Mary Mary dispettosa,
cosa pianti nel tuo giardino?

I cavoli o la rosa
le patate o il gelsomino?

È così che inizia Il giardino segreto: raccontando di una bambina dispettosa che ha i capelli rossi e che prova a distrarsi non soltanto dalla recente perdita dei genitori, ma anche dall’abbandono della sua casa, giocando da sola con la terra, fingendo che quei mucchietti siano aiuole. Vi assicuro che a dieci anni leggere di un’epidemia di colera che uccide praticamente tutti, tranne la protagonista della vostra storia, è abbastanza estremo. Ciononostante, il libro di Frances Hodgson Burnett mi è rimasto nel cuore per una lunghissima serie di motivi.

 

Mary Lennox

Mary Lennox è un’orfanella che, in seguito all’epidemia di colera di cui sopra, è costretta a lasciare l’India in cui è nata e a trasferirsi presso uno zio sconosciuto nella lontana Inghilterra, di cui non sa granché. Con queste premesse, la storia di Mary potrebbe essere il più classico dei cliché, ma la nostra eroina non ha molto a che vedere con le orfanelle brave e buone delle storie strappalacrime (che pure mi piacevano e mi piacciono).

Tanto per cominciare, Mary è brutta. Nel suo articolo Cultivating Mary: The Victorian Secret Garden, Danielle E. Price ci ricorda che viene descritta come “la bambina fisicamente più sgradevole che si sia mai vista”, nonostante sua madre venga costantemente ricordata per la sua straordinaria bellezza (e la sua carenza di istinto materno, che le viene in parte perdonata perché moglie di un ufficiale inglese e appartenente quindi a una elevata classe sociale).

Poi – diciamoci la verità – Mary è antipatica. È una bambina a cui sono state date tutte vinte dai domestici, per non infastidire i genitori, quindi non ha mai imparato il significato della parola no. Per contro, non è mai stata abituata nemmeno a esprimere i suoi sentimenti mediante baci e abbracci, quindi davanti alle gentilezze di Martha, la cameriera che si prende cura di lei in Inghilterra e un giorno le regala una corda per saltare, rimane per molto tempo più imbarazzata che felice.

Cresciuta fondamentalmente da sola e rimasta sola all’inizio della preadolescenza, Mary è una ragazzina che deve imparare a cavarsela con le sue forze nel mondo – dalle cose più basilari, come vestirsi senza aiuto dei domestici o saltare la corda, alle cose più complicate.

Ad ogni modo, Danielle E. Price suggerisce che ci siano elementi nel testo che suggeriscono che la “bruttezza” possa essere redenta; quella fisica può essere riparata dalla sua classe, perché le darà la possibilità di diventare una persona raffinata; quella dell’animo non è del tutto perduta perché ama coltivare i fiori, segno che c’è qualcosa di buono in lei.

Illustrazione di Silvia Peduto

Dickon, la sua famiglia e il buon senso

Martha, la cameriera di Mary e suo primo contatto con il mondo esterno, è la prima di una infinità di fratelli che vivono nella landa poco lontana dal castello di suo zio [1]. Martha e specialmente suo fratello minore Dickon sono due personaggi estremamente positivi, essenziali per la crescita e lo sviluppo di Mary. Non fanno grandi discorsi o danno consigli concreti alla ragazzina, ma in particolare l’esempio di Dickon (che fisicamente non compare fino al decimo capitolo, ma che viene introdotto fin dall’inizio della storia come un ragazzo quasi magico, in grado di parlare con gli animali, gli alberi e i fiori) sprona Mary a esplorare il mondo che ha intorno, imparare nuove cose (da come piantare i fiori a come smussare gli aspetti più negativi del suo carattere), crescere.

Sia Martha che Dickon sono personaggi bidimensionali che non hanno un grande arco narrativo, visto che finiscono la storia nella stessa situazione e con la stessa connotazione (positiva) di come l’hanno iniziata, ma entrambi rappresentano il motore della storia, ciò che innesca in Mary una piccola rivoluzione.

