Sempre sono trascinata fuori di me dalla tempesta di vivere. Che cos’è il tempo, e perché deve considerarsi passato? Fino a quando viviamo esiste un solo tempo, il presente. Una forza struggente mi prende alle viscere: costruttiva o devastatrice non mi è dato sapere; è senza regola, almeno apparente.

Maria Bellonci, Rinascimento privato (1985)

Per caso o per strategia, negli ultimi anni non è inusuale che nel mercato editoriale statunitense – la cui influenza pesa anche su quello italiano per squisite ragioni di imperialismo culturale – appaiano storie incentrate sull’amicizia femminile e più in generale sulle dinamiche delle relazioni affettive tra donne (sebbene non amorose). L’ultimo caso, e tra i più celebri a causa del consistente anticipo corrisposto all’autrice, è The Girls di Emma Cline, lanciato con gran pompa anche in Italia da Einaudi, oppure The Mothers di Brit Bennett, da cui verrà tratto un film prodotto da Kerry Washington.

Questo rinnovato interesse verso i rapporti interpersonali femminili può spiegare in parte il successo oltreoceano del romanzo italiano che viene in mente a tutti quando si parla dell’argomento: la tetralogia napoletana di Elena Ferrante.

Per chi ancora non lo sapesse, il ciclo de L’amica geniale è incentrato su Elena e Lila, due personaggi che seguiamo dalla prima infanzia fino alla maturità; per la precisione, si parte dai primi anni Cinquanta e si arriva ai tardi Ottanta (con slanci anche in periodi successivi, ma più contenuti).

 

I

Elena e Lila nascono nell’agosto 1944, a distanza di un paio di settimane; soltanto poco più di dieci mesi prima, Napoli si è affrancata con le proprie forze dal dominio nazifascista per poi accogliere gli Alleati, già libera, il 1° Ottobre 1943. Le condizioni della città in quel periodo sono precarissime – come tratteggiato in modo impressionistico da Curzio Malaparte nel suo La pelle – e non è difficile immaginare che a farne le spese siano stati gli strati più poveri della popolazione, a cui appartengono anche le famiglie delle protagoniste ferrantiane.

L’amica geniale, la prima sezione del lungo romanzo di Elena Ferrante, non parla della guerra; sebbene le conseguenze del conflitto siano sotto gli occhi di tutti (la miseria generale, contro cui si staglia in contrasto chi si è arricchito in modo poco chiaro), la narrazione è ancorata da due personaggi di età ancora infantile, la cui intelligenza è sufficiente per capire che c’è ben altro sotto la superficie, ma ancora troppo poco formata per giungere a conclusioni definitive.

Elena Greco e Lila Cerullo attraversano la densissima seconda metà del Novecento italiano: il dopoguerra cederà al boom economico a cavallo degli anni Sessanta, che al proprio crepuscolo lascerà spazio ai tumulti nelle fabbriche e nelle università presto tramutatisi nel piombo degli anni Settanta, e così via.

Eppure i percorsi delle due protagoniste sono fortemente divergenti; il bivio è generato dalla scelta di senso opposto da parte delle rispettive famiglie riguardo l’istruzione non obbligatoria: a Elena è permesso di continuare a studiare, a Lila no.

A questo punto, le amiche sembrano dividersi i caratteri di una coppia celebre del mito: Ulisse e Penelope. Dimostrando capacità intellettuali non comuni, Elena lascia la casa materna (casa Greco è soprattutto la casa di sua madre) per studiare alla Normale di Pisa, sposa un grecista la cui famiglia appartiene alla belle société di sinistra, e sembra – almeno in un primo momento – lasciarsi il passato alle spalle.

Lila, come Penelope a Itaca, rimane nel loro rione napoletano: dotata di un’intelligenza creativa e capace di ingannare il prossimo, non è meno assediata dai Proci. Per Elena, poi, Lila assume anche tratti provenienti da altri personaggi femminili dell’Odissea: da giovane ha la freschezza di Nausicaa, e spesso sembra capace di esercitare le arti negromantiche di Circe.

