L’analisi storica dello spionaggio italiano appare estremamente sfuggente per una serie di ragioni. Vi sono in primo luogo dei problemi di natura pratica, relativi al reperimento e all’affidabilità delle fonti. Spesso si hanno a disposizione verbali di interrogatorio, rapporti, memoriali difensivi, ma può risultare assai complesso interpretarne correttamente i contenuti poiché esiste, da una parte, la volontà degli accusatori di distorcere le informazioni e di screditare gli imputati, e dall’altra ci sono gli stessi accusati a mettere in atto strategie di mascheramento e di contenimento dei danni (in modo non dissimile da quanto avveniva nei processi per stregoneria).

Proprio come per la stregoneria, i fatti nudi e crudi si sono spesso intrecciati ad una narrazione mitica, romanzata e certamente fantasiosa, volta più ad esercitare fascino e suggestione che al racconto della realtà. La suggestione più facile, dunque, è quella di costruire uno stereotipo, soprattutto laddove si intende spiegare qualcosa di incomprensibile e spregevole come il tradimento della propria patria, lavorando per il “nemico”.

Negli anni, si è andato quindi a delineare il profilo della spia come di un personaggio sfuggente per sua natura, caratterizzato dall’amore per il rischio, una scarsa fibra morale, una tendenza all’avidità e un’essenza subdola, lasciando spesso in secondo piano le motivazioni più squisitamente ideologiche che portano un individuo a correre simili pericoli.

La spia perfetta non ha legami familiari, ha una propensione cosmopolita ed una vita piuttosto irregolare, conosce tante lingue e sottovaluta i rischi. Lo stereotipo si rafforza nel caso in cui si tratti di spie donne: a queste ultime, ovviamente, è più facile negare la nobiltà degli ideali a causa della condizione di subalternità vissuta nella storia. Inoltre, restano radicate le influenze secolari che portano alla sessualizzazione di ogni azione delle donne (d’altronde, la biblica Dalila carpì a Sansone il segreto dell’invincibilità tramite la seduzione, per poi rivelarlo ai suoi nemici e la più famosa spia donna, Mata Hari, era anche una danzatrice).

Laura D’Oriano – Illustrazione di Marta Zanello

Tra le spie che hanno agito in Italia durante la Seconda guerra mondiale, in funzione antifascista, ce n’è stata una spesso descritta come assai aderente all’idealtipo, con una storia priva di una specifica molla politica di base, in cui è assente anche il corollario romantico dello spionaggio: si tratta di Laura D’Oriano, unica donna ad essere stata condannata a morte nella storia del nostro Paese.

Nacque ad Istanbul quando era chiamata ancora Costantinopoli, il 27 settembre 1911, da una famiglia italiana. Visse all’estero per gran parte della sua gioventù, era effettivamente apolide ed era in grado di parlare cinque lingue: l’italiano, il francese, il russo, il turco e il greco. A diciassette anni tentò la carriera di cantante a Parigi, ma questa stentava a decollare, così, a vent’anni, sposò un cittadino svizzero, di nome Emil Fraunholz dal quale ebbe due figlie.

Si rese conto molto presto di non essere tagliata per la vita familiare, tanto meno per la maternità, ed una notte, nel 1935, desiderosa di libertà lasciò la propria casa per non tornarvi mai più. Passò quindi gli anni successivi tra Nizza e Parigi, in condizioni economiche precarie, fino al 1940: l’anno in cui Mussolini dichiarò guerra alla Francia, conobbe un uomo di nome Daniel Pétard che aveva legami con l’intelligence britannica e la fece diventare una spia.

Dapprima Pétard l’avvicinò per assumerla come dattilografa nel suo negozio, poi calò la maschera e iniziò a farle una serie di domande sulla sua vita, chiedendole di firmare un documento col quale si impegnava a prestare un non meglio precisato “aiuto”, in altrettanto vaghi “casi di necessità”. Le presentò in seguito un tizio di nome Simon Cotoni, che divenne il suo referente.

L’anno successivo, D’Oriano ebbe il suo primo incarico: monitorare i movimenti di alcuni sommergibili italiani a Bordeaux. Iniziò dunque la sua attività, utilizzando messaggi in codice, assumendo un’identità fittizia (quella di Louise Fremon, o Loulou) e familiarizzando con l’utilizzo dell’inchiostro simpatico.

Le cose, però, si complicarono presto. Quando rientrò a Marsiglia, Cotoni le presentò un agente di nome Cosik, il quale decise di utilizzarla nei porti di Genova e Napoli per rilevare l’ubicazione delle navi militari. D’Oriano, quindi, dovette entrare in Italia, con la falsa identità di Laura Fantini, tuttavia non sapeva che del suo arrivo era già stato avvisato il controspionaggio. Dal momento in cui mise piede in Italia, venne costantemente pedinata e la sua attività monitorata; venne infine arrestata sul treno che avrebbe dovuto condurla da Roma a Napoli.

L’atteggiamento di D’Oriano durante gli interrogatori e la carcerazione fu estremamente strategico: tentò infatti in tutti i modi di minimizzare le proprie responsabilità, i propri contatti e le proprie azioni, lasciando fuori qualsivoglia motivazione ideologica. Nonostante ciò, cercò contestualmente di tenere fuori tutte le persone che aveva coinvolto nella sua attività, mostrando un certo altruismo.

La sua carcerazione fu assai lunga (durò oltre un anno) e si concluse con una condanna a morte, sebbene il suo ruolo nelle operazioni di spionaggio fosse stato effettivamente marginale. Ciò dipese dal doppiogioco portato avanti a favore dell’Italia da uno dei suoi complici, Emilio Bryda.

Laura D’Oriano venne giustiziata all’alba del 16 gennaio 1943, da un plotone di esecuzione (come Mata Hari): aveva trentun’anni. Il suo cadavere, sepolto in forma anonima, venne identificato tre anni dopo da suo padre, che riuscì a darle poi degna sepoltura nel cimitero del Verano, a Roma.

Per approfondire:

DOCU-FICTION
Sulla vita di Laura D’Oriano è stato realizzata nel 2011 una docu-fiction italiana dal titolo Laura D’Oriano – La spia condannata a morte: tra gli intervistati compaiono anche la figlia di D’Oriano, Anna Keller e lo storico Mimmo Franzinelli; a vestire i panni della protagonista, l’attrice Valentina Carnellutti.

SAGGIO STORICO
Il libro di Mimmo Franzinelli, Guerra di spie (Ediz. Mondadori).