattivi” del grande e piccolo schermo.

Un paragone che queste autrici prendono in considerazione è quello con Curb Your Enthusiasm, una serie creata e interpretata da Larry David andata in onda per undici anni su HBO. Larry David interpreta una versione esageratamente negativa di se stesso, così come fa anche Lena Dunham in Girls. Il suo personaggio è cinico, egoista, meschino. Anche lui non dimostra la minima decenza nel modo in cui affronta la morte e il lutto, e finisce per offendere e infastidire non solo la sua compagna ma anche una persona che lavora con lui – e rispettivi parenti.

Eppure l’egoismo e l’arroganza dei due protagonisti viene accolta in maniera diversa non solo nella realtà ma anche nelle due rispettive serie: in Curb Your Enthusiasm i personaggi rispondono con empatia e talvolta con divertimento alla bassezza di Larry (si chiama così anche il suo personaggio). Se si arrabbiano, si tratta di una reazione passeggera e una soluzione è alle porte. In Girls, Hannah non mette in imbarazzo soltanto gli spettatori, ma anche i suoi amici, colleghi, superiori, compagni, conoscenti, familiari. Viene giudicata, isolata, insultata, allontanata, abbandonata. Nessuno più si fida davvero di lei.

I toni delle due serie sono differenti: la comicità di Larry David è più evidente e sfacciata, quella di Lena Dunham è più cupa e grottesca e suscita spesso più una lacrima che una risata. La severità con cui Hannah Horvath è osservata e giudicata ha toccato spesso punte imbarazzanti, come quella volta che The Atlantic ha fatto scegliere ai suoi lettori quale personaggio televisivo più terribile di sempre: Hannah o Hannibal?

larry-david

 

Siamo pronti a osservare una donna che fallisce e non trae lezioni dai propri sbagli come abbiamo fatto per decenni – secoli – con i personaggi maschili?

Prendiamo il caso del ritorno delle Gilmore Girls sul piccolo schermo (ne ha scritto anche Caterina Bonetti qualche giorno fa, proprio su queste pagine), una nuova stagione che ha dato a molti fan, critici e neofiti una nuova occasione per entrare nel microcosmo di Stars Hollow e osservarne gli abitanti con uno scarto temporale notevole rispetto alla fine della settima. Erano nove anni che non avevamo aggiornamenti dalle vite di Rory, Lorelai, Emily e compagnia. Le Gilmore del presente hanno rispettivamente 32, 49 e 74 anni.

L’ultima volta che avevamo visto Rory (la settima stagione di Gilmore Girls è andata in onda nel 2007), aveva da poco finito l’università. Noi spettatori avevamo accettato di non poter più accompagnarla nelle sue avventure, nelle sue relazioni, nel suo lavoro, perché avevamo letto tra le righe che avrebbe conquistato premi, apprezzamenti, gloria, successo, ricchezza. Rory non aveva più bisogno di un pubblico, non aveva più bisogno di qualcuno che urlasse “Cosa stai facendo?” davanti allo schermo. Era diventata grande, matura, determinata. 

Anni dopo, Rory sta vivendo un attimo di confusione e spaesamento. Dopo una partenza più o meno scintillante, la sua carriera non è decollata rispetto alle aspettative (le sue o le nostre?), la sua situazione sentimentale è problematica e sul piano economico rasenta il disastro.

Gilmore Girls – A Year in the Life non ha accontentato tutti. Ho visto che era sul personaggio di Rory Gilmore che molti critici, amici e amiche su Facebook e commentatori si accanivano. Jenny Rogers ha scritto per il Washington Post un pezzo intitolato Rory Gilmore is a Monster, mentre Gavin Fernando ha sentenziato Let’s face it, Rory Gilmore is a terrible person su news.com.auThe Atlantic e MTV News se la sono presa con la scarsa professionalità di Rory: avrà pure frequentato Harvard, ma non ha il piglio giusto, non è capace, non sa fare il suo lavoro.

