di Pushpanjali Dallari

 

Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Specchio, Sylvia Plath

Non avrei mai pensato di dirlo: io e Miley Cyrus abbiamo due cose in comune. La prima, è, banalmente, il mese di nascita (novembre); la seconda è che soffriamo entrambe di dismorfismo corporeo. Nel mio caso è maturato in adolescenza, a sedici anni; le storie di questo tipo non sono mai originali.

Il Disturbo di Dismorfismo Corporeo (Body Dysmorphic Disorder, BDD) è inserito nella categoria dei disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati e, pur essendo legato strettamente a bulimia e anoressia, è meno conosciuto.
I soggetti, come spiegato da Antonio Scarinci e Roberto Lorenzini nel manuale Disturbo di Dismorfismo Corporeo-Assessment, Diagnosi e Trattamento, “perdono la visione d’insieme della propria immagine mostrando un’attenzione selettiva al dettaglio e al particolare e una difficoltà di sintesi”. A questo si associa un’indefessa autocritica, che può condurre allo sviluppo di stati dolorosi, rifiuto di sé, vergogna, isolamento dagli altri, maturato senso di irrealtà.

Il disturbo è presente nello specifico con una percentuale che varia dal 3% al 53% nei pazienti sottoposti a chirurgia estetica, dall’8% al 37% nei pazienti con disturbo ossessivo compulsivo, e dal 14% al 42% in coloro che soffrono di disturbo depressivo maggiore (American Psychological Association, 2014). Colpisce sia maschi che femmine e si sviluppa solitamente attorno ai sedici anni (APA, 2014). Secondo Scarinci e Lorenzin, inoltre, il rischio relativo di presentare il disturbo “cresce tra coloro che non sono sposati, tra i divorziati e tra i disoccupati”.

Illustrazione di Silvia Peduto

Credo che tuttavia tratti peculiari di questa patologia siano riscontrabili nella maggioranza delle donne, il cui valore nella storia dell’umanità è sempre stato ricondotto ad una matrice corporea. Il sesso femminile è stato lungamente fatto coincidere con la parte più istintuale della natura umana, il corpo appunto, mentre all’uomo spettava il ruolo raziocinante della mente, in un percorso che va da Aristotele a John Gray ne Gli uomini vengono da Marte, Le donne da Venere (1992).

Tutte siamo sottoposte alla medesima pressione sociale dell’apparire, tutte facciamo tutte quotidianamente l’amore con lo specchio per smarrirci dentro di esso, come Narciso. Il trucco è saper nuotare. Di tutti i luoghi del crimine disseminati sul mio corpo, credo che nessuno sia stato più indagato sottilmente allo specchio del mio sedere, anzi, cuLo, con la l palatale che schiocca di disapprovazione per l’immagine restituita.

Che mi sembri poco sodo, basso, cellulitico, non saprei dirlo, ma è sempre inderogabilmente sbagliato.
Al seno abbondante ho fatto l’abitudine, sono arrivata a considerarlo un punto di forza, i fianchi li ho accettati, ma il culo… In un qualche modo rappresenta tutte le aspettative disattese, le promesse infrante, gli errori che continuo a fare e la pigrizia che mi impedisce di esprimermi al meglio, di progredire.

È primavera, e, risvegliate dall’impigrimento invernale, come le piante anche noi sentiamo che è venuto il momento di addobbarci della migliore versione di noi stesse; inevitabilmente finiamo per chiederci se l’anno precedente andassimo in giro con la sola pianta di ficus addosso come Eva e arriviamo alla conclusione che è necessario fare acquisti. Con lo shopping ho ovviamente un rapporto complicato, come probabilmente chi sta leggendo.

Ci vestiamo per travestirci, ma anche per dare un’idea al mondo di chi siamo, solitamente in una versione più sgargiante e spavalda: il mio trench e il mio pretenzioso foulard mi si addicono, sono un’armatura perfetta.
Quando ti spogli per provare un vestito ti spogli di stessa per cercare una nuova te nello specchio. Come morire e rinascere. Ed è nel camerino di H&M, quando mi ritrovo a paragonare con fare rassegnato le mie natiche alle orecchie di un bassethound sotto una luce sbiadita e mortificante che rinvengo interessanti coincidenze tra la fatidica esperienza in camerino e le fasi di accettazione del lutto:

1. Negazione

Quella nello specchio non puoi essere tu. Vivi una sensazione di straniamento. Forse non esisti neanche.

2. Rabbia

Accessi di irritazione o di ira funesta vengono traditi dal tono di voce con cui ti rivolgerai nell’immediato alla malcapitata persona che ti ha accompagnata. Quest’altra te “nuda col culone” è brutta come uno scarafaggio senza corazza.

3. Negoziazione

Inizi a prendere consapevolezza del fatto che quella cosa lì informe nello specchio sei tu; inevitabilmente segue una serie di recriminazioni a proposito di quella giornata di sole in cui hai preferito rimanere accovacciata in posizione fetale sul divano invece di investire tempo ed energie per migliorarti.
In tal ora, il tal luogo, hai segnato la tua rovina. Questo senso di colpa viene introiettato, diviene una forma mentis; il corpo è il corpo del reato, forse il tuo. Janot definì il BDD “ossessione per la vergogna del corpo”.

4. Depressione

Il senso di colpa ti conduce nel peggiore dei casi a rumorose, imbarazzanti e prolungate lacrime, come quando avevo sedici anni e avevo l’impressione “di sembrare una torta” con qualunque vestito a ginocchio.

5. Accettazione

Credo sia l’atto dovuto nei nostri confronti. Non significa accettare noi stess* così come siamo. Significa accettare di dare una possibilità a noi stesse, far stringere la mano agli avvocati del diavolo che imperversano nella nostra testa e dire: “Ci riaggiorniamo”.

Notate Bene: Ovviamente l’intento di questo articolo è ironico e non intende ferire alcuno né spacciare se stesso per un surrogato di trattato psicologico, né infine parlare a nome di tutte le persone accomunate da questo disturbo. Giusto, condividere l’accettazione.


Fonti:

Scarinci, A., Lorenzini, R. (2015). Il disturbo di dimorfismo corporeo
stateofmind.it/tag/dismorfofobia-disturbo-di-dismorfismo-corporeo/
stateofmind.it/2015/07/disturbo-dismorfismo-corporeo/