Le date importanti per ricordare Karen Silkwood sono tre:
– il 19 febbraio 1946, giorno in cui nacque a Longview, in Texas;
– il 13 novembre 1974, giorno in cui morì in un incidente stradale a soli ventotto anni;
– il 18 maggio 1979, quando venne “vendicata” dalla sentenza che dichiarò colpevole di inadempienza la compagnia energetica per cui lavorava (costringendola a risarcire la sua famiglia per 10 milioni di dollari).

La sua morte è stata negli anni oggetto di numerose speculazioni: si è verificata infatti la stessa sera in cui avrebbe dovuto incontrare un reporter del New York Times per rivelargli l’esito delle indagini che aveva compiuto segretamente all’interno dell’impianto nucleare per cui lavorava, riguardanti importanti questioni di sicurezza e salute.

Nonostante la polizia abbia dichiarato che si trattava di un normale incidente, dovuto con probabilità ad un colpo di sonno di Silkwood (dato che le analisi del sangue rivelavano che aveva assunto calmanti), molti giornalisti e attivisti sostengono che l’incidente fosse stato provocato da qualcuno che l’aveva spinta fuori strada per chiuderle la bocca.

Meryl Streep / Karen Silkwood nel film “Silkwood” (1983)

Studentessa modello e madre giovanissima

Prima di tre sorelle, Karen Silkwood crebbe in una piccola cittadina circondata da raffinerie di petrolio di nome Nederland, vicino a Houston, Texas. Amici e familiari la descrivono come una ragazzina socievole, che giocava a tennis e pallavolo, aveva un fidanzato fisso e prendeva bei voti a scuola. Le sue materie preferite erano matematica e scienze, e col sostegno del padre non cedette mai alla tentazione di dedicarsi a discipline generalmente considerate più femminili (come economia domestica): entro a far parte del Science Club della scuola e decise di seguire il corso di chimica nonostante fosse l’unica femmina della classe.

Nel giugno del 1964 si diplomò con lode. La sua amica d’infanzia Elaine Augustine ricorda così quel periodo: “Quando finivi il liceo o ti sposavi o ti iscrivevi al college allo scopo di trovare marito”. Con la borsa di studio, Karen Silkwood entrò invece all’Università tecnologica di Lamar; era la prima persona della sua famiglia a frequentare il college.

Ma alla fine del suo primo anno, con sorpresa dei suoi genitori e degli amici, Silkwood decise di scappare in Louisiana per sposarsi con un ragazzo conosciuto l’estate prima, mentre era in vacanza da sua nonna: si chiamava Bill Meadows, veniva dalla California e aveva diciotto anni. Per via della loro giovane età, non trovarono nessuno che celebrasse l’unione, ma questo non li dissuase dal tornare in Texas e dire a tutti che, comunque, si erano sposati.

Silkwood smise di studiare e si trasferì con Meadows a Corsicana, vicino Dallas. Il primo anno assieme fu piuttosto movimentato: lei trovò lavoro come impiegata in una fabbrica di cappelli, lui come operaio in una ditta di oli per motore. Nel 1966 nacque la loro prima figlia, Christie. Nel 1968, fu la volta di Michael. Si trasferirono in Oklahoma e qui nacque la terza figlia, Dawn: Silkwood aveva 24 anni.

Il matrimonio (in common-law come viene definito, cioè tale anche se non è registrato nei registri religiosi o di Stato) iniziava a quel punto a non funzionare più troppo bene: avevano problemi finanziari e Meadows si era innamorato di una delle sue amanti, Kathy, al punto da voler lasciare Karen per lei. Fu Silkwood a decidere per il divorzio: lui glielo concesse, a condizione che gli lasciasse la custodia dei figli. Sapendo di non poter provvedere economicamente per tutti e tre da sola, Silkwood decise di lasciarli ma si assicurò che la nuova fidanzata intendesse prendersene cura.

Nel 1972 lasciò il marito e i tre figli. Per la seconda volta nella sua vita, abbandonava dietro di sé il mondo di certezze e sicurezza: si trasferì in Oklahoma, ad oltre cento chilometri di distanza.

L’assunzione alla Kerr-McGee

Venne a sapere che la Kerr-McGee, la più grande compagnia energetica dell’Oklahoma, stava assumendo tecnici di laboratorio nello stabilimento della vicina città di Crescent, e così fece domanda. Kerr-McGee era un’azienda leader nel settore, una delle prime a cogliere l’ampiezza della domanda di carburanti nucleari e uranio. Per Karen Silkwood era un’opportunità da sogno; all’epoca gli impiegati della Kerr-McGee sentivano di essere parte di qualcosa di più grande di loro, di un’azienda in grado di aiutare il loro Paese, se non addirittura l’ambiente con le loro ricerche.

