Qualche giorno fa stavo tornando a casa in metropolitana dopo una lunga giornata di lavoro. Appena mi sono seduta ho dato un’occhiata fugace a chi avevo davanti. Un uomo, sulla quarantina, con una folta chioma riccia, che mi fissava con uno sguardo che pareva incuriosito e indagatore.

Ho distolto immediatamente lo sguardo, perché non mi interessava ricambiare la curiosità, ma il mio atteggiamento è cambiato. Ho sistemato leggermente la piega della mia maglietta. Ho tirato fuori un libro dal mio zaino con molta grazia e autocontrollo. Ho reagito al disturbo di una persona che ascoltava i discorsi di Grillo sugli antidepressivi senza cuffie esprimendo il mio malcontento con contegno e una leggera smorfia. Mi sono comportata come si comporta una persona che sa di essere osservata: mostrandomi controllata, performando le mie azioni, in maniera automatica e seminconsapevole. L’uomo in questione non ha mai distolto lo sguardo fino a quando la sua fermata non gliel’ha imposto.

Come si diventa soggetto quando l’abitudine, la società e le persone attorno ti hanno abituata ad essere oggetto? Come si sfugge alla tentazione della performance, che si tratti di sfoggiare autocontrollo o fascino o al contrario ostentata e costruita strafottenza e incuranza?

Più o meno ironicamente, il volume che stavo leggendo mentre lo sguardo di un uomo condizionava la mia posa e le mie azioni era I Love Dick, un libro semiautobiografico in cui l’autrice Chris Kraus è riuscita a mettere assieme alcune delle riflessioni più lucide e profonde che abbia mai letto sul male gaze, ma anche su rapporti di potere, matrimonio, gentrificazione, desiderio, marginalizzazione delle donne nel mondo dell’arte e dell’editoria. 

Uscito in sordina nel 1997, originariamente edito da Semiotexte (casa editrice fondata dal marito Sylvére Lotringer), ha conquistato nuovi seguaci grazie a una riedizione del 2016 e alla recente uscita dell’omonimo adattamento televisivo in otto puntate, creato per Amazon Video da Sarah Gubbins e Jill Soloway.

i love dick cast

Il cast di I Love Dick

Se il nome di Jill Soloway vi dice qualcosa, forse è perché negli ultimi tre anni ha: creato Transparent (una serie tv che ha vinto 42 premi, tra cui otto Emmy e due Grammy), fatto coming out sul New Yorker come persona gender non-comforming e di genere non binario (il suo pronome è they al singolare), aperto e chiuso una relazione sentimentale con la poetessa Eileen Myles.

La loro ultima fatica è stata proprio l’adattamento del libro di Kraus per il piccolo schermo, progetto per cui hanno coinvolto Kathryn Hahn e Griffin Dunne per i ruoli dei coniugi Chris e Silvére e rispolverato un magnifico Kevin Bacon per il cowboy introverso e un po’ macho che è il Dick del titolo.

Se siete affezionat* al libro o siete persone che odiano gli stravolgimenti di trama e personaggi che certi adattamenti TV propongono rispetto alla storia originale, la serie I Love Dick andrà presa con molta cautela: Jill Soloway ha infatti deciso di cambiare molti elementi e di creare una vera e propria nuova storia ispirata a quella originale.

Il fulcro della narrazione rimane intatto: Chris e Sylvére cenano con Dick, Dick diventa l’ossessione amorosa di Chris, Chris inizia a scrivere centinaia di pagine di lettere a Dick.

Tutto ciò che Chris non è riuscita a esprimere o concludere nel suo lavoro da artista e regista si riversa sulle pagine con una fluidità di cui lei stessa è incredula. La sua voce è forte, distintiva, i suoi ragionamenti complessi e unici ma sempre accessibili. La carta, il laptop, tutti i fogli su cui inizia a scrivere ‘Dear Dick…’, vedono maturare la scrittura e la profondità delle riflessioni di giorno in giorno o, letteralmente, di ora in ora. Se volete approfondire i contenuti e l’importanza del libro, ne ha parlato Marta Conte qualche mese fa.

La serie cambia invece la location (si passa da Crestline in California a Marfa in Texas), il periodo storico (dal 1997 al 2017), il lavoro di Dick (da ricercatore e sociologo ad artista concettuale) e introduce personaggi nuovi, assolutamente inesistenti nella creazione originale di Chris Kraus.

Qui sta la vera forza di Jill Soloway: aver saputo intercettare un trend editoriale, aver individuato quali potessero essere i temi e gli accadimenti del presente che potevano aver favorito il successo tardivo del libro e aver saputo scrivere una storia nuova, contemporanea, che racconta il femminismo e la performance del genere maschile e femminile con forme, immagini e linguaggi nuovi per la TV.

