Quando, nel 1935, un emissario del boss mafioso Lucky Luciano colpì a morte l’avversario Dutch Schultz, Stephanie St. Clair fece recapitare in ospedale un biglietto indirizzato allo storico nemico ormai agonizzante. Il contenuto era fermo e glaciale: Raccogliamo ciò che seminiamo.

Anche in questa occasione, il messaggio di Queenie non poteva essere più chiaro: la si doveva prendere sul serio. Era un suo diritto, e se l’era guadagnato pienamente.

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Stephanie St. Clair, 1930 © Bettmann/CORBIS

Conosciuta con il nome di Queenie a Manhattan, ma chiamata “Madame” in tutta Harlem in segno di rispetto, Stephanie St. Clair è una delle figure della malavita americana più difficili da circoscrivere: senza scrupoli e vendicativa quando si trattava di rappresaglie per riaffermare il proprio potere, pensava a se stessa e alla propria comunità con un grande senso di rivalsa e di progresso.

Questa donna dalle apparenti contraddizioni – sola, straniera, madrelingua francese e di colore – era a capo di una delle più fiorenti organizzazioni criminali degli inizi del Novecento. Aveva contro la mafia italiana ed ebrea, la polizia e il KKK, ma quasi tutto il suo impegno era messo nei tentativi per trasformare la propria comunità dall’interno.

I am sane and smart and fearless.

La forza di essere sola

Quella di Stephanie sembra quasi una vita da romanzo di formazione – anche se in una versione un po’ twisted. Originaria della Martinica (Antille) dove nacque nel 1886, figlia di padre ignoto, fino ai 15 anni frequentò la scuola, ma fu costretta a lasciarla per aiutare la madre malata. Cominciò quindi a lavorare come donna di servizio presso una famiglia benestante, dove fu ripetutamente abusata e violentata dal di loro figlio.

Diventata orfana, usò i suoi risparmi per emigrare in Francia, dove però non riuscì a trovare un lavoro stabile. Decisa a far fortuna, a 23 anni s’imbarcò per gli Stati Uniti e, arrivata a New York, si trasferì a Five Points, una delle baraccopoli più squallide della città.

Secondo le parole di Raphael Confiant, scrittore originario della Martinica come la St. Clair,

Stephanie arrivò [negli Stati Uniti] con un triplo handicap: era donna, nera e francese.

In quel periodo, le donne non avevano diritto di voto, i neri erano perseguitati alla luce del sole dal Ku Klux Klan e i cittadini francesi, negli USA, erano ancora una presenza rara. Continua Confiant:

Se il termine improbabile ha un significato, il “caso Stephanie” lo incarna.

Con questa condizione con cui dover fare quotidianamente i conti, senza contatti e avendo imparato l’inglese durante la traversata, cominciò a integrarsi nella comunità afroamericana di Five Points.

Uno degli uomini a cui si era legata, un certo Duke, tentò di fare un salto di carriera alle spese di Stephanie: voleva passare da ladro a pimp, facendola prostituire. Lei non ci pensò due volte: lo colpì con una forcella (o una forchetta) vicino all’occhio destro e si diede alla fuga. Nella fretta, però, sbagliò autobus: invece di prendere quello diretto a New Orleans, dove pensava di trovare rifugio, finì sulla strada per il Minnesota, dove fu aggredita e violentata da un gruppo del KKK.

Non sarebbe stato l’ultimo degli abusi, ma non fu nemmeno questo a piegarla. Nel 1915 si stabilì definitivamente a nord di Harlem, cominciando a destreggiarsi nel giro della malavita, che a quel tempo era composta dalla mafia ebraica e dal giro delle discoteche italiane. La mafia nera, quindi, cominciò ad acquisire il controllo del gioco d’azzardo illegale: le lotterie (numbers in inglese) riscuotevano molto successo e i capi era chiamati kings e queens (re e regine) – ma la migliore era lei, Stephanie St. Clair, da allora per brevità chiamata Queenie.

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La vendetta contro Schultz

La Grande Depressione fu il momento d’oro delle lotterie e Queenie trionfava su tutti. Alla sua fine, nel 1932, la mafia bianca cominciò a espandersi ad Harlem, nelle figure dell’italiano Lucky Luciano e dell’ebreo Dutch Schultz (avete presente la serie HBO Boardwalk Empire?). Quest’ultimo, in particolare, era deciso a fare di tutto per annullare il potere della St. Clair: dalle intimidazioni telefoniche alle minacce fisiche, arrivò fino a far rapire e uccidere i suoi uomini e a corrompere la polizia perché la arrestasse.

