Uno dei rari momenti in cui ho provato gioia nelle ultime due settimane è stato alla Women’s March di Londra; vedere così tante persone agguerrite e preparate a combattere il nuovo presidente degli Stati Uniti e le sue politiche mi ha riempito il cuore di speranza per i prossimi anni (se vi state chiedendo perché la politica statunitense dovrebbe preoccupare gli europei, dove avete vissuto per gli ultimi settant’anni?).

Alla manifestazione ho notato diversi cartelli – che poi ho visto anche nelle foto di tutte le altre Women’s March del mondo – che riportavano la frase “Free Melania” e altri slogan simili. Partito come un hashtag su Twitter, #FreeMelania si basa sul fatto che la nuova first lady ha passato tutta la campagna elettorale e l’inaugurazione a fare faccette tra il vegetativo e il terrorizzato, e che abbia bisogno di venire “salvata” dalle grinfie di suo marito.

Sia le faccette che i cartelli mi hanno, in un primo momento, fatto abbastanza ridere. È vero: durante questa campagna Melania è stata maltrattata e messa in ridicolo tanto dalla sua stessa famiglia quanto dai media e dal pubblico; è stata giudicata per tutto, dal suo accento buffo alla sua faccia immobile alla sua carriera da modella seminuda.

Perché la stiamo giudicando così aspramente? E perché giudichiamo sempre le donne in associazione a quello che fanno gli uomini nella loro vita (una condanna che, per inciso, ha colpito in lungo e in largo anche Hillary Clinton)? Dovremmo essere più solidali nei suoi confronti? È anche lei una vittima della retorica fascista del nuovo Presidente degli Stati Uniti e dei suoi seguaci?

Ad ogni modo, penso che non ci sia niente da cui liberare Melania, e che compatirla sia quanto mai ingenuo. Elizabeth Kiefer descrive #FreeMelania come “a leftist alternative truth”: non c’è niente per cui compatire Melania, anche se ci piacerebbe credere che ci sia.

È innegabile che che le dichiarazioni pubbliche di Melania non siano state poi tante, e che quello che si sa su di lei dipinga un ritratto abbastanza complicato, specialmente alla luce delle convinzioni politiche del marito, che lei ha sempre appoggiato (vi consiglio questo ottimo profilo scritto da Lauren Collins per il New Yorker, e questo di Julia Ioffe per GQ, di cui parleremo anche più avanti).

Qualche esempio: nel 2011 ha discusso animatamente con Joy Behar sostenendo la falsità del certificato di nascita di Barack Obama, promuovendo (con convinzione) la retorica razzista del marito e dei suoi sostenitori.

In un’intervista con Anderson Cooper su CNN, Melania:

– Sostiene che l’ormai infame conversazione contenente la frase “grab them by the pussy” fosse semplicemente “boy talk” e che era stato spronato a dire cattiverie, e che non direbbe mai niente del genere in privato.

– Sostiene che le donne che hanno accusato suo marito di aggressione sessuale stiano mentendo. “This was all organized from the opposition. And with the details … did they ever check the background of these women? They don’t have any facts.”

Un profilo di Melania scritto dalla giornalista Julia Ioffe per GQ ha attirato le critiche della stessa Melania e, dopo che questo attacco ha causato un fiume di messaggi d’odio e minacce antisemitiche, Melania ha detto che Ioffe stessa li aveva provocati. La stessa Melania, chiaramente una troll professionista, ha annunciato non molto più tardi che nel suo ruolo di first lady avrebbe lanciato una campagna per prevenire il bullismo online.

 

Trovo preoccupante che #FreeMelania e il supporto generale per Melania esistano, non solo perché lei potrebbe o non potrebbe avere idee tremende tanto quelle di suo marito, ma perché – nonostante lei stessa ci abbia mostrato cosa pensa e da che parte sta – continuiamo a privare una donna della sua capacità, in questo caso negativa, di scegliere indipendentemente cosa fare della propria vita.

In particolare, il fatto che Melania sia Melania – una straniera negli Stati Uniti, molto bella, una ex modella, forse (o forse no) in un matrimonio di convenienza – sembra spingerci a vederla come stupida e non in grado di scegliere per sé stessa, o di avere dei pensieri indipendenti. È un po’ la storia delle regine cattive dei cartoni animati: tutti cascano dal pero quando si scopre che sono cattive, perché sono belle e quindi per forza buone e vacue.

Sull’Atlantic, Megan Garber prova a spiegare il sentimento di compassione nei confronti di Melania come una narrativa che esiste da una vita nella cultura popolare: è “la sfacciata e insistente supposizione che la nuova first lady sia un’eroina triste e sonnolenta di una fiaba moderna”, tanto che alcune parodie uscite durante la campagna elettorale la rappresentavano come Raperonzolo rinchiusa nella torre.

Accettare una visione alternativa di Melania comprenderebbe dover accettare che è una donna a cui le frasi orrende del marito non fanno né caldo né freddo; che è d’accordo con le politiche retrograde e antifemministe del nuovo Presidente.

#FreeMelania, continua Garber, dipinge la first lady come un’eroina romantica come Emma Bovary o Anna Karenina – una protagonista femminile forte che è obbligata al silenzio e alla repressione.

Invece, come suggerisce Lindsay Zoladz su The Ringer, Melania non è “la modella-moglie silenziosa e senza poteri, ma una donna che ha deciso di usare il suo considerabile potere economico e sociale esclusivamente per sminuire le preoccupazioni delle donne che non condividono i suoi privilegi”.

 

Se vogliamo davvero aiutare Melania, smettiamo di farci influenzare da questa retorica all’apparenza compassionevole, e in realtà profondamente sessista. Cominciamo a vedere la realtà per come è veramente, e Melania per una donna che finora non ha mai mostrato un briciolo di dubbio, tantomeno opposizione, alle politiche del marito. Preoccupiamoci di tutte le donne che verranno ingiustamente punite dal nuovo Presidente degli Stati Uniti e dei suoi collaboratori – e ce n’è, di cui preoccuparsi, come abbiamo visto negli ultimi dieci giorni.

Nell’intervista con Anderson Cooper menzionata in precedenza, Melania stessa dice: I’m very strong. And people — they don’t really know me. People think and talk about me like, ‘Oh, Melania, oh poor Melania,'” […] “Don’t feel sorry for me. Don’t feel sorry for me. I can handle everything”. È tempo di crederle.

 

Il tema di febbraio 2017 sarà “influenza” – quella di chi ci è vicino, quella dei media, quella della temibile teoria del gender.

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Soft Revolution paylaştı: 26 Ocak 2017 Perşembe

 

Ora, tanto per chiudere su una nota positiva, ecco un bambino carino ad una Women’s March.