“Come il sesso in epoca vittoriana, la disabilità è un argomento onnipresente di cui però non si parla nella società odierna”. È con questa premessa che le docenti Brenda Jo Brueggemann, Sharon L. Snyder e Rosemarie Garland-Thomson hanno curato nel 2002 l’antologia di saggi Disability Studies – Enabling the Humanities. All’interno del libro, indirizzato ad un pubblico di accademici e studenti, si trovano espresse le opinioni di illustri ricercatori ed esperti di studi sulla disabilità come Lennard Davis, Robert McRuer o David T. Mitchell.

Nel saggio di quest’ultimo, intitolato Narrative Prosthesis and the Materiality of Metaphor (elaborato assieme a Snyder), ci si concentra in particolare sul modo in cui la narrativa tende a sfruttare la disabilità come molla per favorire gli sforzi letterari dell’autore.
Mitchell e Snyder sostengono che in letteratura abbondino gli esempi di personaggi con disabilità (tra gli esempi analizzati ci sono Il soldatino di stagno di Andersen e l’Edipo re di Sofocle) ma che la loro alterità serva spesso solamente come espediente narrativo, come stravaganza distintiva del personaggio, utile a differenziarlo dalla “norma”, ma poi “velocemente dimenticata una volta che la differenza è stabilita” rispetto agli altri protagonisti.

Le storie insomma si affidano alla “potenza della disabilità come figura simbolica, ma raramente accettano la disabilità come esperienza di dimensioni politiche”.

Kaisa Leka è una grafica e fumettista finlandese che ha scelto invece di raccontare la propria disabilità e porla al centro della narrazione per rompere il silenzio e la vergogna che circondano le malattie e le infermità (avevamo già parlato brevemente di lei, se ricordate).
Nel romanzo autobiografico a fumetti I Am Not These Feet, uscito casualmente nello stesso anno dell’antologia sopracitata, Leka racconta di quando si è fatta amputare entrambi i piedi (o meglio, entrambe le gambe fino al ginocchio) a 24 anni, dopo che una malformazione congenita alle caviglie aveva finito col renderle impossibile camminare sulle grandi distanze e le aveva fatto sviluppare quella che era ormai un’ingestibile dipendenza da antidolorifici.

Come ha scherzato Bart Beaty “siano benedetti i finlandesi per la loro abilità di scrivere bene in inglese come seconda lingua, altrimenti non avremmo idea di quello che stanno dicendo”. Il libro è infatti, come gli altri di Leka, scritto in lingua inglese e questo gli ha indubbiamente garantito circolazione più ampia di quella cui sono abituate le autoproduzioni finniche.

Da noi è stato intercettato da Coniglio Editore e tradotto da Alessandra Sabatini (con il nuovo titolo La ragazza senza piedi). Purtroppo però, il titolo italiano perde il riferimento all’epifania di Kaisa, centrale per la storia, e per esteso per tutta la sua vita.
Affermando che lei non è i suoi piedi, sta ricordando a se stessa (e a chi la leggerà) “di non essere troppo attaccata alle cose di questo mondo”, scrive nel libro.

L’ho contattata via email per chiederle, a distanza di oltre dieci anni, come ricorda quel periodo della sua vita e, sapendola una persona molto spirituale, se le andava di raccontarmi della sua adesione al movimento Hare Krishna, di come l’ha aiutata ad accettare il suo corpo e se stessa.

“Come dicevi, sono ormai passati più di dieci anni dall’uscita di I Am Not These Feet e riguardandolo ora, sento di essere cambiata molto sia come persona che come artista. Anche la società è cambiata, per certi versi in peggio, per altri in meglio. Quando stavo scrivendo il libro non potevo immaginare il tipo di retorica dell’odio che viene usata dai politici oggi.” Una retorica della paura e dell’avidità che non risparmia nemmeno la classe politica del suo Paese: “Anche i politici finlandesi definiscono il valore delle persone in base a quanto profitto riescono a generare e, naturalmente, il disabile così come l’immigrato diventano bersaglio facile per i populisti.”

Kaisa (a destra) al Festival del fumetto di Helsinki. Foto di Poupetta

Con estremo garbo, corregge poi il mio errore da principiante: ““Hare Krishna” non è il vero nome di questa tradizione spirituale, ma un termine che si è usato per definire un gruppo specifico di Viṣṇuisti gauḍīya che vivevano negli Stati Uniti negli anni Sessanta. Io faccio parte di un gruppo diverso, più piccolo di Viṣṇuisti, che si chiama Sri Caitanya Sangha”.

“Ormai sono 18 anni che pratico il Viṣṇuismo gauḍīya e di certo è stato un grande aiuto per me, mentre affrontavo la mia disabilità e i limiti che mi imponeva questo corpo. Niente di quello che è successo ai miei piedi può toccare la persona che sono, realmente.”
Secondo gli insegnamenti dei Veda (i testi sacri dell’Induismo) infatti, noi non siamo il nostro corpo temporaneo, ma l’anima eterna che vi risiede. Kaisa aveva odiato intensamente i suoi piedi per tutta l’adolescenza, ma quando arriva a comprendere questo scollamento riesce a fare il passo (ehm, scusate) decisivo per decidere di procedere con l’operazione.

