Ecco la pazza che passa danzando, mentre ricorda vagamente qualcosa.
(Conte di Lautréamont, I canti di Maldoror)

Quando Jean-Martin Charcot pubblicò l’Iconographie photographique de la Salpêtrière, nel 1877, aveva la sincera pretesa scientifica di fornire la rappresentazione di una malattia mentale, nello specifico l’isteria, in maniera chiara ed incontrovertibile.

La Salpêtrière, di cui Charcot era diventato direttore quindici anni prima, era un ospedale psichiatrico parigino in cui, sin dal 1690, venivano rinchiuse soprattutto donne, donne “alienate, debosciate, instabili”. Lo scrittore e giornalista Jules Clarétie definì la Salpêtrière come “una città dolorosa [dove le mura] sembrano aver conservato, nella loro vetusta solennità, il carattere maestoso di un quartiere al tempo di Luigi XIV, dimenticato nella Parigi dei tramways elettrici. Sembra la Versailles del dolore”.

In questa “Versailles del dolore”, Charcot ebbe modo di incontrare quattro o cinquemila donne che lui stesso definì “infernali”. Prima di concepire l’Iconographie, Charcot organizzava delle lezioni che si tenevano ogni martedì sera (chiamate appunto Leçons du mardi), dei veri e propri spettacoli del dolore in cui mostrava agli allievi cinque malate alla volta mentre venivano colte da crisi isteriche sul palco del suo anfiteatro. Lo scopo di questi spettacoli era rendere immediatamente riconoscibile l’isteria attraverso le espressioni e le pose che le donne assumevano, e che avrebbero dovuto rendere subito chiaro che il loro utero vagava all’interno del loro corpo.

Charcot tiene una lezione sull’isteria alla Salpêtrière

Ma gli spettacoli non erano sufficienti, in quanto quelle immagini non potevano essere trattenute dagli occhi e, appena svanivano, con esse svaniva anche la rappresentazione. Decise quindi di dedicarsi alla sua mastodontica raccolta fotografica di “isteriche”, affinché lo spettacolo della follia fosse sempre reperibile e consultabile, così che tutti avrebbero potuto riconoscerla con un solo sguardo.

Se per certi versi non è sbagliato affermare che l’isteria è stata in qualche modo “inventata” da Charcot nell’ultimo trentennio del XIX secolo, la sua storia è molto, molto più antica. Esistono ben due papiri egiziani che ne parlano, il papiro Kahun e il papiro Ebers. In entrambi questi papiri, la scienza egiziana descriveva un’alterazione psichica che colpiva le donne e che si riteneva fosse causata dallo spostamento dell’utero all’interno del corpo.

Nel IV secolo a.C. venne utilizzato per la prima volta il termine isteria (da hystéra, utero) da Ippocrate, nel trentacinquesimo aforisma del suo Corpus Hippocraticum (“Se una donna soffre di isteria, sternutire è di beneficio”). Secondo Ippocrate, l’utero errante e l’astinenza sessuale erano le due cause concatenate all’origine dell’isteria e provocavano nelle donne colpite convulsioni, difficoltà respiratorie e sensazioni di soffocamento. I rimedi suggeriti riguardavano sia l’applicazione di fumigazioni aromatiche sul basso ventre o sulla testa delle donne, sia il matrimonio, nel caso in cui le donne fossero vergini e non vedove.

La convinzione secondo la quale ci fossero queste due cause all’origine dell’isteria, è rimasta pressoché identica per secoli. Durante il periodo della caccia alle streghe, la Chiesa cattolica, sempre in prima linea quando si tratta di misoginia, prese a considerare l’isteria non tanto come una patologia, quanto come la conseguenza (oppure la prova, a seconda delle esigenze) del patto stretto dalla donna ammalata con le forze demoniache.

Nonostante un interesse secolare, tuttavia, la medicina non riusciva ad inquadrare precisamente l’isteria. Le isteriche, per lo più, soffrivano di convulsioni e spasmi, ma era difficile dire in cosa effettivamente queste differissero rispetto a quelle di cui soffrivano gli epilettici. Vi erano poi una serie di sintomi ricorrenti ma che non si manifestavano sempre, e che erano comunque riconducibili ad altri tipi di patologie, come il mutismo, l’inedia, le paralisi o le nevralgie.

L’unico vero elemento che distingueva l’isteria da altri disordini psichici e neurologici di natura sconosciuta rimaneva, in sostanza, la sua natura esclusivamente femminile. Il primo, vero tentativo di darle un inquadramento nosologico arrivò appunto in epoca moderna, prima con Charcot e poi con Sigmund Freud.

