Se pensate che Luisa Spagnoli sia stata solo una stilista di abiti per signora, vi sbagliate di grosso. Stiamo parlando infatti della prima imprenditrice italiana, fondatrice di ben due tra le aziende italiane più importanti del mondo. Luisa Spagnoli aveva una mente fervida e un’immaginazione rivolta sempre verso l’innovazione, che le permise di vedere al di là del suo tempo e dei suoi limiti: era una visionaria.

Luisa Sargentini Spagnoli nasce nel 1877 a Perugia, da una famiglia di umili origini. La sua storia è comune a quella di molte donne di quel periodo storico: nel 1898 si sposa con Annibale Spagnoli e poco dopo arriva il primo figlio. A Luisa però il ruolo di madre non basta: ha sempre avuto molti sogni, tra cui aprire una pasticceria e lavorare come sarta.

Agli inizi del ‘900 decide quindi di rilevare una drogheria di Perugia e inizia a produrre confetti con il marito. Nasce così la confetteria Spagnoli, che in poco tempo attrae decine di clienti. Tra questi c’è Francesco Buitoni, proprietario del pastificio Buitoni. Gli affari vanno bene, ma nel frattempo nascono altri due figli e le esigenze economiche crescono. Con la sua intraprendenza e la sua voglia di lanciarsi in sfide sempre nuove, Spagnoli inizia a produrre anche caramelle e cioccolatini.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, a Torino era nata e cresciuta l’industria dolciaria italiana. Si producevano i famosi Baci di Dama e i Krumiri, i Gianduiotti e le uova di cioccolato. L’industria Caffarel è tuttora considerata la pioniera del cioccolato italiano e aveva conquistato rapidamente tutto il mercato del Nord Italia, configurandosi come bene di lusso. Spagnoli capisce che può sfruttare le sue doti per avviare una vera e propria industria. Le mancano però i mezzi economici.

Nel 1907 nasce così la “Società Perugina per la fabbricazione dei confetti”, di Annibale Spagnoli, Francesco Buitoni, Leone Ascoli e Francesco Andreani. A dirigerla effettivamente sono Annibale, responsabile tecnico, e Luisa, direttrice della produzione, mentre Buitoni si occupa di marketing e di bilanci. Dopo un paio di anni, però, le cose iniziano ad andare male: la piccola industria di quindici dipendenti è sull’orlo della bancarotta. Francesco Buitoni decide di affidare l’azienda al figlio Giovanni, appena ritornato dalla Germania dopo un periodo di studio.

L’anno seguente Annibale Spagnoli cede il suo posto alla moglie, la quale si trova a dover fare i conti con i debiti dell’azienda. Luisa capisce che il problema risiede nella politica commerciale della Perugina, volta a fare concorrenza alle grandi industrie dolciarie che monopolizzano il mercato del Nord Italia. Secondo lei, invece, l’azienda deve produrre un prodotto destinato al ceto medio, da distribuire nel centro-sud. Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni ridisegnano così la strategia commerciale dell’azienda e in poco tempo i bilanci migliorano. Nel 1915 l’azienda viene trasferita nel modernissimo stabilimento di Fontivegge, dotato tra l’altro di binari collegati alla ferrovia.

Con lo scoppio della guerra, però, gli uomini devono partire per il fronte e Luisa rimane a dirigere l’azienda con i due figli maggiori. In quel periodo, tutte le fabbriche chiamano le donne a lavorare al posto del marito in guerra, ma Spagnoli fa molto di più. Essendo una donna lavoratrice e madre, sa che le donne non solo sono una risorsa importante, ma possono essere anche produttive tanto quanto gli uomini, con i giusti strumenti per lavorare serenamente. Permette quindi alle dipendenti di portare in fabbrica i/le figli/e, in modo che nessuna di loro debba rinunciare al lavoro per la cura della prole e viceversa. Sa che quello di madre è un lavoro a tutti gli effetti, che a conti fatti le donne lavorano il doppio: retribuisce quindi anche le ore passate ad allattare, perché secondo lei è un diritto. Non solo: fornisce cibo e abiti, soprattutto nei mesi invernali.

Con la guerra in corso, materiali come lo zucchero e il carbone diventano irreperibili e diventa impossibile produrre caramelle e confetti. Spagnoli decide così di convertire gli impianti verso la lavorazione del solo cioccolato e nel 1917 nasce il Cacao Perugina. È un’idea che si rivela vincente: durante la Grande Guerra la Perugina si espande così tanto da arrivare a contare più di cento dipendenti, per lo più donne. Il fatturato passa a 5,3 milioni di lire in soli quattro anni. Questo è grazie al fiuto per gli affari di Spagnoli, alle sue idee innovative e ai suoi cioccolatini sempre nuovi che conquistano in breve tempo il mercato italiano.

È però il 1922 l’anno della svolta storica: Luisa si accorge che viene gettata via una quantità enorme di scarti di produzione, consistenti per lo più in gianduia e granella di nocciole. Crea così un cioccolatino dalla forma particolare, con un nocciola intera e ricoperto dal cioccolato fondente “Luisa”. Nasce il cioccolatino Cazzotto, a cui Buitoni darà il nome più conosciuto di Bacio.

