I better ace that interview
– Mitski

Sono passati ormai più di tre anni da quando avevamo parlato per la prima volta su Soft Revolution dei disagi derivanti dal non avere lavoro e doverne parlare. Veronica Cicalo, iniziava quel pezzo in medias res, dicendo “Capita a tutti, almeno una volta nella vita, di aver un periodo di “inattività”, una specie di vacanza forzata. Insomma, di non aver lavoro. E son periodi che portano a mettere in discussione noi stessi, le nostre capacità, le nostre abilità e le scelte che abbiamo fatto. Perlomeno a me è successo così”.

Quello del lavoro (della sua presenza, della sua assenza, della disparità con cui viene ricompensato) è praticamente da sempre uno degli argomenti che più abbiamo a cuore di trattare su queste pagine. Com’è naturale, poi, completando gli studi e affacciandoci tutte in modo assoluto sul mercato del lavoro, esso è diventato in automatico un argomento riproposto sempre più spesso.

Da quando esiste questo sito, Marta, Margherita, io e le altre ragazze della redazione (ci occupiamo di questo progetto “pro bono”) abbiamo tutte esperito i sopracitati periodi di “vacanza forzata” alternati a momenti di lavoro frenetico, traslochi, ansia, invidie e ossessione di dovercela fare (pena: lo stigma, la delusione, la bancarotta). Il tema scelto nel marzo del 2015 non era stato “Risparmi” per caso.

– “Mi è comparso in timeline questo annuncio e ho pensato che magari a qualcun* potesse interessare.”
– “Perdona l’intromissione, ma mi hanno mandato appena questo annuncio di lavoro, a me non interessa ma mi sei venuta in mente e ho pensato di inoltrartelo!”

Sono solo alcuni degli esempi di messaggio solidale che ci scambiamo in redazione, quando sappiamo che una di noi è in difficoltà e sta cercando un impiego. Che l’offerta sia a Londra, a Milano, a Roma, a Verona o chissà dove, nulla ci impedisce di inoltrare una piccola speranza nelle caselle di posta delle altre, magari con un paio di righe di incoraggiamento e una stringa di emoticon affettuose (da quando è comparso l’emoji con le dita incrociate, poi… ma che ve lo dico a fare). Siamo insegnanti, social media manager, assistenti editoriali, addette stampa, illustratrici, grafiche, organizzatrici di eventi, booking agents, traduttrici, ingegnere, programmatrici, dottorande, studentesse… ma siamo tutte (o quasi) precarie.

Nonostante la sacralità della festa del primo maggio, molte di noi ieri stavamo comunque lavorando (a qualche articolo, correggendo compiti, rispondendo a email “urgentissime”, accudendo una persona malata e via dicendo), altre non lavoravano ma pensavano al prossimo indirizzo email cui avrebbero dovuto inviare il curriculum.

Vogliamo comunque celebrare questa festa, seppur in piccolo, oggi, sottolineando che la solidarietà non è più sufficiente e che ora è il momento il lavoro torni ad essere al centro del dibattito politico.
Com’è stato inoltre rilevato al “tavolo lavoro e welfare”, durante l’Assemblea nazionale di Non Una Di Meno (22-23 aprile scorso), per affrontare le questioni legate al lavoro, allo sfruttamento e alla redistribuzione della ricchezza, va riaffermata la prospettiva femminista a partire dalla specificità delle condizioni di lavoro e di vita delle donne. Con un modello di welfare che sia universale, “capace di rispondere ai bisogni e ai desideri delle donne, di scardinare il modello familistico vigente e di riconoscere garanzie e diritti sociali non solo alle donne, ma anche alle e ai migranti, alle soggettività lesbiche, gay, trans, queer e intersex”; un salario minimo europeo per tutt* “per contrastare i bassi salari, il gender pay gap e i meccanismi di dumping”; e un reddito di autodeterminazione incondizionato e universale, “come strumento fondamentale per garantire sussidi concreti e indipendenza economica alle donne che fuoriescono da relazioni violente e per contrastare più complessivamente la precarietà e l’intermittenza lavorative”.

Il confortevole tema del nostro mese di maggio è Culo. L’abbiamo scelto perché era da tanto che non dedicavamo spazio a una parte del nostro corpo (dopo Piedi, Mani e Occhi) e perché speriamo che smetta di essere solo la “fortuna” a farci ottenere l’impiego dignitoso che cercavamo.

Vi aspettano articoli dedicati alla danza, alle botte che si prendono facendo sport, alla bellezza dei corpi visti da dietro; alle considerazioni sul modo in cui le funzioni corporali della donna sono ignorate o romanticizzate dalla società, alle punizioni fisiche impartite nelle scuole italiane fino a non molti anni fa. Ci saranno sempre fumetti e libri di cui prendere nota, assieme a considerazioni e consigli per utilizzare un linguaggio più inclusivo e meno offensivo.

Buon maggio a tutt*