La risposta non si fece attendere e Queenie rivelò un lato vendicativo che le riassicurò il predominio: prese in ostaggio un sottoposto di Schultz inviato a minacciarla e lo lasciò con i suoi uomini, diede ordine di attaccare e distruggere le vetrine dei locali dove Schultz teneva le scommesse e spinse la polizia sulle tracce delle attività illegali della mafia ebrea.

Stanca di essere presa di mira, decise di ritirarsi dalla malavita e lasciò il suo regno a Bumpy Johnson, il suo protetto, per dedicarsi completamente all’impegno sociale che aveva gestito fino ad allora parallelamente con le attività illegali. In questo periodo, incontrò il suo futuro marito, Sufi Abdul Hamid, una figura controversa nota alla stampa come Black Hitler: antisemita, a capo di una moschea, aizzava i sabotaggi delle imprese che non assumevano neri.

Il loro matrimonio non durò molto e si concluse con tre spari – quelli che Queenie gli indirizzò quando scoprì che lui e la sua amante la stavano derubando, con l’idea di usare quei soldi per aprire alcune attività illegali. L’azione le costò tre anni di prigione, ma non diminuì affatto il fascino di cui godeva presso la comunità di colore.

Così la ricorda la vedova di Johnson:

Una donna che non aveva paura di tirar fuori i suoi costosi tacchi alti per andare a confrontare faccia a faccia qualsiasi uomo o donna abbastanza insolente da insultare la sua origine o il suo carattere.

L’orgoglio di appartenenza

Al contempo, Queenie era profondamente amata dalla classe operaia, perché dava lavoro a centinaia di persone e reinvestiva parte dei profitti nelle attività legali della comunità. Tra i suoi progetti, c’era anche l’apertura di un fondo legale per aiutare gli immigrati francofoni.

Aveva inoltre intrapreso un’assidua campagna di pubblicità nei giornali locali, soprattutto il New York Amsterdam News, il giornale nero più rispettato degli USA, per educare i membri della comunità sui loro diritti, compresi quelli di voto, e denunciare le brutalità e scorrettezze della polizia locale. In un certo senso, utilizzava queste inserzioni come un’assicurazione contro Dutch Schultz e la polizia, annunciando sempre dov’era e cosa stava facendo.

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Grazie a queste azioni e al suo innegabile carisma, Stephanie St. Clair divenne un punto di riferimento per l’empowerment della comunità nera.

Anche se la sua lotta è soprattutto individuale, senza visione morale o punto di vista collettivo e se il suo percorso è completamente diverso da quello dei movimenti per i diritti umani, con la sua vita [Stephanie St Clair] è diventata una rappresentante della Harlem Nera.

Louis George Tin, presidente del Consiglio rappresentativo delle associazioni nere in Francia

In effetti, quello di Stephanie St Claire è veramente un «caso improbabile», come lo aveva definito Raphael Confiant. Non solo per le premesse della sua fortuna e per il personaggio pubblico che era riuscita a costruire, ma anche perché si tratta di uno dei pochi casi ritenuti talmente esemplari da essere considerati perfino dagli studiosi. Spero si colga l’amarezza di quel perfino. Sono questi – i nostri, intendo – gli anni in cui lo studio ufficiale della cultura afroamericana sta godendo di rivendicazione, ma il processo, oltre a essere molto lungo, è ancora troppo selettivo. Per esempio, non fa piacere parlare di malavita – anche per evitare le associazioni che tanto hanno fatto e fanno per una certa politica che vive di sola campagna elettorale.

Eppure, come per tante altre cose, basterebbe non condonare e non condannare, ma mettere in prospettiva, come ha fatto LaShawn D. Harris, studiosa e professoressa di Storia alla Michigan State University, autrice di Sex Workers, Psychics, and Numbers Runners – Black Women in New York City’s Underground Economy. Della St. Clair, infatti, offre una chiave di lettura che mette in luce ciò che interessava anche alla stessa Queenie, cioè la rivalsa individuale e collettiva:

La vita di Stephanie St. Clair simbolizza la narrativa e le esperienze spesso taciute di uomini e donne di colore che usarono l’economia sommersa e il crimine come modi per confrontare in modo creativo la discriminazione di razza, genere e classe.