Ormai da tempo, fortunatamente, si discute della disparità di trattamento economico delle donne rispetto ai colleghi uomini in molti settori della nostra economia. Alcuni paesi europei, come la Francia ad esempio, viene addirittura “celebrata” la data a partire dalla quale, nel corso di un anno, le donne incominciano a “lavorare gratis”.

Calcolando infatti la differenza in busta paga a parità di titolo di studio, mansione, orario, in 10 Paesi europei (fra i quali Regno Unito, Germania, Austria) le donne smettono di essere pagate per il loro lavoro a partire dal mese di giugno, in altri 15 (fra i quali Francia, Spagna, Norvegia) il mese di “passaggio” è novembre. Fortunate le italiane che, insieme alle colleghe di altri 6 stati (come Polonia e Belgio) lavorano senza stipendio solo a dicembre. A loro parziale “discolpa” bisogna anche calcolare il livello salariale e contrattuale medio dei paesi, ma non è questo ciò su cui voglio qui soffermarmi.

Questo è il dato emerso. Esiste poi un “sommerso”, un lato ancora più oscuro nell’universo del gender gap professionale: si tratta del lavoro non retribuito. Fanno parte di questo grande contenitore di tempo non riconosciuto né socialmente né economicamente gli interventi di cura della famiglia (figli, genitori anziani, disabili, persone momentaneamente o permanentemente non autosufficienti), della casa (pulizie, pratiche riguardanti la manutenzione e gestione, cucina, spesa, organizzazione “logistica” del ménage domestico), delle relazioni (i colloqui con i professori a scuola, con il personale del centro diurno, la gestione degli spostamenti – sport, parrocchia, bocciofila, corso di musica – di chi da solo non può andare). Occupazioni che, nella maggior parte dei casi, sono ancora interamente in capo alla donna.

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Di lavoro non retribuito non si parla mai molto, forse perché culturalmente si considerano alcune attività come di “naturale” competenza di un genere, come se non si trattasse di un condizionamento sociale, ma di una spontanea manifestazione di una tendenza innata alla cura, un soddisfacimento di un bisogno relazionale, più che il mantenimento di un cliché estremamente funzionale. Non se ne parla perché parlarne e soffermarsi con attenzione sulle quotidiane competenze messe a servizio gratuitamente da una donna, che spesso ha già una sua occupazione “primaria”, metterebbe seriamente in discussione un sistema che da secoli si regge perfettamente sulla disparità.

Prendiamo un dato: in Italia una donna impiega in media 5,3 ore al giorno in lavoro non pagato, contro l’1,7 di un uomo. Non sempre questa “forbice” è dettata dal maggior tempo libero dall’impiego principale a disposizione della donna: molto spesso si tratta dello stesso monte ore a disposizione “fuori dall’orario d’ufficio” impiegato dalle donne per servizi di utilità e dagli uomini in attività legate ad interessi e bisogni personali.

Questo non vuol dire che gli uomini siano egoisti scansafatiche, ma semplicemente che ci siamo abituati a considerare normale il mancato riconoscimento del lavoro di cura, anche nel caso in cui sia un uomo a compierlo. Ai lavoratori non riconosciuti però viene almeno concesso un, pur piccolo, “riconoscimento” sociale: in fondo sono bravi a “occuparsi delle faccende” anche loro.

A fronte di un’analisi del dato di fatto per nulla confortante – e per questo rimando agli studi di Diane Rosemary Elson, economista e sociolga impegnata nello studio del rapporto genere/lavoro – viene spontaneo chiedersi: dopo un consolidamento delle abitudini secolare, è pensabile che un cambio di rotta sostanziale passi soltanto attraverso una riforma culturale?

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La mia risposta è decisamente no. L’intervento sugli stereotipi di genere, nuovi modelli educativi, i percorsi di responsabilizzazione sociale rispetto ai ruoli di cura, possono fare molto, ma un buon risultato in questo senso resterebbe sempre e comunque parziale. Anche se si arrivasse infatti alla completa equiparazione delle responsabilità (cosa comunque ardua), resterebbe aperta una questione: il lavoro “non pagato” è lavoro? E se è lavoro perché non viene riconosciuto come tale e come tale tutelato?

Dal mio punto di vista il lavoro non pagato è lavoro a tutti gli effetti. Per quanto si possa voler bene a un genitore aiutarlo, da anziano, ad alzarsi e vestirsi o lavarsi è un lavoro. Un lavoro che per molti non rappresenta una scelta, ma un obbligo dato dal fatto che con la retribuzione offerta dal lavoro “vero” non risulta possibile affrontare la spesa di un aiuto domestico. E così ci si trova a lavorare due volte, tre volte, quattro volte tanto e a non avere tempo per vivere.

Considerando i dati italiani a una donna che lavora 8 ore al giorno, alle quali aggiunge 5 ore (per difetto) di lavoro non retribuito, restano 11 ore di “vita” al giorno. Eliminando le ore di sonno, circa tre ore al giorno. Sommando le ore settimanali a quelle del weekend, in media una donna “vive” per sé stessa, per i suoi interessi e passioni 8 giorni al mese. Fortunate le poche che svolgono almeno un lavoro gratificante!

Sarebbe tempo di provare a sperimentare, almeno nella teoria, modelli nuovi di relazione vita/lavoro che prevedano un riconoscimento – in termini economici o di tempo – del lavoro non retribuito. Un compenso più adeguato del lavoro “ufficiale” potrebbe permettere la spesa per i servizi di cura (generando fra l’altro ulteriore impiego). Un riconoscimento del tempo di cura (scelto e non obbligato), in termini di flessibilità oraria, ad esempio, garantirebbe una più equa distribuzione del carico di gestione familiare e, al contempo, un’immagine sociale del lavoro svolto decisamente differente rispetto a quella di un dato di fatto, a tempo perso.

Il tema è certamente troppo complesso per essere affrontato in pochi paragrafi, ma solo passando da una concezione assistenziale e di “concessione” nei confronti di determinate categorie o situazioni (es. permessi speciali, sostegno alle categorie protette) – che pure rappresentano un segno di civiltà e una conquista non da poco del recente passato – a una nuova concezione della distribuzione del tempo di lavoro e di vita, con un riconoscimento chiaro e preciso del lavoro non retribuito come lavoro a tutti gli effetti, riusciremo a modificare lo status quo e arrivare, forse a una società in cui si lavora per vivere, non si vive per lavorare, e con il lavoro ci si guadagna la possibilità per essere quello che siamo.