Qualche giorno fa mi ero appena seduta in un bar di Milano dove a volte mi capita di bere un caffè o lavorare al computer. Un uomo poco lontano, tra i 40 e i 50 anni, parlava con un giovane freelance con un tono di voce sicuro e molto, molto alto.

Come ho scoperto presto, l’ignoto uomo che indossava un completo elegante, stava contrattando una collaborazione con il giovane copywriter, per un sito che fa parte di un gruppo molto importante. La prima “battuta”, praticamente urlata, che ho sentito arrivare da quella direzione, è stata: “Troppe donne in questa redazione, non posso nemmeno fare una battuta sulle tette”.

Non avevo ancora capito bene i ruoli di entrambi, non avevo ancora messo a fuoco lo squilibrio tra chi aveva pronunciato quella frase e chi la stava ricevendo, quindi il mio sguardo si è subito rivolto al ragazzo, in attesa di una reazione decisa, di una fuga da quel potenziale cliente grezzo e all’antica.

Quello che ho trovato è stata invece una risatina nervosa, uno sguardo distolto il prima possibile dagli occhi di chi parlava, un atteggiamento forzatamente amichevole, finalizzato a ottenere un lavoro, con cui forse pagare un affitto, una bici, un software, una cena di compleanno, una visita. O anche solo le tasse. Qualsiasi cosa.

A un certo punto, per sopravvivenza e perché anch’io ho visite, cene, tasse e affitti da pagare, ho infilato gli auricolari. Non prima di sentire altre due perle. In un discorso che concerneva, suppongo, sondaggi e inchieste, è stata fatta una curiosa scelta dal punto di vista del linguaggio e degli esempi adottati: “Allora, le più zoccole sono le americane, oppure le più zoccole sono le svizzere, e così via”.

Quando il ragazzo ha parlato invece di un lavoro per un cliente precedente, una fisioterapista, il solito imprenditore ha risposto con una risata, per poi aggiungere “Magari pagato in natura. Un bel massaggio di mezz’ora e poi chissà”. La risata del ragazzo si è fatta a quel punto sempre più nervosa, le parole in risposta inesistenti o appena accennate, nella speranza, forse, che dare poca attenzione a quelle battute potesse voler dire veder sparire le cazzate per lasciare finalmente spazio a soldi, scadenze e contratti.

In quella situazione, mi sono sentita a disagio per diverse ragioni. Ad esempio, la sicurezza con cui ho osservato invadere uno spazio condiviso da tanti altri lavoratori e persone con la sola forza del linguaggio, non solo sessista e volgare, ma anche rumoroso e sempre più autoreferenziale. Il senso di impotenza che mi ha travolto. Il fatto che questa persona fosse totalmente incapace di individuare dei confini, tra sé e il mondo, tra sé e un potenziale collaboratore, tra sé e le tante donne sedute vicino a lui allo stesso tavolo. La spaventosa mancanza di consapevolezza di quest’uomo sul disagio provocato alla persona con cui stava interagendo. Ok, erano “solo battute”, ma nella mia modesta esperienza tante persone che fanno scelte così basse in termini di linguaggio sul posto di lavoro, soprattutto se in una posizione di relativo potere, hanno problemi che vanno ben oltre la scurrilità.

Forse, più di ogni altra cosa, a turbarmi è stato lo squilibrio di potere che permetteva a un imprenditore di sentirsi libero di dire qualsiasi cosa e a un potenziale collaboratore con partita IVA di sentirsi intrappolato in una situazione dove rispondere equivale a perdere una possibilità di guadagno.

Se fossi alla ricerca di facili capri espiatori, urlerei “eh, ma il ragazzo avrebbe dovuto rispondere!”, “avrebbe dovuto farsi valere!”, “avrebbe dovuto tirare fuori le palle”. “Che venduto!”. E invece. E invece ho provato molta pena per lui e molta rabbia per l’altro e ho pensato a tutte le volte che per tenermi stretta una collaborazione, un cliente, un contratto, una fattura, una reputazione, o anche solo perché ero così sconvolta da non riuscire a trovare conforto nel linguaggio e parole adatte per esprimere come mi sentivo, ho digerito frasi o modalità di relazione così indigeste che mi tormentano a distanza di mesi o di anni. E ho anche pensato a tutte le volte che persone, anche molto vicine a me, hanno reagito ai miei aneddoti con “E allora?”, “Dai ma stava scherzando” o “Vabbè ma te la prendi troppo”.