All’interno della società iniziano però dei malumori: qualche anno prima, la Perugina aveva cambiato la ragione sociale in “La Perugina – Cioccolato e confetture”. Il progetto di Buitoni è di trasformarla in una società per azioni. I soci però non sono d’accordo, quindi vengono liquidati e l’imprenditore prende il controllo della società. Luisa Spagnoli non ci sta, e dopo anni di sacrifici e prodotti ideati vuole riconosciuta la sua parte.

Nel frattempo, inoltre, è avvenuto un significativo cambio nella legge italiana alla fine della guerra: l’autorizzazione maritale, introdotta dal Codice Civile del 1865, era stata abolita mentre veniva riconosciuta la capacità giuridica della donna. Dal 1919, quindi, potevano avere accesso alle stesse professioni e incarichi pubblici dei uomini, a esclusione di incarichi giurisdizionali oltre che de “l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato”.

Luisa ottiene così una parte delle quote societarie del marito e affida la direzione tecnica e produttiva al figlio maggiore. In questo modo, può concentrarsi totalmente nell’impegno sociale verso le condizioni delle/dei sue/suoi dipendenti. Apre un vero e proprio asilo nella fabbrica e offre posti di lavoro alle donne maltrattate dal marito, perché capisce che questi sono i primi strumenti di aiuto da dare alle donne in difficoltà: aiutarle a trovare la propria indipendenza. Non solo, istituisce la cassa-mutua per le malattie e la cassa interna di depositi dei risparmi. Introduce il servizio della mensa, uno spaccio alimentare dove poter fare la spesa a fine turno e organizza corsi serali di lingue straniere e di igiene domestica.

Nel frattempo, la Perugina diventa un’azienda rinomata, che immette sul mercato prodotti di gran successo. Nel 1926, infatti, Luisa inventa un’altra dolce prelibatezza che ancora possiamo gustare: Rossana, considerata la caramella italiana più famosa nel mondo.

Il genio creativo di Luisa però non conosce freni e le viene subito un’altra idea: lavorare l’angora, per realizzare capi di lana pregiata accessibili anche alle donne meno ricche. Negli anni ’20 aveva iniziato ad allevare i conigli d’angora e aveva notato che il pelo si staccava facilmente, rimanendo in mano. Dopo un certosino studio sulle razze e sulle metodologie, Spagnoli brevetta una tecnica particolare per filare la lana d’angora, ottenendo la stessa morbidezza data dal cachemire. Mette su così un allevamento “cruelty free”, in cui i conigli vivono dignitosamente e non vengono tosati, ma spazzolati con particolari pettini tutti i giorni in modo da staccare il pelo nel modo più indolore possibile.

Nel 1928 nasce il laboratorio “Angora L. Spagnoli” nel borgo di Santa Lucia (Perugia), impegnato nella produzione di maglieria in lana e scialli. Luisa commercializza i suoi prodotti inserendo guanti e calzini in lana come sorpresa all’interno delle uova di Pasqua Perugina. Un’altra delle sue idee innovative, visto che fino a quel momento le uova erano prodotte senza sorprese al loro interno. Ma è soprattutto la Fiera di Milano a darle più notorietà, definendo i suoi prodotti di ottima qualità.

Negli anni ’30 Spagnoli inizia a sognare la “Casa dell’Angora”, una vera e propria città progettata a ridosso della fabbrica di Santa Lucia, con case per le dipendenti, scuole, strutture ricreative e una piscina. Purtroppo non arriva a vedere il suo progetto realizzato, poiché muore infatti nel 1935 a Parigi, dove si è recata per curare un tumore alla gola.

I suoi sogni sono stati però realizzati dal figlio Mario, che ha continuato a portare avanti l’impegno della madre nell’offrire una vita dignitosa alle/ai dipendenti. Oggi, il marchio di moda Luisa Spagnoli S.p.a. è ancora uno dei più prestigiosi in Italia, con negozi in tutto il mondo, e viene diretto dalla bisnipote Nicoletta Spagnoli.

Luisa viene ricordata non solo come la prima imprenditrice d’Italia, ma anche come l’imprenditrice che ha dato più spinta all’industria umbra e italiana nei primi anni del ‘900, anticipatrice del Made in Italy. Una donna che non si è lasciata fermare dalle convinzioni e dalle convenzioni del tempo, che ha sognato in grande sapendo che nulla può costringere le donne a stare a casa, a rinunciare ai propri sogni e alla propria libertà.

Spagnoli è stata una vera forza nella lotta per i diritti delle donne, combattendo per l’indipendenza delle donne e approfittando della guerra per inserirle nel mondo del lavoro. La sua è stata una delle pochissime aziende che ha permesso alle proprie dipendenti di mantenere il posto di lavoro alla fine del primo conflitto mondiale e ha fornito loro tutti i mezzi necessari per una vita dignitosa.

In questo senso, è stata la prima a delineare un quadro chiaro delle strutture sociali che servono alle donne, tutte basate sulla garanzia della loro indipendenza economica e sul facilitare la loro vita, in modo da poter permettere loro di poter avere le stesse occasioni degli uomini. Basti pensare che la creazione di asili all’interno delle aziende è un diritto per il quale ancora oggi stiamo combattendo mentre nella fabbrica di Spagnoli era già una realtà negli ’20. Inoltre, è stata una delle prime a sostenere le donne vittime di violenza. Tutti temi di un’attualità disarmante, se pensiamo che sono stati concepiti agli inizi del ‘900, quando le donne ancora non potevano neanche votare.


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