Nell’agosto del 1972, iniziò il periodo di training pre-assunzione e iniziò a lavorare nel laboratorio metallurgico: il suo compito era individuare errori nella sigillazione delle barre di plutonio. Imparò poi a lavorare alla cosiddetta scatola a guanti (“glove box”), un contenitore sigillato in cui sono contenute sostanze o strumenti accessibili solo tramite guanti robusti e lunghi, che permettono all’operatore di evitarne il contatto fisico, effettuando le manipolazioni necessarie in sicurezza.

Silkwood non intendeva fallire, questa volta, e in pochi mesi divenne una delle impiegate più brillanti dello stabilimento. Sul lavoro conobbe anche il suo secondo amore: Drew Stevens. Stevens era interessato alle questioni relative alla sicurezza nell’impianto, e convinse Silkwood ad unirsi a lui nel sindacato interno, l’Oil, Chemical & Atomic Workers Union (OCAW).

In seguito all’arrivo di una nuova commessa per il Governo federale, i turni alla Kerr-McGee si erano fatti più pesanti: 12 ore, per sette giorni a settimana. In quel periodo venivano commessi molti più errori allo stabilimento, per via dello stress e della stanchezza accumulata dagli operai: anche le fuoriuscite di radiazioni dalla camera stagna erano frequenti. Quando suonava la sirena, erano tutti addestrati a indossare maschere protettive: il più delle volte però non aderivano perfettamente al volto, e i colleghi di Silkwood testimoniano che non si sentivano del tutto protetti. In tutto questo, l’impianto non chiudeva, ma andava avanti nonostante gli incidenti e la scarsa qualità delle protezioni.

Nessuno aveva idea della pericolosità di eventuali contaminazioni da materiale radioattivo. Avevano iniziato a scherzare su chi veniva “cotto” per primo, quando per “cotto” intendevano contaminato dal plutonio. La prassi in quel caso era sottoporsi alla doccia decontaminante e avere il resto del giorno libero.

L’impegno sindacale, le prime contaminazioni

Convinta che la Kerr-McGee stesse anteponendo il profitto alla sicurezza dei suoi lavoratori, Karen Silkwood partecipò più attivamente alle attività del sindacato. Entrò a far parte del comitato di contattazione sindacale, prima donna a farlo nella storia di quell’azienda.

Col taccuino nella borsa, girava per lo stabilimento pronta ad appuntarsi ogni dettaglio potesse risultare utile. Ma più diventava forte il suo attivismo, più i suoi colleghi (di cui era sempre stata amica) la allontanavano, temendo che potesse mettere in pericolo le loro posizioni lavorative. Perdere un posto allo stabilimento, in una città rurale come quella, avrebbe voluto dire la rovina per molti. La sua relazione con Stevens si fece più tesa, iniziava ad avere problemi di insonnia e le vennero prescritti dei tranquillanti.

Drew Stevens e Karen Silkwood

La sua prima contaminazione avvenne nel luglio del 1974. Nonostante gli ufficiali medici le avessero assicurato che si trattava di un avvelenamento minimo, fu costretta a portare campioni di urina e feci giornalmente, per una settimana, per i controlli di routine.

Nel settembre di quell’anno, volò a Washington verso il quartier generale dell’OCAW con i due colleghi del comitato sindacale e fu lì che apprese per la prima volta che l’esposizione al plutonio era pericolosa per la salute e poteva causare il cancro: nessuno alla Kerr-McGee aveva mai detto ai dipendenti quali potevano essere i rischi derivanti dal lavoro a contatto con i materiali radioattivi, né tantomeno quali misure di protezione andassero adottate per la propria sicurezza. Erano i primi anni Settanta, e sebbene esistessero delle regole sulla radioprotezione, l’applicazione era piuttosto blanda, i controlli rari.

Durante quella riunione, Silkwood annunciò che nell’impianto alcuni dati riguardanti la conformità delle barre di plutonio venivano manomessi e che avrebbe potuto provarlo. Si incaricò di raccogliere prove sul campo della manomissione dei referti, rubandole se necessario (“Era come un soldato in missione dietro le linee nemiche”, ricorda un collega). Ma rischiava grosso: sottraendo documenti stava commettendo un reato federale.
David Burham era un reporter del New York Times interessato a scoprire falle nell’industria nucleare e fu ben presto contattato dal sindacato per un eventuale leak di informazioni.

L’ultima settimana

In quel periodo era molto stressata, aumentò il dosaggio di tranquillanti e chiese alla sua famiglia, in Texas, di trovarle qualche offerta di lavoro.

Il 5 novembre si sottopose al controllo radiazioni dopo aver finito di lavorare e scoprì di essere contaminata: aveva plutonio sulle mani. Aveva lavorato al glove box, dunque o i guanti erano difettosi e avevano lasciato passare il materiale attraverso, oppure qualcuno aveva messo del plutonio dentro i guanti stessi. Si sottopose allora alla doccia decontaminante: si trattava di una pratica molto dolorosa per cui venivi lavato con candeggina e detersivo in polvere e strofinato (scrubbato) con gran forza per rimuovere particelle di plutonio dalla pelle.