Tuttavia Lila non è solamente l’opposto di Ulisse: chi più di lei possiede ciò che Ippolito Pindemonte tradusse come “multiforme ingegno”? Per tutta la tetralogia, Lila si distingue per una prontezza fertile che non rispetta le barriere tra scienza e discipline umanistiche, un’intelligenza profondamente creatrice, un genio in grado di esprimersi in ogni disciplina. Il romanzo stesso si apre con la sua scomparsa, che forse è la versione ferrantiana del “folle volo” della tradizione dantesca.

 

II

Gli anni si affastellano con ritmi diversi nelle diverse sezioni. Elena Ferrante, come un romanziere ottocentesco, non ha paura di ignorare la regola dello show, don’t tell: l’intera tetralogia ha i caratteri di un poema epico, e non è inusuale che i dialoghi siano indiretti.

L’autrice, del resto, lavora per accumulo di particolari con tutti i suoi personaggi; Pasquale Peluso e Nino Sarratore sono forse i più soddisfacenti dal punto di vista narrativo, sulla lunga distanza, per il modo sottile e realistico in cui ne viene ritratta l’evoluzione personale e politica. Ma l’attenzione resta sempre concentrata su Elena e Lila.

È interessante l’introduzione nella trama del femminismo nella sua affermazione come movimento sociale nell’Italia degli anni Settanta. Elena legge il celebre Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, ed è un momento epifanico su almeno due livelli: primo, trovano finalmente una voce le istanze interiori che aveva avvertito da sempre; secondo, Lonzi – per Elena – è qualcuno che ha studiato la cultura maschile e l’ha usata per poi pensare contro di essa. Elena è convinta che di questo sarebbe stata capace anche Lila, e cerca di condividere con lei la propria “scoperta” del femminismo.

Per chi legge, può risultare sorprendente come Lila, una persona la cui esistenza è forse tra quelle più colpite dagli aspetti negativi di una società patriarcale, sia molto restia nei riguardi del femminismo, ma la capacità ferrantiana di lavorare per accumulo di particolari è così affilata che spiega alla perfezione la sua ritrosia: per una donna che lavora, di estrazione sociale bassa, sputare su Hegel non può che rimanere un bel gesto che avrà ben poco impatto sull’immediato della sua vita.

Se la teorizzazione del femminismo è importante e anzi necessaria, allo stesso tempo implica il privilegio (molto banale!) di potersi fermare a pensare; è necessario che i passi concreti seguano alla teoria e vadano ad aiutare le fasce più marginalizzate o svantaggiate della popolazione femminile: donne povere, migranti, donne non bianche, donne non eterosessuali, donne transgender.

È opinione comune che il segreto del successo ferrantiano risieda nella rappresentazione del rapporto complicato e ricchissimo tra Elena e Lila. Aggiungerei che è importante come Ferrante sottolinei la maniera in cui il potere patriarcale influisce su e talvolta domina le vite delle due protagoniste, e il modo in cui alcuni personaggi femminili ne diventano le esecutrici materiali: il lusso del potere patriarcale è che non ha bisogno di essere esercitato da un membro del genere maschile, basta che altre persone abbiano un sufficiente investimento personale nel mantenerlo.

Immagine di Giosetta Fioroni

III

Mi è capitato più volte di sentire lodato un prodotto culturale con la frase “è così bello/fatto così bene che non sembra neanche italiano”. Bene, i romanzi di Elena Ferrante sono profondamente italiani; è impossibile immaginarli scritti da una persona straniera.

I riferimenti culturali, i diversi ambienti sociali, i rapporti familiari: tutto suona autentico e del tutto privo del feticismo esoticizzante che a volte gli artisti italiani stessi proiettano sulle proprie opere per attirare attenzione anche fuori dai confini nazionali (un film come La grande bellezza ne è un esempio lapalissiano: rovina e glamour dei tempi che furono).

