La prima volta che sento nominare Madame de Staël sono in quinta ginnasio. Ne parla la professoressa di italiano, allarmata e scuotendo la testa: nessuno di noi la conosce, nemmeno per sentito dire.

A quel punto ci vengono fornite un po’ di informazioni sul suo conto: figura carismatica – di un carisma supportato da profonda conoscenza e interesse per i propri tempi – a cavallo tra Illuminismo e Romanticismo, Rivoluzione e Impero napoleonico, a un certo punto costretta a ritirarsi in un castello in Svizzera, sostenitrice agguerrita delle traduzioni. Forse siamo più confusi di prima – e nel frattempo sono passati 200 anni dalla sua morte.

Illustrazione di Giorgia Marras

Chi era, Madame de Staël?

Nata a Parigi col nome Anne-Louise Germaine Necker, figlia del banchiere e ministro delle finanze di Luigi XVI, fin da piccola è ammessa nel salotto letterario creato dalla madre, in cui incontra, tra gli altri, anche Rousseau, Diderot, Montesquieu e de Condorcet. Sono momenti di formazione fondamentali: l’ambiente colto, aggiornato ed espressamente illuminista influenza il pensiero letterario, politico e sociale di Germaine.

Nel 1786 sposa il barone de Staël-Holstein, ambasciatore del Regno di Svezia a Parigi, di diciotto anni più grande (lei è appena ventenne). Nella casa del marito, Madame de Staël (ora possiamo chiamarla così) dà vita a un nuovo circolo intellettuale e culturale, dove, grazie alla sua formazione illuminista, si sente libera di cominciare a manifestare un certo interesse alla causa della Rivoluzione. Il suo sostegno è però temperato dal desiderio di arrivare a un modello inglese, cioè una monarchia costituzionale, dove la Ragione potesse finalmente trionfare.

Sappiamo bene che non andrà così: in seguito ai disordini, decide nel 1792 di abbandonare Parigi e rifugiarsi con la famiglia all’estero, scegliendo come base Losanna (Svizzera). Qui due anni dopo, rimasta vedova, incontra il filosofo Benjamin Constant, con cui inizia una relazione intellettuale e affettiva. Costretta a rimanere ai margini dell’attività politica e lontana dalla sua città, Madame de Staël si butta allora nella scrittura, usandola come spazio di affermazione e autoattestazione: in questi anni pubblica un Saggio sulle opere di immaginazione in cui si occupa di teoria della letteratura, un libro di interrogazioni sulla felicità come condizione individuale e destino collettivo, due riflessioni sulla pace politica e quella interiore. Nel 1797 comincia a lavorare a uno scritto che invoca l’uscita dallo stato rivoluzionario e l’inizio di una vera Repubblica, che rimane però incompiuto: nel 1799, infatti, Napoleone sale al potere con un colpo di stato.

L’ascesa di Napoleone e l’esilio in Svizzera

Se inizialmente prova a dare credito all’impresa del nuovo governante, dopo pochi mesi la de Staël è costretta a ricredersi: Napoleone sembra troppo distante dalle sue posizioni, che si basano sulla libertà di pensiero, la tolleranza religiosa e il cosmopolitismo. La sua interpretazione liberale della Rivoluzione francese e la sua posizione né rivoluzionaria né reazionaria suonano sospette al potere: con il saggio Della letteratura (considerata nei suoi rapporti con le istituzioni sociali) e con Delphine, un romanzo epistolare che usa l’amore come scusa per parlare di attualità e di libertà, si fa nemico Bonaparte, a cui già era inviso Constant. Nel 1803 i due vengono espulsi da Parigi e sono costretti a riparare a Coppet (di nuovo in Svizzera).

Madame de Staël non è però donna da rimanere con le mani in mano: sfrutta il suo periodo di esilio per intrecciare nuovi rapporti intellettuali, creando il circolo di Coppet, e, soprattutto, per viaggiare. In quelle che sono metà tournées e metà peregrinazioni, intraprende un viaggio in Germania dove incontra Goethe, Schiller, Fichte e Schlegel, che diventa anche precettore dei suoi figli (ne aveva avuti cinque).

