Verso i dodici anni svenivo molto spesso. Mi capitava anche a scuola e aspettavo mio padre seduta in sala insegnanti. Una volta la professoressa di italiano gli ha detto, mentre mi teneva una mano sulla spalla, che «Per sopravvivere a questo mondo [avrei dovuto] fare come Emily Dickinson, chiuder[m]i in una camera e non uscirne più». Ho cominciato a boccheggiare ancora più forte.

Soffro di claustrofobia. Non saprei bene dire da quando (posso però individuare con precisione la prima volta che ho avuto le vertigini e, da qualche giorno, anche il motivo per cui da vent’anni ho paura delle grate sui marciapiedi), ma è certamente peggiorata con gli anni.

Prima ammissione di colpa: non ho mai cercato di curarla – principalmente perché non sapevo si potesse curare. Seconda ammissione di colpa: non mi sono mai informata molto al riguardo, perché sono una di quelle persone che quando legge i sintomi di una malattia o le controindicazioni di un medicinale comincia a sentirli tutti – contemporaneamente.

Ma il tema di novembre è muri, quindi mi sono fatta un po’ di coraggio: questo è un tentativo di capire di cosa parliamo quando parliamo di claustrofobia.

Francesca Woodman

Non è solo un problema di spazi ridotti

Per cominciare – e per quanto possa suonare strano, a te come a me – non sono solo le stanze troppo piccole a scatenare gli attacchi di claustrofobia. Se trovarsi in un ambiente stretto (l’ascensore) può far crescere l’impressione che le pareti si avvicinino progressivamente (e inarrestabilmente) riducendo sempre di più lo spazio disponibile, anche un ipermercato può far scattare una reazione simile di soffocamento, soprattutto se ci si sente costretti tra troppe persone o oggetti. A me è successo all’Esselunga il sabato mattina, per esempio.

Ho scoperto, inoltre, che il mio limitarmi a evitare il più possibile le situazioni che potrebbero scatenarla è tuttora il metodo più utilizzato per combattere la claustrofobia. A proposito di questo, mi sento già pronta a darti il primo prezioso consiglio, se anche tu ne soffri: se decidi di cercare qualche informazione online, non andare su Google immagini. Mai. Per nessun motivo.

Sto cambiando in qualche stazione lungo la Central, a Londra. Seguo le indicazioni per arrivare al binario successivo, però mi rendo conto che sto camminando da davvero troppo tempo e il binario ancora non si vede. Il corridoio è una sorta di lungo tubo, tutto ricoperto di piastrelle bianche e compatte che si curvano con il soffitto, che è bassissimo, e io mi chiedo da quanto tempo non venga pulito o non entri aria fresca o rifletto sul fatto che non è mai mai mai stato illuminato dalla luce del sole. Probabilmente sono in apnea da un po’ e non (mi) sento tanto bene.

Claustrofobia è una parola composta: phobia significa paura in greco, claustrum in latino è un luogo chiuso – dalla stessa radice, quella del verbo claudo, viene anche clausura. Non si tratta, quindi, della paura specificatamente degli spazi piccoli, ma di quelli chiusi, che non hanno una chiara (o segnalata) via di uscita. È una fobia che può manifestarsi già nell’infanzia – essenzialmente perché i bambini sono piccoli e si incastrano dappertutto. Eppure, io adoravo nascondermi negli armadi o nella cassapanca, mentre ora l’idea di andare a un festival non mi fa sentire esattamente a mio agio. Anzi, più leggo e mi documento sulla claustrofobia e più mi rendo conto che, improvvisamente, il mio Non mi piace molto stare in mezzo alla gente ha un nuovo significato, leggermente diverso.

Primavera Sound a Barcellona, giugno 2016. C’è il concerto dei Radiohead e io sono così schiacciata lì in mezzo e siamo così tanti e così tanto tutti troppo schiacciati che, dopo aver tenuto lo sguardo fisso a terra per tre–quattro canzoni, cedo al panico e comincio a correre – o l’ho solo pensato? – per cercare di uscire e poi forse smetto di colpo e mi sento trasportata – o sto camminando? – fino alla tenda dei paramedici e mi fanno sedere a terra – o cado? Il giorno dopo scopriamo che non sono stata l’unica a sentirsi così, anzi. E non era sindrome di Stendhal. Creep non l’ho nemmeno sentita, per dire.

Ascensori e mancanza di controllo

Trovare online fonti affidabili – e per affidabili intendo comprovatamente e dichiaratamente mediche – sulla claustrofobia non è affatto facile. Credo sia un problema serio e da considerare seriamente, quando si tratta di patologie, psicologiche o fisiche che siano.

Mentre forum e blog dai nomi veramente improponibili, sia in inglese che in italiano, spopolano e offrono i contenuti più aggiornati, siti medici di informazione, blog personali di psicologici o psicoterapeuti o di servizi pubblici si possono contare sulle dita di una mano e spesso i contenuti risalgono al 2012, se non precedenti. Non che io mi aspetti che in questo lasso di tempo siano state fatte scoperte epocali, ma improvvisamente mi sento come un po’ abbandonata. In una stanza da cui non so bene come uscire.

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Una delle Celle di Louise Bourgeois

Gli ascensori non mi piacciono. Non importa se siano grandi o piccoli o in legno o in metallo: meglio fare le scale. Li prendo, gli ascensori, ma ce n’è uno nel palazzo in cui vivo da un mese che ha la porta fatta a grata e devi chiudere con una sbarra e l’idea di chiudermi volontariamente dentro mentre allo stesso tempo posso intravedere cosa succede mi fa venire la nausea anche mentre sono qui che scrivo. Quattro piani di scale? Non sono un problema. Anche con la spesa. Anche con due spese.