Il 6 novembre tornò al lavoro, dopo un’ora di turno passò di nuovo le mani sul rilevatore di radiazioni e si scoprì nuovamente contaminata, questa volta in modo più grave.
Il 7 novembre la contaminazione era ancora più alta, anche se non aveva più maneggiato plutonio dal giorno prima. Doveva essersi avvelenata dunque fuori dallo stabilimento. Si sottopose di nuovo alla doccia, e i suoi superiori, che ormai la consideravano una ficcanaso, iniziarono a crederla responsabile di autocontaminazione. Il movente? Mettere in cattiva luce la compagnia.

La sua macchina (l’Honda Civic con cui avrebbe avuto il fatale incidente) venne ispezionata, assieme all’appartamento che divideva con Drew Stevens e un’amica: la macchina era pulita, ma la casa risultava positiva ai controlli: il bagno era contaminato, soprattutto.
La squadra di operai incaricata di ripulire l’area, iniziò a portare fuori dalla casa ogni oggetto, per metterlo nei barili isolanti e distruggerlo: la caffettiera, il divano persino, le foto dei figli di Silkwood, non le lasciarono nulla.

Per paura di contagiarli, continuava a tenersi alla larga dai figli, che ormai non vedeva da mesi. Nonostante la sua salute fosse ormai compromessa, decise che avrebbe portato a termine il compito assegnatole dal sindacato. Tornò ad Oklahoma City, e confermò ai colleghi la sua disponibilità a parlare col New York Times. L’appuntamento sarebbe stato per il seguente 13 novembre.

L’ultima volta che vide i suoi colleghi, tra cui l’amica Wanda Jean Jung, fu in un caffè, dove si videro per aggiornarsi sugli ultimi sviluppi medici reciproci. Jung ricorda quel momento: “Mi disse che sarebbe morta, per via delle radiazioni, o per un cancro o per altro. Non sarebbe sopravvissuta”. Quella stessa sera rivelò anche che avrebbe denunciato Kerr-McGee, incontrandosi con il reporter David Burham.

Fu proprio dopo averla salutata, mentre si recava al decisivo appuntamento, che ebbe l’incidente e finì fuori strada. L’Honda andò a sbattere contro il muro di calcestruzzo di un fossato e quando arrivarono i soccorsi era troppo tardi. Nella sua borsa trovarono due spinelli e un flacone di tranquillanti. La polizia dichiarò che la causa della morte era incidente stradale causato da sonnolenza da farmaci e non indagò oltre.

Il mattino seguente, Stevens, Burham e un collega andarono al garage in cui era stata custodita la macchina dopo l’incidente, alla ricerca dei documenti che Karen Silkwood aveva raccolto e portava con sé quella notte, ma non trovarono nulla.

La famiglia di Karen Silkwood non credette mai che si fosse trattato di un incidente; il padre, in particolare, dedicò gli anni successivi alla ricerca della verità. Nel 1976, intentò causa civile contro la Kerr-McGee per negligenza (negligenza che avrebbe causato la contaminazione della figlia). Nel 1979, la giuria gli diede ragione e sancì che Kerr-McGee avrebbe dovuto risarcire la famiglia per un totale di 10 milioni e mezzo di dollari. “Sento che Karen è stata vendicata, che quello che aveva sempre sostenuto era vero, e che il popolo americano le può credere ora.” L’avvocato Gerald Spence aggiunse: “[La sentenza di oggi] manda un messaggio chiaro al Governo e all’Industria nucleare, devono dire la verità e se non sono disposti a farlo, devono prepararsi a pagarne le conseguenze.”

L’Atomic Energy Commission dichiarò in seguito che Karen Silkwood non poteva essersi contaminata da sola, poiché il plutonio che le era stato trovato addosso proveniva da una specifica area dentro lo stabilimento.

Grazie alla sua determinazione nel portare alla luce i misfatti della compagnia Kerr-McGee e al fatto di essere stata la prima donna ad entrare nel comitato di contrattazione sindacale interno all’azienda, divenne una figura simbolo sia per il movimento anti nucleare che per quello delle donne negli anni Settanta. Il film Silkwood, uscito nel 1983 con la regia di Mike Nichols e Meryl Streep nei panni di Karen, consacrò ulteriormente il suo mito.


Per approfondire:

Documentario: Karen Silkwood, A Life on the Line.
Film: Silkwood di Mike Nichols, con Meryl Streep, Kurt Russell e Cher.
Libro: The Killing of Karen Silkwood: The Story Behind the Kerr-McGee Plutonium Case, Richard L. Rashke