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Emancipazione femminile nell’Italia risorgimentale: Emilia Ferretti Viola

La Barberina obbedì, e quasi non si riconobbe. La ragazza che vedeva nello specchio le parve un’altra; si vide più grande, più snella, ma non per questo le parve che il suo aspetto avesse migliorato; quell’aria da signorina della quale andava debitrice all’abbigliamento elegante che portava, le sembrò una maschera bugiarda, e si vergognò profondamente nel vedersi vestita a quel modo, come se avesse con quel lusso rinnegare se stessa, i suoi parenti, le persone che amava di più.
(Una fra tante, p. 37)

Il processo di costruzione di una simbologia condivisa che ha interessato l’Italia risorgimentale, culminato nell’affermazione della retorica della “madre degli eroi” e nell’invenzione dello stereotipo mammista, ha coinvolto molti scrittori e intellettuali. Tuttavia, ce ne sono stati anche alcuni che si sono opposti con decisione, e da subito, ad una simile visione della donna. E c’erano anche donne che, a differenza di Maria Drago o di Adelaide Cairoli, rifiutavano esplicitamente il ruolo subordinato previsto dalla nuova narrazione nazionale per le donne. Fra queste, va certamente ricordata la giornalista repubblicana e femminista ante litteram Anna Maria Mozzoni.

Nel suo fondamentale La donna e i suoi rapporti sociali, edito nel 1864, Mozzoni si rivolgeva direttamente a Giuseppe Mazzini e ai suoi sostenitori, dicendo loro:

Non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Le son queste vacue declamazioni come mille altre di simili genere! Ella esiste nella famiglia, nella città, in faccia ai paesi e ai doveri; di questi all’infuori, ella non esiste in nessun luogo.

Mozzoni, dunque, rivendicava il diritto delle donne di svolgere un ruolo sociale e politico attivo, che prescindesse l’intermediazione familiare. Non era l’unica, come dimostra il nutrito (ma poco conosciuto) filone narrativo, di intonazione verista, che in quegli anni cominciò a proporre delle figure femminili diversificate socialmente.

Vennero infatti pubblicati molti romanzi popolari, racconti e novelle in cui le donne non erano più confinate nello spazio domestico, non erano solo madri (tanto meno degli eroi), ma erano lavoratrici, maestre, mondine. Il percorso di emancipazione femminile, pertanto, si intrecciava a quello più ampio della denuncia sociale, andando a delineare una primissima, embrionale forma di attivismo per i diritti civili. Fra questi romanzi, ce ne fu uno che suscitò particolare scalpore, edito nel 1878 dalla Società editrice partenopea e intitolato Una fra tante, scritto da Emma Ferretti, pseudonimo della scrittrice e giornalista Emilia Ferretti Viola.

La toilette del mattino di Telemaco Signorini (1898)

Gli inizi: Nuova Antologia

Della vita privata di Emilia Ferretti Viola non si sa molto, ma si sa invece molto della sua attività professionale. Nata a Milano nel 1844, Ferretti era cresciuta in un ambiente colto, molto vicino all’intellighenzia lombarda, ed era una seguace delle idee di Mozzoni.

Furono probabilmente queste amicizie altolocate a favorire la sua collaborazione con un importante periodico fiorentino del tempo, chiamato Nuova Antologia e fondato dall’editore Francesco Protonotari, che si occupava di letteratura, scienza ed arti in generale. I primi scritti firmati da Ferretti per Nuova Antologia risalgono al 1872, tuttavia, dal carteggio esistente fra lei e Protonotari, si comprende che la scrittrice aveva cominciato a scrivere per la rivista tempo prima, in forma anonima.

Pare inoltre che Ferretti si fosse avvicinata a Protonotari per motivi economici, e non mossa da particolari e precise ambizioni artistiche. Cionondimeno, fu capace di creare un suo percorso professionale autonomo, prestigioso e non privo di responsabilità. Ferretti fu infatti la prima donna ad occuparsi di critica letteraria per Nuova Antologia e anche una delle prime scrittrici ad occuparsene in modo continuativo.

 

Nascita dello pseudonimo

Nonostante la sua istruzione, Ferretti si affermò nel giornalismo politico-letterario attraverso un lungo processo di elaborazione identitaria e autodidattica, un processo non dissimile da quello di altre donne che lavorarono nello stesso settore, che magari inizialmente occupavano spazi marginali, di cui gli uomini non volevano occuparsi.

Ferretti iniziò con brevi recensioni, per lo più di riviste e libri stranieri (sapeva leggere e scrivere in inglese, francese e tedesco), non firmate e relegate in coda alla rivista, con lo scopo di indirizzare i gusti dei lettori. Non c’era una vera e propria critica e gli articoli, inoltre, non erano nemmeno firmati. Tuttavia, molto presto Ferretti fu capace di accrescere il proprio poter decisionale, cominciando a scegliere di comune accordo con Protonotari quali libri recensire e, nonostante continuasse a ricevere commissioni, iniziò a proporre lei stessa degli argomenti all’editore.

Contestualmente, iniziò a firmarsi con lo pseudonimo di Emma. Protonotari le suggerì di svelare ai lettori il suo vero nome, tuttavia Ferretti si oppose, affermando che “[Emma] è un povero nome, ma mi ha portato meno disgrazie dell’altro e lo preferisco”.

A Ferretti venne affidata, nel tempo, anche la redazione del Bollettino Bibliografico della rivista, che venne strutturato così come aveva suggerito e, nell’arco di qualche anno, divenne una competente e stimata critica, che godeva non solo dell’ammirazione dei colleghi, ma anche di una grande autonomia nella gestione dei rapporti con una serie di scrittori lombardi che collaboravano con la rivista. Il rapporto fra Ferretti e Protonotari divenne più o meno paritario, e Ferretti stabiliva i tempi e i modi per la consegna dei manoscritti, le retribuzioni e tutto ciò che riguardava la loro pubblicazione.

 

Una fra tante

Nel frattempo, Ferretti cominciò a scrivere anche narrativa, producendo vari romanzi e novelle. In particolare, il già citato Una fra tante fece scandalo e, quindi, ebbe successo. Il romanzo narrava la storia di una ragazza di campagna, di nome Barberina, che arrivata in una grande e non meglio specificata città, viene portata con l’inganno a prostituirsi, cadendo anche vittima di un terribile stupro collettivo. Il romanzo era un’aperta critica alla normativa vigente in materia di prostituzione, il cosiddetto “Regolamento Cavour”, cui si opponeva anche Mozzoni.

La sua carriera sembrava dunque essere destinata ad andare avanti e la sua fama a crescere. Tuttavia, Ferretti si ammalò e questa malattia le impedì di scrivere per circa otto anni, anni durante i quali non scrisse più né per Nuova Antologia né per altre riviste.

Una volta guarita, non riuscì a reinserirsi nel mondo dell’editoria. Non solo Protonotari era morto (è inoltre deducibile dal loro carteggio che i due avessero avuto delle incomprensioni) ed era stato sostituito dal fratello Giuseppe, ma la stessa Ferretti iniziò ad assumere un atteggiamento rinunciatario nei confronti del lavoro, sottostimandolo e, infine, abbandonandolo definitivamente. Le tracce della scrittrice e della critica letteraria vanno di pari passo con quelle della persona, della quale non si praticamente nulla all’infuori dell’importante (per quanto breve) ruolo politico e sociale che ha svolto.

Morì molti anni dopo, nel 1929, senza scrivere nient’altro.


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