Ricordate la Czarny Protest, la “protesta in nero” delle donne polacche? Venne indetta esattamente un anno fa (3 ottobre 2016 – sì, il tempo vola) per fermare il progetto del governo conservatore che voleva rendere illegale l’aborto. La mobilitazione di oltre 7 milioni di persone portò ad un risultato positivo: non fece passare la proposta di legge e impedì al Governo d’introdurre il divieto totale di aborto.

Se credete che sia finita qui, vi sbagliate: come segnala WomenAreEurope, ieri, nella giornata del primo anniversario (Czarny Wtorek, martedì nero) la cittadinanza polacca ha deciso di tornare in piazza per raccogliere le firme sul progetto di legge “Save the Women 2017” che prevede educazione sessuale, contraccezione accessibile, aborto legale e divieto di obiezione di coscienza.

Questo il video della chiamata alle armi:

La marea, dunque, non si arresta: la lotta per i diritti riproduttivi delle donne è ancora in corso. Appena giovedì scorso, 28 settembre, si è celebrata in tutto il mondo la Giornata internazionale per l’aborto sicuro (International Safe Abortion Day). Milioni di persone si sono mobilitate riempiendo le strade e le piazze per chiedere a gran voce che l’aborto possa essere praticato in modo sicuro e legale ovunque nel mondo. Croazia, Romania, Nigeria, Venezuela, Messico, Filippine, nominate una nazione e quella sarà stata presente sulla mappa delle attività.

Particolarmente rumorosa l’Irlanda, che gridava “Repeal The 8th” , per l’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione che impedisce il libero accesso all’aborto ed è definito dalle protestanti “uno strumento di tortura”.

Dublino

Ciò che si rivendica ovunque nel mondo non è solo il diritto all’aborto in sé e per sé, ma per esteso i diritti alla salute sessuale e riproduttiva, i diritti alla libertà dalla violenza di genere in ogni sua forma.

Come riporta il comunicato di Non Una di Meno, il 28 settembre in Italia le città coinvolte sono state più di 30, le persone migliaia. In piazza c’erano “centri anti-violenza, sportelli autogestiti, consultorie transfemministe queer, studentesse e insegnanti, precarie, migranti, e tutt* coloro che quotidianamente lottano contro ogni forma di violenza e subordinazione, di sessismo e di razzismo”.

Nel nostro Paese l’aborto è legale grazie alla legge 194 del 22 maggio 1978 (ne abbiamo parlato più approfonditamente qui, qui, qui e anche qui), ma come sappiamo la sua applicazione viene continuamente osteggiata da parte di medici e ginecologi che si nascondono dietro l’obiezione di coscienza per applicare in modo sistematico quella che è a tutti gli effetti una forma di violenza sulle donne. Torture che ritornano.

La media è altissima: sono obiettori il 70% dei ginecologi sul territorio nazionale. A peggiorare la situazione, nei reparti di ginecologia e maternità le donne e le persone intersessuali sono costrette a fronteggiare “l’abbandono, la disinformazione, l’umiliazione e procedure mediche coercitive”.

Dato che generalmente il mese di ottobre vogliamo dedicarlo ai nostri turbamenti più grandi (si vedano, per il passato, “urlo” nel 2016 e “lati oscuri” nel 2015) questa volta il tema scelto è fascism… no, vendetta. Da gustare fredda o bollente a seconda della vostra preferenza.

Niente paura, non sarà nulla di violento. Ma dato che abbiamo sopportato fin troppo, fino ad oggi (lo stupro di Firenze; il tweet di Feltri; la campagna antistupro de Il Messaggero che voleva contenere il fenomeno della violenza maschile attraverso la limitazione della libertà delle donne; i titoli di Libero che insultano e bullizzano le persone che soffrono di anoressia; l’articolo dedicato ai look per sembrare meno trasandate quando si fanno le pulizie; Vincenzo D’Anna che commenta la violenza di genere; l’assassinio di Noemi e la successiva gestione mediatica…vi evito i link) ora anche basta.

Parleremo di donne che si sono prese le loro rivincite non appena ne hanno avuto occasione, ma anche di altre donne che quest’occasione non l’hanno mai potuta avere; come sempre cercheremo la salvezza nel meglio che la cultura pop può offrirci, parlandovi di libri e film e sborniando anche qualche intervista di pregio. Perché la lotta può e deve passare anche dall’analisi critica dei prodotti culturali cui veniamo costantemente a contatto. O no?