 

Colin

Contrapposta alla parte più “solare” della natura che si risveglia in primavera e del giardino che rinasce, per un po’ Il giardino segreto porta avanti in parallelo anche la parte quasi gotica di misteriosi pianti e lamenti in una casa deserta. Chi potrà mai essere? Nemmeno Martha sa (o può) svelarle il mistero, così Mary decide di farsi coraggio e di pensarci da sé.

È così che si ritrova al capezzale di un bambino più o meno suo coetaneo, con gli occhi grigi, le ciglia lunghissime e la convinzione di avere la gobba, quindi di essere destinato a morte certa. Per certi versi, Colin ricorda un po’ Clara Seseman in Heidi: entrambi bambini malati, entrambi bambini iperprotetti e soffocati dalle cure delle persone che hanno attorno.

Ma a differenza della dolce e remissiva Clara Seseman, Colin è un bambino viziato esattamente come lo è stata Mary in India, che non esista a maltrattare i domestici e che inizia a rivedere alcuni aspetti della sua personalità solamente quando incontra per la prima volta sua cugina Mary, proveniente da un background simile e che non intende dargliene vinta nemmeno una.

Sul rapporto tra Colin e Mary è stato scritto molto: in Gender and genre in Frances Hodgson Burnett’s “The Secret Garden” di Marion Boucher si insiste sul fatto che fra i due il ruolo maschile, dominante e attivo lo ricopra Mary, mentre Colin rappresenta la parte più femminile, passiva e isterica – la somiglianza del ragazzino con il ritratto della madre morta sopra il suo letto e le sue stesse “lunghe ciglia” dovrebbe esserne una conferma.

Successivamente, la governante si dice contenta che finalmente Colin abbia trovato qualcuno in grado di tenergli testa e dominarlo – usando, nell’originale inglese, la parola master, di connotazione maschile [2]. Colin è anche lo specchio in cui Mary si riflette: sempre la Boucher fa notare che i due usano le stesse costruzioni sintattiche (ad esempio, nel presentarsi, “I’m Colin Craven”, “I’m Mary Lennox”) e ricorrono continuamente espressioni come lui era un po’ troppo come lei (he was too much like herself).

Osservando Colin, Mary rivede nel cugino un po’ del suo egoismo e alcuni dei suoi capricci, rendendosi conto – senza alcuna retorica – di cosa non vuole (più) essere.

Un dettaglio della copertina del 1911

Cosa resta de Il giardino segreto 106 anni dopo

Con i suoi pregi e i suoi limiti, Il giardino segreto è un romanzo scritto a puntate tra il 1910 e il 1911 per la rivista The American Magazine e serializzato successivamente. Frances Hodgson Burnett è un’autrice inglese, che vive all’epoca delle colonie e che, suo malgrado, presenta tratti di razzismo anche in quello che scrive.

Fa alzare le sopracciglia l’ignoranza di Martha, la cameriera, quando spera che Mary, venendo dall’India, abbia la pelle nera, perché lei non ha mai visto qualcuno con la pelle nera e di “loro” non sa nient’altro, tranne che le è stato detto di considerarli comunque fratelli e figli di Dio. Fa ancor meno sorridere la reazione di Mary, che si arrabbia moltissimo e lo considera un grave affronto – “Pensavi fossi una nera! Sei una stupida!“. 

Mandy Morris arriva inoltre a dire che il disprezzo tutto ciò che è nero passa anche attraverso i vestiti che non piacciono a Mary, perché sono neri. Non è però necessariamente l’unica lettura che si possa fare: il nero è anche il colore del lutto, ciò che ricorda continuamente a Mary di essere orfana e che più probabilmente lei trova insopportabile per questo

Morris sottolinea anche il razzismo delle continue affermazioni sul clima insalubre dell’India, un posto dove crescere per bene dei bambini inglesi  è impossibile, tant’è che Mary arriva in Inghilterra con la pelle gialla e una salute cagionevole.