 

IV

Un effetto collaterale imprevisto del leggere la tetralogia napoletana, per me, è che la mia concentrazione nel leggere in altre lingue sembra, almeno per il momento, essere abbastanza compromessa.

Se dovessi descrivere il tipo di libro che ho voglia di leggere in questo momento, le seguenti caratteristiche vengono in mente: in italiano, scritto da un’autrice italiana, non recente.

Cosa scrivevano le autrici italiane prima che Elena e Lila nascessero? (Alba de Céspedes pubblicava a 27 anni Nessuno torna indietro – è il 1938 e il regime non apprezza la rappresentazione che dà dei personaggi femminili.) E nel periodo in cui Elena e Lila erano alle elementari? (Alda Merini esordiva con La presenza di Orfeo.) Mentre Elena studiava latino e greco al liceo classico? (Natalia Ginzburg pubblicava Le piccole virtù.) E dopo ancora?

Mi piacerebbe vivere in un mondo perfetto in cui il contributo femminile non sia ignorato, cancellato immediatamente o nel tempo grazie al disinteresse dell’establishment – tra quarant’anni, la tetralogia napoletana sarà dimenticata in Italia come l’opera di Fausta Cialente? Per ora non mi sentirei di escluderlo.

Nel 1975, Laura Lepetit fondava a Milano la casa editrice femminista La Tartaruga, simile alle britanniche Virago o Persephone, che nel 1998 è stata poi venduta a Baldini & Castoldi. La Tartaruga è stata da poco resuscitata come collana all’interno di B&C; il primo romanzo pubblicato è stato Le donne di troppo di George Gissing, forse non la scelta migliore come primo titolo: il romanzo può anche avere una valenza femminista, ma poteva aspettare a favore magari proprio del secondo titolo, Romanza senza parole di Sof’ja Tolstaja.

Certo, non tutto è perduto: Adelphi ha in catalogo Anna Maria Ortese e Cristina Campo, e una raccolta di tutte le opere di Alba de Céspedes fa parte dei Meridiani Mondadori. Ed esistono altri casi, anche se è ancora troppo poco. L’Italia non è mai stata popolata solo da uomini (né solo da etero né solo da bianchi…), in nessun campo.

Maria Montessori è la prima donna italiana laurearsi in Medicina e fonda un metodo educativo in uso ancora oggi; Anna Kuliscioff si laurea in Medicina (è la prima donna presso l’ateneo di Napoli), esercita la professione ed è una delle grandi figure del socialismo italiano. Figure diverse come Oriana Fallaci e Nilde Iotti, e moltissime altre – e per moltissime intendo: trentacinquemila, secondo le stime – parteciparono alla lotta partigiana. Giosetta Fioroni, Marina Cicogna, Gae Aulenti, Rita Levi Montalcini, Fabiola Gianotti. Sto citando solo i grandi nomi: non dubito che esista una folla di minori, e spero pian piano di conoscerli.

 

V

Il segreto più celebre di Elena Ferrante è la sua identità. Il nome parlante (se è difficile avvicinarla all’Elena del mito, è quasi scontato riconoscerle l’indole battagliera segnalata dal suo cognome) e l’opera ci dovrebbero bastare, ma non sono mai mancati tentativi sempre più aggressivi di “smascherarla”; alcuni di questi tentativi – basati su analisi filologiche – sono stati di certo più degni di chi ha pensato che un’autrice che lavora in absentia sotto pseudonimo debba essere trattata alla stregua di un indiziato.

Il mio segreto riguardo Elena Ferrante è che ha risposto a una domanda che non sapevo di avere, e che non è stato sufficiente affrontare tramite la saggistica: come si viveva da donna in Italia, prima che io nascessi? In modo molto diverso da oggi, per certi versi.

Per altri, proprio come oggi: in mezzo ad altre donne, con le quali i legami sono dei più svariati.