L’otto marzo, una volta, era una data con una valenza politica: era un momento in cui si ricordavano infatti le lotte che le donne avevano compiuto per ottenere più diritti in ambito economico, sociale e politico, accanto a quelle che sarebbe ancora stato necessario combattere.

Come scrive Loredana Lipperini nell’introduzione al libro 8 Marzo: una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, “occorre ammettere che almeno fino a poco tempo fa la data non evocava più le donne in lotta per rivendicare i propri diritti, bensì il giallo dei fiori di mimosa, delle confezioni di cioccolatini, magari del tanga di qualche giovane uomo che si esibisce in uno strip-tease. Non è sempre stato così, certo…”

Donne in piazza a San Pietrogrado (1917)

Prima di diventare una ricorrenza segnata dalla chiamata al consumo alla stregua di San Valentino, la “Festa della donna” era conosciuta infatti come la Giornata Internazionale della Donna.

Contrariamente alla credenza più diffusa, per cui la Giornata sarebbe stata istituita dalla politica tedesca Clara Zetkin per ricordare le operaie americane morte in un incendio avvenuto l’otto marzo del 1908, nel corso di uno sciopero in una fabbrica tessile, nuove fonti (tra cui appunto il libro sopracitato, risultato di una ricerca compiuta dalle due militanti femministe Ombra, ex partigiana delle Langhe e Capomazza, programmista-regista della Rai) dimostrano che fu durante la Conferenza internazionale delle donne comuniste nel 1921 che si arrivò a fissare come data definitiva l’otto marzo.

La data venne scelta perché il 23 febbraio 1917 c’era stata un’importante rivolta delle donne di Pietrogrado contro lo zarismo, per la fine della guerra, e come spiega Capomazza, “il 23 febbraio corrisponde nel nostro calendario gregoriano all’8 marzo”. Per questo motivo, la giornata inizialmente era anche nota come “Giornata dell’operaia”.

Ad ogni modo, prima che l’otto marzo si festeggiasse esattamente l’otto di marzo, ogni Paese lo celebrava nei giorni che riteneva opportuni. Fu il Partito socialista americano a proporre il primo “National Woman’s Day” nel 1909, allo scopo di premiare e ricordare le conquiste ottenute dalle camiciaie che l’anno precedente che avevano scioperato per ottenere un miglioramento delle proprie condizioni di lavoro (era il 28 febbraio). La celebrazione univa quindi le rivendicazioni sindacali a quelle per il diritto di voto femminile.

Nel 1910, quando la Seconda Internazionale socialista si riunì a Copenhagen, la maggioranza dei partiti presenti votò per l’istituzione di una comune Giornata dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne: non venne però stabilità una data specifica in cui realizzarla. Gli Stati Uniti continuarono a celebrarla alla fine di febbraio; in Europa, alcuni Paesi come la Germania e la Danimarca scelsero come data il 19 marzo, altri come la Svezia il 1 maggio, in concomitanza con la Giornata del lavoro.

In Italia la Giornata Internazionale della Donna venne festeggiata per la prima volta solo nel 1922, per volere del Partito Comunista d’Italia, il 12 marzo (ovvero la prima domenica dopo il profetico 8).
Quando Mussolini prese il potere, la festa venne dimenticata e non fu più festeggiata fino 1946, quando intervenne l’UDI, Unione Donne Italiane per ripristinarla. In quell’occasione venne anche deciso che il simbolo della Giornata sarebbe stata la mimosa: “Pensammo che quel fiore era abbondante e, spesso, disponibile senza pagare” testimonia l’ex deputata del Partito Comunista Marisa Rodano.

Il fiore giallo che ora siamo arrivate ad odiare, era stato scelto in quanto facilmente accessibile, senza discriminazioni. Siamo pronte a riabilitarlo, o no?

Manifesto dell’UDI per l’8 marzo

Solo negli anni delle prime grandi manifestazioni e sconvolgimenti sociali la Giornata iniziò a fare presa sull’opinione pubblica. L’8 marzo del 1972 si tenne una grande manifestazione femminista a Roma, in Piazza Campo dei Fiori (piazza dove venne condannato al rogo Giordano Bruno) e vi presero parte ventimila donne, tra cui anche Jane Fonda, per chiedere libertà per l’aborto, il divorzio e gli orientamenti sessuali. Alcune immagini di quella protesta si possono vedere nel documentario Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi.

