Crea sito
READING

Ha senso eliminare da Facebook chi non la pensa co...

Ha senso eliminare da Facebook chi non la pensa come noi?

Ho sempre considerato internet (termine che negli ultimi anni ho involontariamente sovrapposto a social network sempre più spesso) il luogo migliore per informarsi su come stanno andando le cose nel mondo. Quando, cercando di capire se dietro all’ascesa di Trump e al clima razzista ispirato dalla Brexit, c’era qualche ragione in più di anno bisesto, anno funesto”, ho trovato Eli Pariser mi sono sentita come chi scoprì l’acqua calda.

Anche senza conoscere Eli Pariser, secondo Wikipedia “un attivista politico e di internet”, probabilmente non vi sarà nuova l’espressione filter bubble, una bolla di filtri, una gabbia di filtri, coniata durante una Ted Talk risalente al 2011 e successivamente approfondita in un libro intitolato The Filter Bubble: What The Internet Is Hiding From You.

L’improvvisa popolarità del termine “algoritmo” per ogni dove sembra legata alla crescente personalizzazione di internet: mediante questo strumento, infatti, social network e motori di ricerca (Google ha iniziato a farlo quasi di nascosto dal 4 dicembre 2009) ti mostrano quello che pensano tu voglia vedere, che non necessariamente coincide con quello che hai bisogno di vedere.

Piano piano, questa forma mentale prende sempre più spazio nelle nostre vite, la nostra “bolla” online è sempre più confortevole e così non è raro vedere persone che, autonomamente, decidono di tagliare fuori dalle proprie interazioni online sempre più persone che non la pensano come loro – sì, sto proprio parlando della famigerata “pulizia contatti, fate attenzione!!!”.

La mia riflessione sul desiderio, più o meno legittimo, di tagliare fuori dalla nostra rete di contatti chi non la pensa come noi, nasce dopo aver raccontato alle ragazze della redazione di un confronto che due mie amiche hanno avuto su Facebook. Nonostante entrambe abbiano un background piuttosto simile e condividano molti valori, al termine della discussione una ha bloccato l’altra, dicendomi che non sopportava trovare anche su internet – la sua isola felice – cose che non le piacessero e che avrebbe scelto lei con chi eventualmente confrontarsi.

Dal mio post è nata l’idea di fare un sondaggio per chiedere alle lettrici (e ai lettori) cosa pensassero del famigerato tema della pulizia contatti, che ho scritto abbastanza convinta che avrebbe confermato le mie convinzioni di partenza. Invece, evidentemente, la filter bubble deve aver funzionato di nuovo, perché se qualcosa era prevedibile, molto mi ha sorpreso.

Illustrazione di Federica Carioli

Illustrazione di Federica Carioli

Il sondaggio ha evidentemente dei limiti: le risposte sono in maggioranza arrivate da chi legge Soft Revolution, quindi molto probabilmente ha una visione del mondo con più di qualche punto in comune, e non ho ricevuto risposte da nessuno che avesse meno di 18 anni – la fascia di età più rappresentata è quella 25 e i 35 anni con il 54,3% delle risposte, quella a cui appartengo anch’io. Segue un 33% di persone tra i 18 e i 24 anni, e un 12,3% sopra i 35.

Praticamente tutti coloro che hanno risposto al sondaggio non sono attivi unicamente su Facebook, ma usano molto anche Instagram (74,2%), Twitter (30,5%), Tumblr (23,3 %), Snapchat (9%) e altri social (14,6%).

La prima cosa che ho chiesto è stata di definire il proprio rapporto con Facebook. Davo per scontato che avrebbero risposto quasi tutti quello che avrei risposto io, ossia “Mi piace e lo ritengo uno strumento utile anche per informarmi sulla realtà che mi circonda”, ma lo ha fatto solo il 42,4%. Un 40,6% ha più chiaro che “non si tratta della vita reale, ma è un modo come un altro per passare il tempo”, 2,8% delle persone non lo usa proprio e il resto sembra non ritrovarsi in nessuna delle risposte che ho previsto.

Tra le ipotesi che non avevo preso in considerazione, molte persone usano Facebook (e i social network in generale) per lavoro, gestendo pagine di aziende o siti web piuttosto che il profilo personale; altre lo usano controvoglia, perché “indispensabile per mantenere i contatti con amici e conoscenti”. Per qualcuno è un aggregatore di notizie utile particolarmente per “tenersi informati sul mondo trash”, per altri  i “gruppi organizzativi” e le pagine hanno preso il posto che una volta era dei forum, altri ancora dicono di non aver praticamente mai scritto commenti o postato contenuti, ma utilizzato unicamente i messaggi privati. In molti dei commenti fatti al sondaggio c’è inoltre una componente di “senso di colpa”: alcune persone hanno un rapporto con Facebook “negativo”, principalmente perché fa “perdere tempo” – e a volte fa venire pure “l’acidità di stomaco” – ma nonostante questo non riescono a farne a meno.