Asia Argento

Quando, a partire dall’inchiesta pubblicata dal New York Times il 5 ottobre, è scoppiato il cosiddetto “caso Weinstein”, ho sentito un senso di rifiuto all’idea di aprire e leggere lunghe inchieste che avrebbero razionalizzato anni di violenza e molestie elargendo nomi, numeri, date, nomi di alberghi, frasi tra virgolette e commenti fuori dalle virgolette, dettagli su accappatoi, vasche, porte, scalinate, telefonate. Perché, quando violenza e molestie vengono messe solo sul piano dei fatti, del mero racconto dei “fatti”, raccontati prevalentemente in terza persona, chiunque non ci sia passato o chiunque non riesca a immedesimarsi per qualsivoglia ragione sul piano emotivo, psicologico, fisico e/o personale, troverà sempre qualcosa “di logico” da ridire. “Avrebbe dovuto farsi valere”. “Eh ma la ragazza avrebbe dovuto rispondere!”. “Che venduta!”, lo fa solo per la carriera.

Vi ricorda qualcosa?

È vero, il ragazzo al bar avrebbe potuto farsi valere con quell’imprenditore così fastidioso e scurrile. È vero, la ragazza nella stanza d’albergo avrebbe potuto farsi valere con quell’imprenditore così fastidioso e scurrile, così potente, così imponente. Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. E se non prendiamo in considerazione altri fattori oltre ai meri fatti, altre dimensioni oltre a quella temporale, spaziale e fisica, siamo rovinati.

Se ci attacchiamo in maniera disperata alla perfetta linearità degli eventi, non capiremo mai perché una ragazza ventenne possa sentirsi indifesa di fronte a un uomo che ha più del doppio dei suoi anni e dei suoi chili e dei suoi contatti. Se ragioniamo solo come se avessimo tra le mani un plastico da seconda serata su Rai Uno e trattiamo i protagonisti di questi eventi come piccole figure inanimate e prive di sentimenti, di traumi, di insicurezze, di ricatti, di debolezze, i colpevoli saranno tutti e quindi il colpevole non sarà nessuno.

O meglio, la narrazione si sposterà pian piano da quello che Lui ha fatto a quello che Loro, tante Lei, non sono state in grado di fare, perché erano troppo arriviste. Perché erano troppo sensuali. Perché erano troppo ingenue. Perché non sono state abbastanza Femmine. Perché, col padre che c’hai, possibile che nessuno ti abbia insegnato cosa fare in queste situazioni?

A qualche giorno dall’esplosione dello scandalo, il dibattito sulle violenze e sulle molestie di Weinstein, le donne hanno iniziato a parlare, in prima persona, di quello che era successo. Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie, Ashley Judd (che viene nominata anche nell’inchiesta del New York Times e che da anni sosteneva di aver subìto una grave violenza sessuale da parte di un famoso produttore di Hollywood), Cara Delevingne, Rosanna Arquette, Mira Sorvino. Asia Argento. Rose McGowan. E molte, molte altre. La narrazione è passata da una terza persona (a tratti clinica e distaccata) a una prima persona. Ecco cosa mi è successo, ecco come mi è andata, ecco cosa mi ha fatto. Anche Lena Dunham e Jessica Chastain hanno detto la propria, la prima in un op-ed pubblicato dal New York Times e la seconda in un tweet.

Né Dunham né Chastain hanno subìto violenze da Weinstein, ma entrambe hanno ammesso di aver conosciuto per anni la cattiva reputazione del produttore e di sentirsi in colpa per non aver fatto o detto niente. Jane Fonda, con la voce rotta, ha detto a Christiane Amanpour sulla CNN, che Rosanna Arquette le aveva raccontato un anno fa delle molestie subìte dal produttore hollywoodiano. Asia Argento, una delle vittime italiane (c’è anche la modella 24enne Ambra Gutierrez, che registrò le avance indesiderate del produttore per consegnarle il giorno dopo alla polizia, in un audio tremendo che ora si può ascoltare sul New Yorker), nonostante i vari tentativi di strumentalizzazione positiva e negativa provenienti soprattutto da media e commentatori italiani, difende da giorni con le unghie e con i denti la sua narrazione in prima persona. La veicola soprattutto su Twitter, la stessa piattaforma in cui ha condiviso una scena di quel film girato nel 1999 dove lei stessa reinterpreta lo stupro subìto.