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India Salvör Menuez e Roberta Colindrez nei panni di Toby e Devon

La piccola rivoluzione è iniziata dalla writers’ room, la stanza più invisibile ma più importante nel processo di creazione e produzione dei prodotti televisivi: Soloway e Gubbins hanno infatti deciso di coinvolgere un team di autrici e sceneggiatrici esclusivamente di genere femminile. Kevin Bacon, co-protagonista ed Executive Producer della serie, ha ammesso di aver reagito con scetticismo alla composizione del team di autrici, salvo poi ricredersi in corso d’opera:

Mi sono chiesto: come faranno queste donne a scrivere personaggi maschili interessanti, divertenti e complessi? Ed è assurdo, perché le writers’ rooms sono state composte da team di soli uomini per anni e tentiamo sempre di scrivere per le donne… infatti entrambi [Dick e Sylvère] sono due degli esempi di esperienza maschile più affascinanti che abbia mai visto in TV.

Nella Marfa di Jill Soloway non ci sono solo Chris, Sylvére e Dick, ma un complesso universo di artisti o aspiranti tali, performer, critici, popolato da persone di colore, transgender, provenienti da diverse classi sociali, a cui vengono affidate alcune delle battute e delle scene più potenti dell’intera stagione (non vorrei condizionarvi troppo né fare spoiler, ma la performance organizzata da Devon nell’ultima puntata ha messo a dura prova le mie ghiandole lacrimali).

Se Transparent era e rimane un ottimo prodotto TV che racconta una storia caotica e travolgente ma inscritta in un microcosmo molto limitato (una famiglia ebrea bianca e benestante di Los Angeles), I Love Dick porta i segni delle conversazioni degli anni recenti su femminismo intersezionale, politicamente corretto e white feminism: tutte le storie e tutte le vite meritano di essere raccontate e rappresentate, non solo quelle dell’artista fallita e mantenuta che ha il privilegio economico di poter dedicare gran parte del proprio tempo a scrivere lettere d’amore all’oggetto della sua ossessione, Dick.

Ma attenzione, la scrittura della serie non scade mai nella sterile e comoda stereotipizzazione. Qui non ci sono buoni o cattivi, ma solo esseri umani con diversi livelli di privilegio e oppressione incisi sulla propria identità e sul proprio corpo: Chris è bianca, il marito accademico la mantiene, ma questo rapporto economico la relega in una posizione di costante inferiorità intellettuale, un +1 marginale nella vita del marito e del mondo dell’arte.

Toby, giovane femminista bianca che in una scena posa nuda in mezzo ad un gruppo di operai stupiti e interdetti dalla sua performance, è al tempo stesso oggetto del male gaze, soggetto culturalmente privilegiato, ma sempre meno potente della polizia che la porterà via in manette e dell’azienda specializzata in trivellazioni in cui gli operai lavorano.

Le autrici della serie hanno abilmente rappresentato un paradosso contemporaneo, che funge da cautionary tale per gli spettatori: attenzione a non scambiare la cultura personale o le sfide intellettuali e individuali per vero potere. Regalano forse più spazio d’azione, movimento e adrenalina alla vita di tutti i giorni, ma a livello strutturale il vero controllo, il vero potere, è ancora in mano ad entità economicamente più compatte, solide e inattaccabili, che non verranno smontate a colpi di provocazioni artistiche e culturali. Se così non fosse, la Hollywood super liberal sarebbe davvero riuscita a fronteggiare il tycoon Donald Trump. Sappiamo com’è andata a finire quella storia. Questo non vuol dire che non valga la pena provarci, ma non dimentichiamo che il potere è una struttura complessa e stratificata, in cui i soldi fanno ancora la differenza.

Le ambientazioni, da questo punto di vista, sono più importanti che mai: quando vediamo Devon che scrive con foga nella sua roulotte o l’operaio della ditta di trivellazione che abbandona la padella in cui sta cucinando il suo pranzo per lo stupore e la curiosità provocati dalla performance di Toby, veniamo sbalzati in contesti geografici, abitativi e di classe molto diversi da quelli cui TV e cinema americani ci hanno abituati. A Marfa il lusso non esiste, esistono solo diverse sfumature di privilegio, creatività, voglia di sfidare le istituzioni.

Due domande si rincorrono, alternano e intrecciano nel corso delle otto puntate della serie TV: chi ha il privilegio di parlare e perché? La vita deve necessariamente riflettere le proprie convinzioni politiche e viceversa? Non sono domande scontate, come non lo saranno le risposte, molteplici, controverse, a volte addirittura contraddittorie tra loro.

Il merito di Chris Kraus prima e delle autrici e creatici della serie poi è stato quello di accettare che solo nelle storie completamente inventate, quelle fino ad ora scritte quasi solo dagli uomini, c’è un inizio, uno svolgimento e una fine. La scrittura di nonfiction ha l’ambizione di raccontare la realtà. La vita vera è complicata, pericolosa e confusa e una risposta che troviamo oggi già da domani potrebbe avere un po’ meno senso.