La teorizzazione di Freud, forse, non ci sarebbe stata senza gli studi di Charcot, tuttavia la psicoanalisi ne prese anche le distanze. Usando come soggetto d’elezione la nevrotica di estrazione borghese, la psicoanalisi rifiutò l’origine organica dell’isteria, attribuendole una natura inconscia e, più precisamente, ritenendo le manifestazioni fisiche dell’isteria come la simbolizzazione di desideri o traumi che avevano la duplice funzione di esternare e risolvere il conflitto (il quale era, ovviamente, di carattere sessuale).

Per Freud, dunque, l’isteria andava inquadrata come un male della mente che restava per sua peculiarità invisibile, mentre Charcot, all’opposto, era ossessionato dalla sua natura organica e dalla conseguente rappresentazione diretta che, a suo parere, doveva essere trovata.

Charcot ebbe una sorta di intuizione circa la malattia mentale, un’intuizione di cui era probabilmente poco consapevole ma che non la rendeva meno vera e importante: il problema della sua riconoscibilità. Attraverso le fotografie, Charcot non lavorava solo sulle immagini, ma lavorava sull’immaginario, promettendo a tutti di fornire gli strumenti per poter dire “questa donna è pazza”.
La rappresentazione, però, aveva ancora un grosso limite.

L’impressionante quantità di fotografie raccolte mostrava molte donne, forse troppe donne, ognuna con la sua specifica individualità. Mancava, in qualche modo, un ideal tipo di riferimento, un prototipo, una donna che emanasse in modo inconfondibile quella che Charcot chiamava aura isterica, intesa come prodromo dell’attacco isterico.

Charcot aveva bisogno di un’isterica cui avrebbero dovuto assomigliare tutte le altre e che rappresentasse chiaramente le quattro fasi di un attacco isterico “completo e regolare”: l’epilettoide, assimilabile ad una normale crisi epilettica, il clownismo, cioè la fase delle contorsioni, la fase delle “pose plastiche” o degli “atteggiamenti passionali”, e infine il delirio, quella più penosa, con urla e soliloqui, in cui si cercava di fermare l’isterica.

Augustine

Questo prototipo finì per essere incarnato da una ragazza di soli quindici anni e mezzo, di nome Louise Augustine Gleizes, chiamata semplicemente Augustine. Augustine, che era stata ricoverata nell’inverno del 1876 a causa di una paralisi al braccio destro e per “attacchi gravi di isteria, preceduti da dolori nella parte destra del basso-ventre”, era considerata da Charcot un “esempio molto regolare, molto classico” di isterica.

A ben vedere, tuttavia, fu solo la giovane età della ragazza a permettere a Charcot di farne un modello. Di fatti, dai resoconti, non viene descritta la sua malattia, quanto il suo carattere. Secondo i medici, Augustine era

“energica, intelligente, affettuosa, impressionabile, ma capricciosa, ama molto attirare l’attenzione su di sé. Vanitosa, dedica molto tempo alla cura della sua persona, a sistemarsi la folta capigliatura cambiando spesso acconciatura: i nastri dai colori vivaci la rendono allegra.”

Insomma, una descrizione che effettivamente non dice nulla dell’isteria e che, di per sé, sarebbe stata applicabile ad altre migliaia di ragazze.

Ma Augustine aveva la sfortuna di essere poco più di una bambina, non aveva avuto nemmeno le prime mestruazioni, come Charcot sottolineò in vari passaggi. Era quindi la possibilità di osservarla per un periodo molto prolungato di tempo che offrì a Charcot l’illusione di aver trovato una perfetta regolarità, una ciclicità che confermasse la sua rappresentazione, semplicemente ripetendosi nel tempo.

La povera Augustine restò per circa tre anni alla Salpêtrière, anni durante i quali è lecito pensare che imparò a mettere in atto una serie di strategie volte a dare a Charcot esattamente quello che lui si aspettava da lei: rappresentazioni regolari, spettacoli sempre uguali a se stessi, in cui andava ciclicamente in estasi, oppure cadeva in preda al delirio riguardante lo stupro subito. Nel 1880, venne rinchiusa in una cella a causa di una “ricaduta” e un “violento stato di agitazione” che la portava a “frantumare vetri, lacerare la camicia di forza e così via”.

Dalla cella, però, incredibilmente riuscì a scappare, nonostante la stretta sorveglianza cui Charcot aveva obbligato la sua isterica preferita. La sua fuga rappresentò, per certi versi, il fallimento dell’impianto teorico fino a quel momento sviluppato, anche perché, ironicamente, Augustine riuscì a scappare travestendosi da uomo, da sempre il modo più efficace per non essere scambiata per un’isterica.


Per approfondire:

L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière, di Georges Didi-Huberman, 1982