Successivamente, ho chiesto se qualcuno avesse mai fatto una pulizia contatti di massa – convinta che fosse una cosa molto comune, visto che specialmente in passato avevo letto svariati annunci in merito a ciò. In realtà, il 49,5% dice di eliminare via via chi lo infastidisce (o le persone con cui non parla) e “solo” il 36,9% ha cancellato più contatti dopo un attento esame. Com’era prevedibile, la mia posizione del “non mi importa molto delle persone che ho fra i contatti, quello che non mi piace o non mi annoia non lo leggo” è abbastanza impopolare e raggiunge solo il 9,5%. Fra le motivazioni più diffuse che portano alla cancellazione dei contatti, al primo posto troviamo il nostro prevedibile “scrive cose che non condivido” (54%), al secondo posto la mancanza di interazioni, sia su internet, che fuori da internet (50,9%) e, a una certa distanza, al terzo posto “scrive cose che non mi interessa leggere” (20,8%).

Quando ho chiesto invece la reazione allo scoprire che non sei più tra i contatti di qualcuno, sono rimasta sorpresa: davo per scontato che chiunque si fermasse un attimo a rifletterci su, ma il 70,5% sostiene di non accorgersene nemmeno, visto che non gli o le importa granché. Solo il 18,9% ci rimane male, perché “forse c’è una motivazione e non ha idea di quale sia”, mentre il 10,6% – in caso di social che lo consentano, come Twitter o Tumblr – smette di seguire la persona interessata a sua volta.

Per concludere, può essere Facebook un modo di informarsi sulla realtà che si ha intorno? Questa domanda ha aperto un vaso di pandora e mi ha fatto riflettere su una realtà che io, scrivendo il sondaggio nella mia isola felice, non avevo considerato: le bufale. I social network, oltre a diffondere link e risorse utili in tempo brevissimo (come ha notato il 71,6% di chi ha risposto), sono anche un potente veicolo per le bufale – che se in parte fanno sorridere, in molti più casi fanno danni, vedi l’antivaccinismo – e che affidarsi soltanto a quanto leggiamo online, se non si hanno gli strumenti per rielaborarlo criticamente è ovviamente pericoloso, perché non c’è controllo. Il 15,1% ritiene che comunque sia è possibile imparare qualcosa sugli umori della collettività leggendo ciò che la gente scrive, mentre il 13,3% pensa che i social siano troppo autoreferenziali per essere presi in considerazione. Potrebbero essere visti come una forma di micro narrazione soggettiva, ma riuscire a valutare oggettivamente quello che ci viene proposto quotidianamente non è così banale e scontato.

Alla luce di questi risultati, come avrei risposto io al sondaggio non lo so più. Ho avuto la fortuna di viaggiare abbastanza spesso, e da ogni viaggio sono quasi sempre tornata con qualche contatto in più da aggiungere alla mia rete: i ragazzi che ho conosciuto durante l’Erasmus in Portogallo e il successivo viaggio in Brasile, gli amici di Chicago della mia amica italo-statunitense, il ragazzo neozelandese conosciuto a Londra, la ragazza argentina a cui ho prestato un caricabatteria in ostello e che per sdebitarsi mi ha offerto una tazza di mate… Leggere di tutta questa gente praticamente ogni giorno, anche se non la vedo da tempo immemorabile e forse non mi capiterà di rivederla mai più nella vita, mi è sempre sembrato molto istruttivo.

Facebook mi piace perché è un non-luogo dove potenzialmente le distanze geografiche non esistono e dove, volendo, puoi sentire vicine nel quotidiano persone che nella vita reale sono lontanissime da te. Tuttavia, da questo sondaggio ho imparato che forse è proprio sbagliata la mia premessa: la centralità che io per prima sto dando ai social network non è meritata e, per quanto siano uno specchio che riflette la realtà che abbiamo intorno, l’immagine che ci rimandano indietro è troppo deformata.

Sono ancora convinta che siano un mezzo utile per tenermi in contatto e leggere di persone che vivono lontano da me e della mia quotidianità, ma cercherò di ricordarmi un po’ di più che – tutto sommato – sono dentro una bolla e che forse, per uscirne, dovrei spingermi un po’ più spesso a vedere quello che ho davanti gli occhi nel mio quotidiano.


RELATED POST

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.