I sintomi della claustrofobia assomigliano moltissimo a quelli di un attacco di panico e, in effetti, i due sono spesso associati:
– sensazione crescente di panico,
– senso di oppressione,
– difficoltà respiratorie,
– iperventilazione,
– tremore,
– ipersudorazione,
– nausea,
– mancamento.

In entrambi i casi, ci si trova immersi in una situazione senza averne il controllo, effettivo o presunto, e senza quindi sapere come gestirla o come uscirne. Ecco perché si può sperimentare la claustrofobia anche in uno spazio aperto, senza muri a circondarti – perché ha molto a che fare con la “physical comfort zone” che ognuno di noi ha, fisica prima che psicologica. Sia claustrofobia che attacco di panico agiscono infatti su uno degli istinti fondamentali, quello di sopravvivenza: non ci sentiamo al sicuro.

Alcuni consigli

Come dicevo più sopra, una cosa positiva c’è: la claustrofobia si può curare. Il primo passo sembra scontato, ma è quello veramente cruciale e troppo spesso trascurato – anche da me, quindi non preoccuparti se finora hai fatto finta di niente quando cominciava a girarti la testa in ascensore: adesso è il momento giusto per riconoscere di avere un problema e predisporsi mentalmente per affrontarlo. È difficile, ma hai tutto il mio sostegno, oltre che qualche consiglio.

Fare pratica con la respirazione è un buon inizio. Quando sono spaventata, tendo a smettere di controllare il respiro ed entro in apnea: errore madornale, una mente e un corpo non bene ossigenati funzionano peggio, ti faranno perdere ulteriore lucidità e sembreranno remarti contro in una situazione in cui già ti senti estremamente a disagio. Quando inizia un attacco d’ansia e la gola si fa di marmo, cerca di concentrarti su come inspiri ed espiri (se non conosci i diversi tipi di respirazione usati nello yoga, questo è un buon punto da cui iniziare: non mi ha cambiato la vita, ma quasi) e pensa a cose che ti fanno stare bene: ricorrere alla memoria per dare al proprio corpo il giusto input per rilassarsi è un’arma potentissima!

Nel bel mezzo di un attacco, è utile inoltre concentrarsi su ciò che ci sta intorno e non è percepibile come una minaccia, come il tempo che scorre (sforzati di non pensare che sei chius* in una stanza, ma che tra poco ne uscirai) o qualche persona vicina (comunicare che non ti stai sentendo bene sembra una cosa semplicissima, ma in realtà ti solleverà automaticamente dalla responsabilità di badare completamente a te stess* e, credimi, in una situazione di panico equivale alla manna dal cielo). Per cominciare a esercitarti, ti consiglio di utilizzare app che introducono alla meditazione tramite piccoli esercizi di concentrazione, come Headspace, Insight Timer e Stop, Breathe &Think (sì, le ho provate tutte).

Claustrofobia relazionale: esiste, ma non è quella che pensi

La claustrofobia non si manifesta solamente in luoghi fisici: uno dei terreni in cui sembra attecchire più facilmente è quello delle relazioni. La claustrofobia relazionale mi ha dato molto da pensare: inizialmente, immaginavo si riferisse alla perdita dell’idea di relazione – di qualunque tipo: lavorativa, amorosa, familiare, di amicizia – come spazio di crescita reciproca e alla sua trasformazione in una stanza chiusa, soffocante. A opera dell’altr* della coppia, mi dicevo, che limita e rinchiude. E, invece, sorpresa: è una conseguenza del comportamento della persona claustrofobica. 

 

Internet, impietoso, mi ricorda che quando parliamo di claustrofobia non parliamo affatto di come rimanere nella stanza e di come renderla sopportabile, ma di come riuscire a uscirne nel minor tempo possibile. La claustrofobia relazionale è quella che teme il legame – o la chiusura, per tornare al concetto di claustrum – in sé. Per questo il claustrofobico tende mettersi in una posizione di potere all’interno della coppia, proprio per prevenire questa sua paura.

Usando la fobia come punto di forza, si impone di intrattenere solo relazioni in cui abbia il pieno controllo – proprio come eviterebbe luoghi troppo affollati o prenderebbe le scale invece dell’ascensore –, scegliendo quindi come compagn* o collaboratore una persona debole ma, allo stesso tempo, abbastanza matura da gestire l’eventuale fine di un rapporto, qualora la claustrofobica scelga di chiudere perché si sente eccessivamente oppressa.

Fuori dalla stanza è meglio?

La mancanza o la perdita di controllo è ciò che accomuna claustrofobia, ansia e attacchi di panico. Scendere a patti con il fatto che non abbiamo poi tutto questo potere su ciò che accade attorno a noi – nella città in cui viviamo ma anche nel mondo intero – è una lotta ancora quotidiana per me. Ci sono giorni in cui penso che non sia nemmeno poi così vero che possiamo gestire e controllare almeno ciò che ci accade in prima persona. Altri giorni, invece, mi rimbocco le maniche, mentali e fisiche, sin dal mattino e procedo spedita e sicura. Sempre evitando l’ascensore il più possibile, ovviamente.

Quando arriva l’attacco di panico o di claustrofobia, ma anche quando il mondo ti sembra insopportabilmente troppo, ricordati di rallentare: ricomincia dal respiro, il gesto elementare che ti tiene in vita e che ti sta facendo passare attraverso questo momento, e concentrati sulle minuzie, da come sei sedut* ai rumori in lontananza, prenditi tutto il tempo che ti serve finché non senti che si è ristabilito quel sottile equilibrio tra ciò che hai dentro e ciò che c’è fuori. Perché c’è, te lo prometto.

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La stanza di Emily Dickinson