Le ossessioni, è naturale, non si possono condividere.

Jonathan Coe, La Casa del Sonno

La casa del sonno (The House of Sleep) è un libro dello scrittore britannico Jonathan Coe, uscito esattamente venti anni fa, nel 1997. È un libro che rappresenta la quintessenza della bravura di Jonathan Coe, ovvero la sua capacità di intrecciare le vite terrene e diurne dei propri personaggi con i loro sogni, le loro ossessioni e i loro incubi notturni.

Quattro studenti all’inizio degli anni ’80 si incontrano ad Ashdown, una lugubre residenza studentesca in una non meglio specificata località costiera del Sud dell’Inghilterra, a due ore da Londra. Ad accomunarli, oltre all’indirizzo, è la loro curiosa relazione con il sonno. Sarah è narcolettica e sogna cose così realistiche da scambiarle per la realtà; incontra l’affascinante Veronica durante l’ultimo anno di studi, e inizia con lei una relazione. Robert a sua volta è ossessionato da Sarah, e da un sogno ricorrente che pensa gli indicherà la strada del proprio futuro. Terry studia cinematografia e ha bisogno di 14 ore di sonno a notte, durante le quali fa sogni così belli da rendere ogni risveglio traumatico. Gregory invece considera il sonno la più grande piaga sociale esistente, e molto pragmaticamente spera un giorno di curare l’umanità dalla necessità di sprecare metà della vita dormendo.

Una volta terminati gli studi apparentemente le loro vite si separano; Sarah interrompe la propria relazione con Veronica e la sua amicizia con Terry si dirada fino al punto di scomparire. Gregory diventerà un medico affermato nella ricerca sui disturbi del sonno, e di Robert si perderà misteriosamente ogni traccia.

Li si ritroverà casualmente in contatto gli uni con gli altri a metà degli anni ’90: ricordi e ossessioni che li hanno accompagnati per un decennio li spingono silenziosamente verso una risoluzione definitiva e un nuovo capitolo delle loro esistenze.

L’edizione italiana del libro, per Feltrinelli

La bellezza del romanzo (la cui traduzione italiana a cura di Domenico Scarpa per Feltrinelli è superlativa!) è quella di riuscire ad imbastire un plot sottile e ricco di colpi di scena, senza però far pesare al lettore lo stupore per un incastro così ben riuscito. Come un romanzo giallo nella sua versione onirica, i misteri vengono svelati e le vite dei protagonisti diventano ancora più fitte grazie al simbolismo profondo delle loro attività notturne. Tutti i pezzi del mosaico infine combaciano: si scopre il significato dei sogni dei personaggi; durante lunghe ore insonni emergono frammenti di film creduti perduti per sempre, e il passato si ripresenta alla porta per curare vecchie ferite assieme ad un messaggio lasciato dentro un libro, come a ricordarci che leggere resta sempre e comunque il più grande sogno ad occhi aperti che possiamo fare.

La maestria di Jonathan Coe sta nell’essere il tipo di scrittore il cui ego non prevarica mai la sua stessa storia. Di carattere schivo e poco conosciuto nel proprio paese rispetto alla fama che ha conquistato all’estero, Coe è presente nella vita dei propri personaggi con la discrezione del padrone di casa che non si immischia nella vita delle persone a cui ha affittato il proprio appartamento. Se è necessario interviene a riparare qualcosa, ma lascia a loro il palco delle loro vite.
La Casa del Sonno regge la prova di una lettura a distanza di anni dal momento in cui è uscito perché i suoi personaggi non subiscono il peso di una scrittura legata ad una persona, sono loro stessi i protagonisti dell’ironia della propria vita, che si presterebbe senza dubbio ad uno o più sequel.

Quasi a voler omaggiare la complessità di quelle ore che passiamo a letto, parzialmente incoscienti di cosa ci succede, Jonathan Coe ha essenzialmente scritto un libro per ricordarci della bellezza oscura della nostra vita notturna. Leggere La Casa del Sonno è come avere la possibilità di guardare il film di una vita vissuta per intero, senza interruzioni: andare ogni sera a letto, sembra dire questo libro, è affidarsi ad un mondo del quale non abbiamo quasi mai memoria, ma che ci sembra accogliere e riconoscere ogni volta, ampliando così lo spazio – spesso ristretto – in cui esistiamo.

Jonathan Coe