Mi interessai all’Hare Krishna verso la fine degli anni Novanta. Avevo sofferto parecchio a causa della mia disabilità, e a scuola mi tormentavano per via dei miei vecchi piedi pesantemente malformati e bizzarri a vedersi. Quando incontrai i seguaci di Krishna, mi sentii immediatamente a mio agio e in grado di dare risposta a tutte le domande che avevo: Perché è successo a me? Perché esiste il male nel mondo? E un dio, esiste? Perché lascia che si soffra così tanto?

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Con Christoffer, suo marito, nel loro studio

I Am Not These Feet è strutturato come un diario e si concentra sul periodo precedente all’operazione, avvenuta il 5 marzo 2002, e sul successivo recupero; un periodo in cui l’autrice si trovava combattuta tra la smania per riprendere a camminare con le protesi al carbonio e la frustrazione delle tempistiche dilatate della fisioterapia.

Di certo non lascia indifferenti la premessa di base: come funziona quando decidi di amputare una parte di te per ritrovare la libertà e la salute che ti erano state precluse fino ad allora? Come verrà recepita la tua scelta?

Lo stile di Kaisa Leka è uno stile estremamente minimalista. In ognuna delle sue autopubblicazioni, compresa appunto I Am Not…, gli ambienti sono appena accennati (quando non assenti del tutto) e i personaggi sono ritratti come topi, simili al Mickey Mouse della Disney.
Kaisa stessa si rappresenta come un topo: la distinguiamo solamente per via della sua maglietta con la “K” sul davanti, o perché nelle storie in cui sono protagonisti lei e suo marito Christoffer, lui ha delle inconfondibili fattezze di papero.

Questa semplificazione del disegno, unita all’accessibilità della lingua in cui è raccontata, consente alla storia di arrivare ad un pubblico trasversale, un pubblico che, possiamo ipotizzare, difficilmente avrebbe preso in mano un’opera autobiografica sulla disabilità ma viene incuriosito dai disegni simil Topolino. “Disegni semplici e testi ponderati” sono la ricetta proposta da Leka, che ha ammesso di aver giocato con l’estetica disneiana, collocandola in un contesto estraneo: “Ho pensato che sarebbe stato divertente prendere icone della cultura occidentale e metterli in un ambiente completamente diverso dal solito… Perché non mostrare Mickey che medita o è su una sedia a rotelle?”

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Le parole divengono quasi più importanti dei disegni stessi: prendendo ad esempio la pagina in cui racconta il 7 marzo 2002 (introdotta dalla didascalia “Ho avuto il permesso di stare seduta”) vediamo una Kaisa ritratta in modo identico (sulla sedia a rotelle, rivolta verso di noi) per quattro vignette e una Kaisa sdraiata a letto nella stessa posizione per altre quattro. Il nostro occhio le passerebbe in rassegna in un battito di ciglia, ma il testo lo rallenta e ci fa soffermare su ciascuna e l’impotenza e le paranoie della protagonista sono comunque chiare, anche se non le scorgiamo direttamente dall’espressione del viso.

La copertina del libro ci suggerisce però che c’è un lieto fine, piedi o non piedi: qui, alcune fotografie dell’autrice la mostrano mentre va sull’altalena o in vespa con Christoffer e, sempre sorridente, mostra fiera le sue protesi. Immediatamente dopo l’operazione ha smesso di portare pantaloni, preferendo le gonne, tanto era contenta della sua nuova fisicità.

“Penso sia molto importante”, mi dice Kaisa “che le persone che hanno un aspetto diverso dalla norma possano muoversi liberamente in pubblico, senza essere attaccate verbalmente o fisicamente. La gente a volte mi fissa, indicando i miei piedi, il che è stancante, ma penso lo stesso che [il mio tenere le protesi in vista] sia una dichiarazione importante per la diversità”.

Negli anni Kaisa ha continuato a raccontare la sua vita in forma di fumetto, pubblicando ciascun volume con la sua (e del marito) Absolute Truth Press. Le edizioni sono così curate da far rinascere in noi l’amore per l’oggetto libro: Expedition No.3, ad esempio, graphic novel del 2012 in cui racconta il suo viaggio in bicicletta attraverso l’Islanda riassumibile in tre parole – vento, salite ripide, estasi – è un libretto con la copertina rigida telata e rossa, sovrastampa dorata e sovracoperta con una bellissima fotografia senza titolo che la ritrae su una canoa con Christoffer. E se non bastasse il segnalibro di tessuto o la bicromia interna, c’è anche una mappa su carta sottile che mostra l’itinerario che hanno compiuto sull’Isola.

“Se, come diceva il poeta Mallarmè, il mondo è fatto per diventare un libro allora di sicuro l’Islanda ha bisogno che ce ne siano di più per celebrarne la grandezza”, scrive nel suo sito.

