Quando pensiamo alle monache o, secondo un utilizzo improprio del termine, alle suore, ci vengono in mente generalmente immagini di tristezza, reclusione e privazioni. Quando ero piccola, associavo l’idea della vita monastica alla vicenda terribile e sconfortante della Monaca di Monza de I Promessi Sposi e pensavo che le monache del passato fossero state tutte più o meno costrette a scegliere una vita di clausura.

Facciamo chiarezza. Innanzitutto, bisogna stabilire una distinzione fondamentale tra monache e suore, corrispondente a quella tra monaci e frati. Il monachesimo è un movimento religioso nato nel IV secolo nell’Africa settentrionale che consisteva nell’isolamento prima di un solo individuo (quello che oggi si chiama monachesimo eremitico) e successivamente di piccoli gruppi di persone (monachesimo cenobitico) nel deserto, al fine di condurre una vita ascetica volta alla contemplazione di Dio.

Queste forme di vita isolata presero poi un assetto più istituzionalizzato dopo la diffusione della Regula di Benedetto da Norcia, nel VI secolo. Ben presto anche le donne furono incluse nella vita monastica, ovviamente in monasteri separati rispetto a quelli maschili, da cui però in qualche modo erano dipendenti.

Le suore, invece, non conducevano (e non conducono) una vita eremitica, ma operavano l’apostolato attivo. In poche parole, le figure che fino a non molto tempo fa popolavano scuole, asili e ospedali, non sono monache ma suore. Anche l’etimologia delle due parole chiarisce molto bene le diverse finalità dei due ordini religiosi: le monache sono “monos”, da sole, mentre le suore sono “sorores”, sorelle.

È nel Medioevo che il monachesimo femminile nasce e si sviluppa rapidamente e notevolmente. Certo, nessun monastero di donne riuscì a raggiungere le vette, la ricchezza e la potenza di famosi cenobiti maschili come Montecassino o Cluny, ma non è escluso che molti di essi avessero potuto comunque raggiungere un ruolo centrale nella diffusione della religione e della cultura del tempo.

I medievisti sono oggi inclini a pensare che, poiché le donne non potevano accedere alle cariche politiche e non potevano avere peso o influenza in merito alle decisioni della gestione dello Stato, il monachesimo femminile non ebbe mai la possibilità di raggiungere un vero e proprio potere. Inoltre, le fonti storiche e letterarie relative a questi monasteri, che erano geograficamente più isolati e meno accessibili di quelli maschili per ragioni di sicurezza, sono scarse.

Quello che è interessante è però che il monachesimo rappresentò, per gran parte del Medioevo, non solo un modello di vita religiosa, ma anche una forma di emancipazione femminile. Nei monasteri era vietato l’ingresso a qualunque uomo e le donne potevano così sfuggire alle regole di padri, fratelli o mariti violenti. Questi erano luoghi sicuri, lontani dalle guerre, dagli stupri e dai saccheggiamenti.

Qui le monache imparavano a leggere e scrivere, soprattutto quelle che seguivano la regola benedettina e, non essendo sottoposte alla schiavitù dei doveri famigliari, potevano incontrare altre donne e stringere amicizia con loro. Oggi l’amicizia tra donne sembra un fatto scontato, ma bisogna tenere conto che la vita dell’Alto Medioevo non prevedeva momenti di socialità con altre persone dello stesso sesso che non fossero le madri, le sorelle o le figlie.

Nelle celle, le monache scoprivano l’interiorità che in famiglia era stata sempre loro negata per la pesantezza dei lavori domestici. Confrontandosi con i testi sacri e i testi antichi, potevano conoscere altri mondi e viaggiare con la fantasia. Questo clima portò allo sviluppo di figure straordinarie, tanto che fra le personalità più importanti del Medioevo troviamo molte donne, monache, forse la “quota rosa” di intellettuali di sesso femminile più alta fino alla modernità. Scopriamone alcune.

La mappa dell’universo disegnata da Ildegarda di Bingen.

ILDEGARDA DI BINGEN

Ildegarda è senza dubbio una delle monache più celebri della storia cristiana, nonché una delle principali figure intellettuali del Medioevo, santa e dottore della Chiesa. Figlia di genitori nobili e ricchi, Ildegarda era una mistica, aveva cioè delle visioni che le permettevano un contatto diretto con Dio. La sua produzione letteraria cominciò intorno al 1136, quando aveva circa quarant’anni, anche se non è escluso che avesse composto scritti giovanili ora perduti.