 

Cosa accomuna tante delle donne che ho appena citato, soprattutto le prime ad aver parlato? Cosa hanno in comune Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie, a parte il lavoro e l’ex famoso? Perché Lena Dunham, fatta eccezione per i reporter e alcune vittime, ha parlato prima di tutti gli altri colleghi, si è fatta avanti con un mea culpa che tantissimi colleghi non avrebbero mai il coraggio di pubblicare, anche a costo di farsi inondare da una nuova massa di insulti, minacce e critiche? Perché Reese Witherspoon, che ha di recente raccontato di essere stata molestata da un regista quando aveva 16 anni, si fa avanti quando di anni ne ha 41, e vanta un Oscar, una casa di produzione di sua proprietà e un marito agente cinematografico?

Sono donne potenti. Donne, non ragazze, né adolescenti. In alcuni casi, come quello di Jane Fonda, donne anziane. E poi bianche, certo. La maggior parte di loro ha la possibilità e il privilegio di scrivere storie oltre che interpretarle, e chi non si è ancora dato alla produzione, alla regia o alla sceneggiatura, ha modo di partecipare a progetti innovativi, inclusivi, dove iniziano a vedersi anche volti e a esprimersi voci che non facciano sempre riferimento all’immaginario di artisti e menti unicamente maschili, bianche, eterosessuali, cisgender.

Artisti come (ne cito alcuni ma potrei dilungarmi di più) Xavier Dolan, Issa Rae, Abbi Jacobson & Ilana Glazer, Lena Dunham e Jill Soloway, hanno contribuito negli ultimi anni a creare ambienti creativi positivi e inclusivi che fino a qualche anno fa sarebbero stati inimmaginabili, sia nel cinema e nella TV mainstream che nel panorama indipendente, spesso contagiato dalla stessa misoginia che avvelena i vertici. Altre donne, come nel caso di Gwyneth Paltrow, sono imprenditrici.

Chi può scrivere storie su di sé, senza limiti e senza paura delle ripercussioni, è chi si è già fatto un nome, e ha la possibilità intellettuale, creativa ed economica di non dipendere da un Weinstein per il prossimo progetto o per pagarsi la casa appena comprata. Chi può scrivere storie su di sé è chi ha (un certo tipo di) potere. Oppure, chi vive e lavora in un sistema che sta iniziando a includere nuove persone e modalità di relazione personali e lavorative sa che, perso un lavoro con un regista o produttore molesto, può trovarne un altro con persone e interazioni più decenti e professionali. Ora lo sa. A 16, 18, 20 anni, forse non lo sapeva. E forse non lo sapeva perché le alternative erano così poche che la normalità sembrava quella lì, quel mostro orribile di cui si parla da giorni.

Stiamo parlando del mondo in cui Dustin Hoffman schiaffeggiò Meryl Streep sul set di Kramer contro Kramer, “per cacciarle fuori la migliore interpretazione”. Il mondo in cui Maria Schneider subì una violenza immonda da parte di Marlon Brando e Bernardo Bertolucci sul set di Ultimo tango a Parigi. Un mondo dove un regista ha fatto indossare un collare da cane all’attrice Molly Ringwald durante un’audizione e lei ha provato un episodio di spersonalizzazione così grave da non ricordare se alla fine il collare l’ha indossato per davvero o se è corsa fuori piangendo.

Molly Ringwald (nel film Pretty In Pink)

In quello stesso mondo, nel 2017, Moonlight ha vinto l’Oscar come Miglior film e pochi giorni fa Terry Crews, un attore nero molto muscoloso e identificato da molti come un’emblema di mascolinità possente, ha raccontato di aver subìto una molestia da un produttore (non Weinstein) e che allora non se la sarebbe sentita di agire perché avrebbe avuto paura di perdere il lavoro e di passare per il nero aggressivo e cattivo che se la prende con un produttore potente e con una buona fama senza alcun motivo apparente.

In quello stesso mondo, Jill Soloway negli ultimi tre anni è passat* dall’essere una figura semi-sconosciuta al produrre la pluripremiata Transparent, aprire la casa di produzione Topple (da Topple the patriarchy, rovesciare il patriarcato), fare un’intera serie sull’impatto del female gaze sull’arte e le relazioni di coppia (I Love Dick, ne abbiamo parlato qui) e discutere di patriarcato, femminismo, rappresentazione della violenza sessuale in TV ogni volta che qualcuno l* invita a un evento.