Mi ha colpito il bisogno di associare il personaggio interpretato da Rory Gilmore ad aggettivi molto caratterizzanti e negativi: ingrata, terribile, viziata, fallita, deludente. E mi ha ricordato qualcosa: Isaac Fitzgerald, che durante la discussione già citata alla libreria Strand di New York, aveva incalzato le autrici commentando “You can’t just be a woman, there have to be adjectives” (Non puoi essere solo una donna, devono esserci anche degli aggettivi).

 

In una scena della seconda puntata di Gilmore Girls: A Year in the Life, intitolata Spring, una Paris Geller vestita con un outfit molto clintoniano va in panico mentre sta facendo visita alla sua vecchia scuola superiore insieme a Rory, dopo aver intravisto di spalle Tristan, un ragazzo che le piaceva ai tempi del liceo. Le due si rifugiano allora in bagno e Paris dà sfogo alle sue insicurezze. Sente di aver paura, di essere un’impostora, di non meritare il successo che ha; è terrorizzata all’idea di non essere all’altezza di un dibattito cui dovrà presenziare a breve a New York.

Il passaggio più forte di questa scena e forse dell’intera serie è quello in cui Paris mostra a Rory di aver portato con sé una valigetta molto elegante, ma completamente vuota, per influenzare l’immagine di sé che avrebbero percepito le persone. Paris indossa una giacca rosa millennial, pantaloni neri, tacchi alti, ha una valigetta nera e capelli perfetti, cammina in modo sicuro e orgoglioso. Crede in se stessa, si veste nel modo giusto, spaventa gli adolescenti. Insomma, è un’adulta. Saprà sicuramente quello che fa, no?

Proprio nel momento in cui credevamo di poterci accontentare di uno stereotipo, ecco la vulnerabilità di Paris e il suo desiderio ossessivo di essere accettata, rappresentati dai simboli materiali che dimostra di aver acquisito (l’enorme casa a New York, il lavoro prestigioso, l’outfit, la valigetta).

Lo sforzo costante di diventare una “role model”, una donna che sa tenere assieme tutti gli aspetti della sua vita alla perfezione, si trasforma in una potenza distruttiva che le impedisce di vedere con lucidità i successi che ha già acquisito e di accettare se stessa, difetti compresi.

 

Da spettatori e spettatrici che fruiscono molti prodotti culturali – film, serie tv, libri, prevalentemente provenienti dagli Stati Uniti – non dovremmo commettere lo stesso errore di Paris e trattare i personaggi femminili con la poca empatia che lei dimostra nei confronti di se stessa.

Ci sono personaggi femminili di finzione che probabilmente non vorremmo avere come amiche, eppure (forse) è meglio così: preferivamo veramente una Rory Gilmore che sapeva fare bene ogni cosa e il cui destino di studentessa modello le era stato cucito addosso ancora prima della nascita, rispetto ad una persona adulta ma confusa che cerca di mettersi in discussione e rielaborare cosa è andato storto?

Gilmore Girls: A Year in the Life è un prodotto del 2016, un anno in cui parole come female empowerment, body positivity, il femminismo tutto sono stati estrapolati dal loro contesto originale e lucidati a fini di marketing, per vendere magazine e prodotti. 

Tanti personaggi della cultura pop statunitense (in particolare popstar, attrici e modelle, ma anche Hillary Clinton) sono stati etichettati negli ultimi tempi come badass: donne impavide che non si spaventano davanti a nulla, che saranno sempre d’esempio per il loro pubblico, che troveranno sempre la forza e gli strumenti per reagire, per ribellarsi, per migliorare le proprie condizioni. Il femminismo veicolato dallo showbusiness e da tanti media equivale più o meno a questo: bisogna essere forti, non stare a sentire le opinioni degli altri.

Serie tv e film non devono e non possono trasformarsi in strumenti che veicolano questa immagine omogenea, che ignora i tratti caratteristici di milioni, anzi miliardi di donne diverse tra di loro. Le nostre lotte non saranno indebolite dall’autenticità e dalla multidimensionalità che (di)mostreremo, anche nel parlare di noi stesse.
Non siamo tutte supereroine. Se gli autori uomini ci hanno quasi sempre ritratte come madonne o puttane, ora che la palla è almeno parzialmente in mano nostra non possiamo condannarci ad essere sempre perfette e forti.  Sarebbe un’altra etichetta difficile da levare.