Leggendo pezzi dell’originale inglese ho inoltre scoperto, come sottolinea Morris, l’importanza del dialetto: Dickon, Martha e la loro mamma, che sono legati alla terra, parlano il dialetto tipico dello Yorkshire, a differenza di Mary, Colin e Mrs. Medlock, che invece si esprimono in inglese standard senza inflessioni particolari.

Nonostante la connotazione negativa che, all’interno del libro, talvolta viene data al dialetto (Mrs. Meldock  parlando della signora Sowbery, madre di Dickon, commenta che sarebbe stata una persona intelligente, non fosse nata nella landa e non parlasse in dialetto), la Burnett se ne stacca decisamente: a vincere e salvare tutti sono i personaggi come Dickon e sua madre, legati alla terra, alla natura e al buon senso.

 

La magia esiste

Il giardino segreto non è esattamente un fantasy: nonostante il bizzarro stato di sospensione dell’incredulità che avvolge il lettore dall’arrivo di Mary al castello di Misselthwaite, per tutta la storia non succede niente che non si possa spiegare più o meno razionalmente – dal pettirosso che per caso scopre il tralcio d’edera sulla porta del giardino segreto al pettirosso che per caso indica a Mary dov’è la chiave, passando per Colin che comincia a camminare da solo e arrivando a suo padre, il signor Craven, che torna al momento giusto dal viaggio che non aveva motivi razionali per interrompere – semplicemente, ha fatto un sogno in cui la defunta moglie Lilian e lo chiama, dicendogli di essere nel giardino.

Eppure, la magia ne Il giardino segreto è un tema continuamente presente: quando Colin, una volta fatti i primi passi all’interno del giardino sotto la guida di Mary, decide di contattare suo padre e non riesce a convincere l’arcigna governante (Miss Medlock, con qualche somiglianza con la signorina Rottermeier di Heidi) a scrivergli, ai tre ragazzi sembra il passo più ovvio contattarlo telepaticamente improvvisando un rito magico nel giardino.

Per l’occasione, Colin spiega a Ben Weatherstaff, il giardiniere della proprietà che ha scoperto il loro segreto ed è stato ammesso a partecipare al rito, che quando sarà più grande farà “esperimenti scientifici” per scoprire la natura della magia e, nel mentre, attraverso questa curerà anche la schiena dolorante di Ben.

Influenzata dal Cristianesimo Scientista, per cui si pensa a Dio più come forza vitale che entità vera e propria, la scrittura della Burnett viene continuamente attraversata da un’alternanza di razionalità (il buon senso delle persone semplici, come la mamma di Dickon che sullo sfondo si preoccupa dei destini di Mary e Colin) e misticismo.

La natura ha il potere di guarire le ferite del corpo e dell’anima, far alzare Colin dalla sedia a rotelle, cambiare l’animo di Mary, guarire il signor Craven da un lutto che si porta dietro da troppo tempo. La magia de Il giardino segreto non è nient’altro che il potere del pensiero positivo e il credere fermamente nel riuscire a realizzare i propri desideri.

 

 


[1]  Se anche voi come me avevate qualche piccolo problema a immaginare cosa sia esattamente la landa, Wikipedia ci informa che è un habitat caratterizzato da vegetazione arbustiva aperta, a crescita bassa, che si trova sui suoli acidi e poco fertili (se anche così non vi dice granché, qui trovate un esempio inglese di landa).

[2] Nell’originale inglese della filastrocca con cui Mary viene presa in giro dai bambini, all’inizio della storia, viene chiamata Mistress Mary, anziché Mary dispettosa, e questo viene collegato dalla Price con la frase che pronuncia poco prima, “I don’t want boys”, diventata in italiano “Non voglio ragazzi intorno!”