Chi ha lavorato con Jill Soloway, ad esempio Kathryn Hahn e India Salvor Menuez, ha parlato di un ambiente di lavoro unico, quasi esclusivamente composto da persone transgender e/o che si identificano nel genere femminile, dove le emozioni e lo stato d’animo degli interpreti vengono valorizzati tanto quanto l’output creativo finale.

Le storie influenzano la realtà e la realtà è influenzata da quelle storie. Sarà antipatico parlare di “scrittura femminile” o di “female gaze”, di diversità e di inclusività, di politically correctness, ma un gruppo più eterogeneo di creatori porta alla luce un diverso modo di fare esperienza del proprio corpo, delle relazioni e del mondo e può avere interessanti strascichi sul contenuto e lo stile del prodotto finale. Allo stesso tempo, narrazioni come la sceneggiatura, la canzone, la poesia, il tweet, la fotografia, la regia, la recitazione, possono aiutarci a trasformare in linguaggio pezzi di vita che non avevamo avuto la possibilità o la voglia o la forza di trasmettere in altre forme.

In questi giorni, grazie alle storie di queste donne potenti e famose, che hanno meno da perdere che in passato, sto condividendo, ascoltando, leggendo le storie di molte ragazze e donne, con meno potere e meno fama. Anche ma non solo grazie agli hashtag #metoo e #quellavoltache, in chat, davanti a un caffè, su WhatsApp, via mail, in form anonimi, scritte su una pagina di diario, migliaia e migliaia di storie ed esperienze stanno prendendo forma. Alcune vengono verbalizzate per la prima volta in anni. Altre vengono espresse in forma anonima. Altre vengono tenute per sé o per una sola persona con cui confidarsi, a cui far promettere “non dirlo a nessuno”.

Ci sono molestie subìte da donne e ragazze che lavorano nel mondo dell’editoria, della comunicazione, della moda, dello spettacolo, dell’arte, del cinema, del teatro, del giornalismo, del design. Ma anche di settori molto meno visibili e popolari, come quello scientifico e quello dei negozi e quello del turismo. Alcune di queste storie ce le diciamo di nascosto perché non sappiamo ancora cosa avremmo da perdere. In caso di denuncia, alcune hanno paura delle troppe spese, ripercussioni, vendette possibili. Altre hanno avuto un assaggio di cosa può succedere quando si alza la voce contro un uomo in seguito a una molestia o a una violenza, e hanno preferito non proseguire, non rischiare di dare in pasto il proprio corpo o la propria storia a polizia, media, critici dell’ultim’ora, avvocati.

 

L’imprenditore scurrile l’ho rivisto qualche giorno dopo, sempre nello stesso bar, con uno stuolo di dipendenti al seguito. Lui parlava come sempre a voce molto alta, tutti lo seguivano con reverenza, compresa una donna molto giovane con un sorriso e uno chignon molto tirati. Magari un giorno di questi, o un anno di questi, qualcuno troverà la forza di dirgli che la deve smettere. O qualcuno lo denuncerà o registrerà l’audio di un suo “colloquio” e lo pubblicherà online. Qualcun altro magari si licenzierà per fondare un’agenzia migliore, con un approccio diverso nei confronti dei dipendenti e politiche interne più rigide nei confronti del sessismo e della discriminazione sul posto di lavoro.

Io, intanto, imprenditore dal completo blu, te lo dico: aspetto solo il giorno in cui potremo fare nomi e cognomi senza temere ripercussioni. In cui saremo potenti abbastanza da non assumervi o da cambiare strada se vi vedremo arrivare da lontano, senza pensare di dovervi qualcosa, neanche un saluto formale. In cui potremo decidere cosa rivelare e cosa no, cosa rendere pubblico e cosa tenere per noi, senza temere che qualcuno ci dirà che non siamo state Donne abbastanza o che siamo state troppo Puttane e che quindi in fondo in fondo forse era quello che volevamo. Mentre aspetto quel giorno, sappi, imprenditore, che le voci girano. Che la nostra voce gira. E che, prima o poi, in una forma o in un’altra, pubblica o privata, professionale o creativa, ci esprimeremo.