Un paio di giorni fa, durante un’intervista, mi è stato chiesto se mi sentissi ottimista sul futuro delle donne e del femminismo. Ho risposto che, tutto sommato, mi sento ottimista.

Proprio la sera prima – il 2 giugno – avevo guardato una vecchia puntata del programma di Rai 3 Correva l’anno sul suffragio femminile in Italia. La strada per arrivare alla concessione del suffragio universale fu lunga, complicata e costellata di battaglie perse.

Fin dall’Unità d’Italia, si susseguirono proposte di legge per permettere alle donne di votare, anche se in maniera limitata: si chiedeva di concedere il voto solo alle donne nubili o vedove, o solo per le elezioni amministrative, o solo alle donne benestanti.

Durante tutti questi anni, l’attivista e giornalista Anna Maria Mozzoni si batté per ottenere il voto per le donne (seppur solo amministrativo, perché riteneva che l’oppressione sistematica delle donne richiedesse dei passi più piccoli per permettere loro di maturare, sob), ma anche il diritto all’istruzione, all’accesso a tutte le professioni, a una riforma del diritto di famiglia.

Dopo aver scritto e lavorato per il miglioramento della condizione delle donne in Italia per tutta la sua vita, nel 1878 fu la portavoce dell’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi e nel 1879 fondò la Lega promotrice degli interessi femminili.

Nonostante gli sforzi suoi e di tutte le persone che la affiancavano, tutte le istituzioni con potere, dalla scienza alla religione alla politica si rifiutavano di riconoscere le capacità e il ruolo delle donne.

Anche dopo la sua morte nel 1920, ci vollero altri ventisei anni perché le donne potessero finalmente recarsi alle urne (nonostante i disegni di legge approvati e poi spariti nel nulla durante il regime fascista).

Anna Maria Mozzoni non ebbe mai la possibilità di vedere i risultati delle sue battaglie; è ovvio però che il suo sforzo non fu affatto vano. Forse le cose sarebbero andate diversamente se Mozzoni si fosse arresa, o se non avesse neanche mai pensato di dar voce ai suoi pensieri sull’uguaglianza di genere.

Trovo facile farmi gettare nello sconforto in questo periodo infausto, in cui tanto di quello che le nostre antenate hanno conquistato ci sta venendo strappato. Ad ogni modo, penso che se le donne venute prima di noi non avessero avuto una briciola di ottimismo, una visione per il futuro, non avrebbero mai aperto la strada per noi che, ad esempio, settant’anni dopo non pensiamo due volte al fatto che votare sia un nostro diritto fondamentale.

Ovviamente mi auguro che tutte le sfide che noi femministe di oggi portiamo avanti mostrino risultati prima che tiriamo le cuoia, ma non possiamo dimenticare che ogni piccolo passo che facciamo permetterà a chi viene dopo di noi di godere dei diritti e delle possibilità per cui ci stiamo battendo ora.

Durante il mese di giugno parleremo di visioni – le nostre, quelle di donne che apprezziamo e quelle che invece non ci piacciono poi tanto, di visioni oniriche, di come vediamo noi stesse, di come ci vedono gli altri.

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