Quest’anno è quindi tanto più importante ricordare che la giornata diventa #LOTTOMARZO e si riappropria del suo significato originario. È stato infatti indetto per mercoledì uno sciopero globale delle donne, sciopero produttivo e riproduttivo lanciato dalle donne argentine (già fautrici del movimento NiUnaMenos) e sostenuto dallo slogan “Se le nostre vite non valgono, non produciamo”. L’Italia, con la rete Non Una Di Meno, aderisce assieme ad altri quaranta Paesi.

Questa modalità di protesta non è nuova nel suo genere: basti ricordare la Czarny Protest del 3 ottobre 2016 che ha visto le donne polacche (vestite, come dice il nome della manifestazione, di nero) riversarsi nelle strade per difendere il diritto all’aborto che il Governo conservatore voleva abolire, o lo sciopero delle donne islandesi che il 24 ottobre 1975 protestarono per ottenere uguaglianza e parità salariale e rifiutandosi di di lavorare, di cucinare e di prendersi cura dei propri figli paralizzarono il Paese.

Perché #LottoMarzo

Astensione dalle attività produttive e riproduttive per 24 ore, per protestare contro la violenza cui le donne sono soggette in ogni ambito della loro vita, questo è lo scopo di Lottomarzo. La violenza cui ci si riferisce non è solo quella domestica, ma anche la violenza delle politiche che discriminano le persone queer, che criminalizzano i fenomeni migratori; è la violenza dei ginecologi obiettori, dei consultori chiusi, delle politiche sociali assenti, la violenza del mercato, la violenza di chi sequestra due donne fuori da un supermercato e fa un video per celebrarlo.

Per questo la rete Non Una Di Meno, dopo il successo della manifestazione del 26 novembre 2016, ha indicato 8 punti per l’8 marzo e sta lavorando ad un Piano nazionale femminista antiviolenza che intende proporre al Governo (quello in vigore ora, scade a giugno).

Come #LottoMarzo

Lo sciopero assumerà forme diverse a seconda delle donne che lo metteranno in pratica. Dal momento che non esiste infatti una condizione lavorativa univoca per tutte (siamo lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, casalinghe), le possibilità di blocco delle attività produttive sono molteplici, dalla più placida astensione dal lavoro, allo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, passando per l’adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto eccetera. Sono molteplici le realtà sindacali che sostengono lo sciopero globale, dunque tutte le lavoratrici del pubblico impiego e del privato possono scioperare grazie alla copertura sindacale generale.

Come si legge sul sito di Non Una Di Meno “Lo sciopero si rivolge principalmente alle donne, ma ha più forza se innesca un supporto mutualistico con gli altri lavoratori, le reti relazionali e sociali, chi assume come prioritaria questa lotta. Vogliamo trovare soluzioni condivise e collettive come è avvenuto in Polonia in cui molti uomini, mariti, compagni, padri, fidanzati, fratelli, nonni, amici, hanno svolto un lavoro di supplenza nello svolgimento di attività normalmente svolte dalle donne.”

I colori dello sciopero saranno il nero e il fucsia, e il simbolo la matrioska di Non Una di Meno, esposta nei luoghi in cui le donne sciopereranno. Per sapere qual è l’evento più vicino a voi consultate la mappa sottostante o la pagina Facebook di Non Una di Meno.

A livello nazionale è prevista anche una Twitter storm: gli hashtag utilizzabili per l’Italia sono #NonUnaDiMeno, #LottoMarzo, #SiamoMarea, #8M.
Il concetto chiave è appunto FARE MAREA, rilanciando anche cortei o manifestazioni diurni o serali in ogni città italiana, per diventare visibili e impedire che la propria voce venga ancora ignorata.

La giornata risponde quindi alla domanda che ci facciamo costantemente “Cosa possiamo fare di concreto, nel nostro piccolo?”. In questo caso la risposta è scendere nelle strade tutte assieme, non una di meno.

In questo mese ricco di impegni per l’attivismo femminista, parleremo di segreti, di cose che è giusto ricordare e altre che non ha più senso vengano taciute: personaggi femminili dei fumetti e delle loro genesi misteriose solo recentemente svelate, di gruppi segreti sui social network che umiliano e deumanizzano le donne, di spie e di whistleblowers e di tanto altro.