È questa l’occasione in cui scopre il romanticismo tedesco e ne rimane affascinata. In particolar modo, la Staël è colpita dall’impronta nazionalistica, che non nega la presenza di altri popoli ma che si basa sull’affermazione delle proprie radici: è infatti un pensiero che si sposa bene con le sue idee politiche, che difendono la libertà dei cittadini, l’autodeterminazione e la sovranità popolare.

Si accorge che non è più tempo di guardarsi indietro, e forse nemmeno avanti, ma attorno: comincia a tradurre, soprattutto Goethe, e si impegna in prima persona per la diffusione delle idee romantiche e per il dialogo tra i centri di cultura di tutta Europa. Dal Romanticismo e dall’Illuminismo, infatti, ha ereditato la convinzione che la letteratura e la poesia siano innovatrici e possano avere una ricaduta reale sulla società e sulla politica.

In questi tempi moderni dobbiamo avere una coscienza europea.
– Madame de Staël, De l’Allemagne

Il rapporto con l’Italia

Per questo, dopo un breve rientro a Coppet per la morte del padre, nel 1805 decide di scendere in Italia, toccando Milano (dove incontra tra gli altri Vincenzo Monti, altro grande traduttore, e Piero Verri, zio di Alessandro Manzoni) ma anche Parma, Bologna, Roma, Napoli e Firenze.

Il risultato sarà Corinne, il romanzo del 1807 in cui esalta l’Italia pre-napoleonica e libera, scagliandosi contro il nuovo codice civile napoleonico, che dichiarava la superiorità del marito sulla moglie. Nel 1810 viene pubblicato De l’Allemagne, il testo in cui Madame de Staël presenta ai francesi la cultura tedesca e il Romanticismo, chiedendo loro apertura e disponibilità all’innovazione, non solo politica ma anche culturale. Tutte le copie vengono sequestrate, e non solo: l’ardire di aver sostenuto le sue idee le costa l’espulsione definitiva dalla Francia.

de l'allemagne

Ricercata dalla polizia francese, Madame de Staël comincia una fuga per tutta l’Europa: ripara prima a Vienna, poi in Russia fermandosi a Mosca e Pietroburgo, poi in Svezia e infine si stabilisce a Londra. Qui ristampa, nel 1813, De l’Allemagne, che riscuote enorme successo e viene considerato l’attestato di nascita del romanticismo francese. Con la caduta di Napoleone, può tornare in patria, dove continua la sua attività di intellettuale e promulgatrice di un dialogo europeo.

Per esempio, mantenendo attivi i rapporti con l’Italia: nel 1816 si inserisce nel dibattito che infuriava tra classicisti e romantici italiani – ed è qui che ha fatto la sua apparizione durante la mia lezione. Lo fa con un articolo intitolato Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni  dove chiede agli intellettuali italiani di discostarsi dall’adorazione dei classici per aprirsi invece alla letteratura europea, in particolare quella inglese e tedesca.

È la donna del secolo.
– Vincenzo Monti

La de Staël sa di vivere in una condizione privilegiata rispetto a tante donne e tanti uomini del suo tempo, ma è proprio per questo che non riesce a fermarsi di fronte a nulla. È scomoda e non ha paura di esserlo – perché sa che solo con il confronto si può procedere. Ha una voce e sa usarla, scrive e interviene su qualsiasi tematica possa aiutare la riflessione collettiva, svincolata da qualsiasi confine geografico. Non è sottomessa a nessuno, ma è il punto d’incontro di tutta Europa.

La sua influenza le viene infine riconosciuta al suo ritorno in Francia, dove viene acclamata come letterata e autorità politica poco prima di morire improvvisamente, nel 1817. Ma ormai è fatta: l’Europa aveva cominciato a guardarsi negli occhi.

«Signora, non mi piace che le donne si occupino di politica.»
«Avete ragione, generale, ma, in un paese dove si taglia la testa alle donne, è naturale che esse desiderino conoscerne il motivo.»
– Dialogo tra il giovane generale Napoleone Bonaparte e la vedova de Condorcet, riportato da Madame de Staël nel suo libro Dieci anni di esilio.