La personalità di Ildegarda era tenace, eclettica e profondamente creativa. Fu spesso in contrasto con la Chiesa cattolica a causa delle sue idee riformatrici sul monachesimo e persino con l’imperatore Federico Barbarossa. La sua cultura era immensa: oltre alla teologia, Ildegarda si occupò a lungo di musica e medicina. Scrisse opere profetiche in cui raccontava le sue visioni, ma anche opere “divulgative” sulle scienze naturali e l’anatomia. In un’epoca di mortificazione del corpo, Ildegarda ne ribadiva coraggiosamente l’importanza. Nei suoi scritti è stata anche individuata la prima descrizione dell’orgasmo femminile:

Quando una donna fa l’amore con un uomo, sentendo un senso di calore nel cervello che porta alla gioia dei sensi, comunica il gusto di quella delizia durante l’atto e stimola l’emissione del seme dell’uomo. E quando il seme è caduto nel suo luogo naturale, quell’impetuoso calore discende dal cervello della donna e attira il seme e lo trattiene, e presto gli organi sessuali della donna si contraggono e tutte quelle parti che sono pronte ad aprirsi durante il periodo mestruale adesso si chiudono, nello stesso modo in cui un uomo forte può tenere qualcosa stretto in un pugno.

E ancora, sulle differenze del piacere maschile e femminile:

L’amore dell’uomo è un ardore simile a un incendio che divampa nel bosco, quello della donna assomiglia al caldo tepore che viene dal sole e fa crescere i frutti.

Rosvita consegna il suo libro a Ottone I, in una incisione di Albrecht Dürer.

 

ROSVITA DI GANDERSHEIM

Rosvita è una figura meno nota, ma altrettanto straordinaria. Era la nipote dell’imperatore Ottone I e passò quasi tutta la sua vita nell’abbazia di Gandersheim. Scrisse molte opere di carattere religioso, agiografie e una celebre biografia del re, anche se il suo scritto più sorprendente sono senza dubbio i Dialoghi Drammatici. Nel Medioevo, il teatro che tanta fortuna aveva avuto in età antica era quasi scomparso. Restavano solo drammi religiosi o compagnie itineranti che non basavano le proprie rappresentazioni su dei copioni scritti, ma sull’improvvisazione. Rosvita invece scrisse sei drammi ispirati a Terenzio.

Cosa c’è di rivoluzionario in quest’opera? Innanzitutto, il fatto che Rosvita scelga un genere inusuale come quello teatrale è segno di una grande apertura mentale in un’epoca in cui era inconcepibile non seguire le regole, anche quelle letterarie. In secondo luogo, il modello di riferimento, cioè quello di Terenzio è davvero inusuale: si trattava di un autore pagano che non aveva nulla di cristiano. Quasi tutti gli scrittori antichi erano infatti osteggiati se non addirittura censurati nel Medioevo.

Infine, molte delle protagoniste dei Dialogi sono donne, celebrate per la loro santità ma anche per il coraggio e la forza d’animo. Rosvita mostrò invece per questi temi un interesse culturale mai eguagliato all’epoca. Del suo nome, del resto, scriveva significasse “clamor validus”, “voce squillante”.

Abelardo ed Eloisa in un dipinto di Edmund Blair Leighton.

 

ELOISA

La vicenda di Abelardo ed Eloisa è una delle storie d’amore più celebri di sempre. Ad Abelardo, famoso docente dell’università di Parigi, venne affidata l’educazione della giovane Eloisa. Tra i due scoppiò una passione irrefrenabile, che portò alla nascita di un bambino e a un matrimonio celebrato in gran segreto. I due, scoperti dallo zio di Eloisa, vennero atrocemente puniti: Albelardo venne evirato a tradimento nella notte e per la coppia l’unica soluzione resta quella di ritirarsi in due lontani conventi.

Abelardo scrisse un’opera apologetica, Historia Calamitatum Meaurum, che non appena giunse tra le mani di Eloisa scatenò fra i due uno scambio epistolare. L’Epistolario è una delle opere letterarie più studiate e discusse del Medioevo: è autentico o è opera del solo Abelardo? Oppure è stato scritto da una terza persona?

Oggi i medievisti propendono per credere che le lettere siano autentiche e che siano state scritte sia da Abelardo che da Eloisa e che l’idea che solo il grande maestro di Parigi avesse le competenze retoriche e teologiche necessarie per scrivere testi così eruditi e raffinati sia pregiudiziale nei confronti della sua allieva.

Eloisa è riconosciuta dagli intellettuali del suo tempo come una donna eccezionalmente colta, capace di scrivere una prosa elegante, ma allo stesso tempo vibrante di passione e arguzia. Interessanti, nello scambio epistolare, anche le richieste avanzate dalla donna, che nel frattempo era diventata badessa del monastero del Paraclito, di una regola monastica rivolta specificamente alle esigenze femminili. Come conciliare, ad esempio, le tonache con le mestruazioni? Queste leggere rappresentano oggi uno dei documenti più preziosi per conoscere da vicino le condizioni di vita delle monache medievali.