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Expedition No.3

Non avete letto male: dopo l’operazione Kaisa è diventata “più abile” come disabile, recuperando alla grande la mobilità delle gambe e non ha mai smesso di fare almeno un viaggio o due all’anno. Il lavoro da freelance consente infatti sia a lei che a Christoffer (graphic designer e insegnante) di avere alcuni mesi liberi e soldi a sufficienza per “lasciare l’ufficio”. Attivisti green, hanno trovato nella bicicletta il loro mezzo di trasporto ideale.

“Viaggiare in bicicletta per me significa liberarmi dalla routine di tutti i giorni ed entrare in uno stato mentale dove ho maggiore consapevolezza dell’ambiente che mi circonda e riesco ad essere aperta a nuove idee. È uno stato creativo e meditativo, dove spesso trovo le idee per i miei prossimi fumetti e libri”, conferma rallegrata.

Oltre all’Islanda, come cicloturisti hanno visitato anche l’Italia, la Polonia, l’Ucraina, il Costa Rica, e da ultimo gli Stati Uniti (il viaggio è raccontato nel sito Pointless Suffering), partendo da New York e arrivando fino a San Francisco. Un viaggio durato tre mesi: “Sappiamo di essere dei privilegiati per poterci permettere un viaggio così prolungato”, scrive Kaisa nel blog dedicato al tour, scusandosi per non aver potuto fare update costanti, “ma è comunque un lavoro impegnativo, non spiacevole, impegnativo.”

Il bello di questo tipo di viaggi, ricorda, è il contatto con le persone. Proprietari di ciclofficine che danno consigli sull’itinerario, sconosciuti che si avvicinano durante una pausa per chiedere dove sei diretta, altri che offrono riparo e una tazza di tè caldo nelle giornate uggiose. Kaisa Leka è deliziata dalla gentilezza degli estranei, tanto che ne ha pure scritto in un libro, Place of Death uscito lo scorso anno.

Lo scopo del libro, come si può leggere sul sito (sì, per ogni pubblicazione creano un dominio apposito – e i siti sono, neanche a dirlo, curatissimi e ricchi di contenuti) è “ricordare che l’altro non è un nemico”, specialmente in questi tempi dove “la compassione e l’empatia sono viste come un lusso emotivo”.
Il libro se ordinato dal loro sito, arriva assieme ad una zine dove altri artisti conosciuti nel corso degli anni (e viaggi) hanno rappresentato in bianco e nero lei e il marito durante i loro tour in bici.

 

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Una pausa pranzo durante il suo ultimo viaggio in bici, negli Stati Uniti

Nei suoi libri più recenti Kaisa Leka ha smesso di disegnare il suo alter ego con delle gambe “diverse”, ma nel testo i riferimenti ad esse non mancano mai (nel sopracitato Expedition No.3, il papero che rappresenta Christoffer si mostra più in difficoltà di Kaisa nel mantenere il ritmo di viaggio i primi giorni, e ironizza sul non saper tenere il passo con una ragazza, perdipiù amputata) e nelle foto che costellano il suo sito e il suo profilo Instagram la si può vedere spesso a figura intera, con le protesi visibili.

L’argomento principale delle sue opere continua ad essere la sua identità di donna, di artista e di seguace di Krishna, e proprio in virtù di queste sue peculiarità, ha fatto/non fatto del corpo un mezzo politico. Una volta raccontata la storia della sua amputazione, Kaisa Leka non ha più bisogno di ricordare a chi la legge che ha delle protesi alle gambe: da eccezione, è passata a sentirsi la norma. Ed è così che vuole che la sentiamo anche noi.

Ho iniziato a disegnare le protesi come piedi normali perché volevo mostrare che per me sono solo strumenti, utili a camminare. Li metto la mattina quando mi vesto e li tolgo quando vado a dormire. Le persone a volte ne fanno una cosa importante e vogliono dipingermi come un’eroina o una vittima, ma per me sono davvero come un paio di occhiali. Quando ti metti gli occhiali per la prima volta, continui a vederteli addosso, li senti sul naso, provi ad aggiustarteli e magari ti ritrovi pure col mal di testa. Ma dopo un po’ dimentichi di averli. La mia esperienza con le protesi è la stessa, salvo che quando mi viene uno sfogo o un’irritazione devo stare per un paio di giorni sulla sedia a rotelle per lasciare che la pelle si riprenda.

Non voglio essere etichettata come un'”artista disabile”, come non voglio essere etichettata “artista donna”. Queste definizioni limitano la mia libertà artistica e mi fanno sembrare una specie di fenomeno, invece che un’artista professionista con più ambiti di competenza. Il mondo dell’arte deve riconoscere che ci sono gruppi di artisti diversi che richiedono più supporto e sostegno perché le loro voci siano ascoltate, ma al tempo stesso devono poter avere la stessa libertà che gli artisti uomini (bianchi, middle class e abili) hanno tradizionalmente avuto.