Poiché quantunque a prima vista ei sembra che le occupazioni donnesche altro non esser debbano che imparare il Catechismo, la cucitura, e diversi piccoli lavori, cantare, ballare, acconciarsi alla moda far bene la riverenza e parlar civilmente.
Giuseppa Eleonora Barbapiccola, La traduttrice a’ lettori, p. 1

La seconda metà del XVII secolo in Europa è stata storicamente caratterizzata dalla nascita e lo sviluppo di un movimento politico, sociale, culturale e filosofico destinato a svolgere un ruolo fondamentale e costitutivo nel processo di costruzione dell’identità occidentale.

Dopo i lunghi secoli medioevali dominati dalla paura, dalla superstizione e dall’ignoranza, questo nuovo movimento aveva la ferma intenzione di condurre gli uomini fuori dalle tenebre in cui avevano vissuto e di “illuminare” le loro menti, rivolgendo la propria fiducia non più alla religione e al destino, quanto alla ragione e allo sviluppo della scienza. L’Illuminismo, secondo una celebre definizione di Immanuel Kant, consisteva, nella sua accezione più ampia, nell’avere il coraggio di “servirsi della propria intelligenza”.

Tuttavia, nonostante l’esplicito e zelante proposito di proporre una totale discontinuità col passato, da subito si accese il dibattito su una questione piuttosto nota, quella della differenza di genere. Il dibattito verteva sull’utilità delle donne nel campo filosofico, ambiente saldamente occupato dagli uomini, che immediatamente manifestarono la loro resistenza nella concessione degli spazi.

Presero a circolare vari scritti tesi a ribadire l’inferiorità fisica e mentale delle donne; interrogativi circa la possibilità che fossero animali ragionevoli in possesso di un’anima; trattati in cui la donna veniva fuori come una sorta di uomo imperfetto, o meglio un essere che necessitava di un uomo affinché le desse una forma.

Ritenute inoltre naturalmente predisposte alla credulità, le donne venivano descritte come inadatte alla logica, alla scienza e alla filosofia, e potevano casomai essere confinate nei ristretti ambiti della poesia e della trattatistica religiosa. Cionondimeno, molte donne parteciparono attivamente alla circolazione delle nuove idee, ribellandosi al confino che veniva loro imposto, nonostante la scarsa visibilità che ebbero i loro lavori. Fra queste, va ricordata l’italiana Giuseppa Eleonora Barbapiccola.

Giuseppa Eleonora Barbapiccola – Illustrazione di Sara Zanello

Della vita di Barbapiccola si sa davvero poco, nemmeno l’anno preciso della sua nascita. Si sa però che nacque intorno al 1700, probabilmente a Napoli, da una famiglia di origine salernitana. Suo zio era il predicatore dominicano Tommaso Maria Alfani, teologo ufficiale della città nominato dall’imperatore Carlo VI, fondatore dell’Accademia degli Arcadi e in corrispondenza epistolare, tra gli altri, con l’intellettuale Giovambattista Vico.

È lecito ritenere che Alfani ebbe un ruolo nella formazione di Barbapiccola, introducendola prima nell’Accademia, con il nome arcadico di Mirista Acmena (dal greco, Piena di fragranza), e poi nella cerchia di Vico e della figlia, Luisa, con cui Eleonora strinse una solida amicizia basata su interessi comuni, come la composizione e la declamazione di poesie.

Barbapiccola fu una prolifica poetessa, ma la sua fama è dovuta ad un’opera più complessa, cioè alla traduzione dal francese e dal latino dei Principi della filosofia di Cartesio, nel 1722. Pubblicata probabilmente a Torino, questa edizione, come molti dei libri che all’epoca venivano tradotti, circolava clandestinamente, accrescendone il mistero.

Tuttavia, nel caso della versione italiana dei Principi della filosofia cartesiani, l’interesse non era suscitato tanto dalla clandestinità, quanto dal fatto che Barbapiccola non si limitò affatto ad una semplice traduzione. Ella scrisse di suo pugno una prefazione intitolata [Dal]la traduttrice ai lettori, una prefazione che si andava a configurare come un vero e proprio manifesto circa il diritto delle donne di imparare la filosofia e le scienze, anziché dedicarsi a quelli che erano ritenuti i compiti femminili, come il cucito, la danza, il canto e le buone maniere.

La traduttrice ammise esplicitamente di voler condividere il proprio lavoro con le donne, attribuendo la mancata attitudine delle donne alla filosofia, fino a quel momento, non certo alla natura, quando alla “cattiva educazione” ricevuta. Sottolineando il fatto che fu lo stesso Cartesio a dedicare la propria opera alla principessa Elisabetta di Boemia, Barbapiccola riteneva che la filosofia cartesiana avesse una specifica affinità con le donne in generale.

Oltre a questo, Barbapiccola trovò una sua chiave di lettura della filosofia cartesiana affinché rientrasse anche all’interno dei principi del Cristianesimo, contribuendo in questo modo non solo alla diffusione della sua opera a Napoli, ma chiarendo definitivamente che la sua ambizione trascendeva la mera traduzione del testo.

La versione di Barbapiccola dei Principi della filosofia riscosse quindi molto successo e la stessa scrittrice venne lodata per la sua lungimiranza e per il suo pionerismo da Gherardo De Angelis, che per lei scrisse un sonetto e la paragonò alla greca Aspasia di Mileto.

Riguardo la data della morte di Barbapiccola, nemmeno questa è nota con certezza, ma si è presumibilmente verificata intorno al 1740, quando la donna aveva presumibilmente quarant’anni.