Di recente ho scoperto che esiste una cosa chiamata Christian Domestic Discipline (CDD). Si tratta di una pratica basata sull’assunto – derivante principalmente dalla Bibbia – che esistano ruoli definiti nel matrimonio, e che quello delle mogli sia di sottomettersi ai propri mariti, in quanto essi ricoprono il ruolo di leadership nella coppia. Più precisamente, uno dei passaggi fondamentali della Bibbia tratto dagli Efesini a cui i praticanti di CDD si attengono dice:

22 Mogli, siate soggette ai vostri mariti, come al Signore;
23 poiché il marito è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, egli, che è il Salvatore del corpo.
24 Ma come la Chiesa è soggetta a Cristo, così debbono anche le mogli esser soggette ai loro mariti in ogni cosa.

Questo fa sì che le mogli cedano un certo numero di responsabilità all’interno del matrimonio al marito – ad esempio il controllo delle finanze – e inoltre attribuiscano ai propri mariti il dovere di educarle moralmente e spiritualmente, nonché il diritto di punirle fisicamente per educarle e correggere i propri errori.

La punizione corporale più comune nelle coppie che praticano questa disciplina è lo spanking, dove le mogli si lasciano letteralmente sculacciare dai mariti per imparare dai propri errori e diventare mogli e madri migliori. Ci tengo a sottolineare che le donne che iniziano questa pratica lo fanno volontariamente: il fatto che le donne diano il proprio consenso alla pratica è essenziale per capire cosa differenzia – apparentemente – questa disciplina da un abuso domestico.

Illustrazione di Jessica Adamo (Bloom)

I praticanti della CDD considerano lo spanking come un processo di consolidamento del rapporto di coppia tradizionale. In teoria, lo spanking nella CDD non è contestualizzato all’interno di una pratica sessuale: non è considerato né un preliminare né parte di un rapporto sessuale. Il marito punisce la moglie come disciplina corporale simile a quella che applicherebbe a dei figli disobbedienti. Le contraddizioni in questo senso ovviamente esistono: se vi venisse voglia di digitare “domestic discipline spanking novels” su Amazon incontrerete una serie di titoli e copertine che tutto fanno pensare tranne che a qualcosa di casto, punitivo e moralizzante.

Esistono anche coppie che praticano la Domestic Discipline (DD) senza specifici riferimenti religiosi; in entrambi i casi comunque i ruoli di marito e moglie sono interpretati nella maniera più tradizionale possibile: il marito è rappresentante dell’ordine, della morale e ha l’ultima parola su tutto. Perché è il suo ruolo: il disequilibrio di parità è assodato nella coppia, ed è riconosciuto da entrambe le parti. La moglie riconosce il suo ruolo di sottomissione, accetta l’autorità del marito, abbandona l’intento di volerlo controllare nel suo ruolo di leader e acconsente al migliorarsi in quanto essere umano e moglie, anche tramite punizioni fisiche ove decretato necessario dal marito.

I risultati positivi di tale pratica, a detta di chi la utilizza, sono notevoli: si va dalla perfetta armonia e ritrovata intimità coniugale, alla riduzione dello stress della donna che non è costretta a comportarsi da wonder woman, eccellendo sia al lavoro che nella vita domestica. Cedendo tot responsabilità al marito, affidandosi al suo giudizio, la moglie può smettere di lavorare, lasciar perdere compiti che la distraggono dall’essere una buona moglie e madre, e abbandonarsi completamente alle cure del marito, che la ama al punto da prendersi la briga di punirla se sbaglia perché vuole il suo bene e la ama come ama se stesso.

Il beneficio più tangibile? La donna che decide di sottomettersi è più serena, ed è felice di poter svolgere il proprio ruolo di moglie che onora il marito (e la propria religione), e di donna che riscopre la propria femminilità venendo coperta di attenzioni dal marito: il venir disciplinate le fa sentire protette e amate.

A questo punto, se non siete parte questo genere di coppia come non lo sono io, penso sia lecito provare un misto di disagio, fastidio, ma soprattutto straripante sconcerto. Ammetto che ho fatto un grande sforzo per continuare a documentarmi e capire perché volutamente una donna voglia iniziare un percorso del genere: in questo senso non mancano testimonianze online su blog dedicati all’argomento, gruppi di Yahoo, testimonial su YouTube, manuali per principianti e tantissimi titoli di libri che spiegano alle donne che la sottomissione è la chiave vincente per far funzionare il proprio matrimonio.

Ad incitare le donne ad adottare questo metodo sono per lo più altre donne: l’articolo scientifico di R. Claire Snyder-Hall intitolato “The Ideology of Wifely Submission: A Challenge for Feminism?” illustra in maniera esemplare come questo tipo di ideologia funzioni come una forma di empowerment delle donne che la scelgono. Chi sostiene la wifely submission infatti inquadra spesso la pratica come una risposta alternativa le problematiche che il femminismo ha sollevato, ma non ha mai veramente finito di affrontare:

In today’s society, the ideology of wifely submission must be understood in the context of feminism’s “unfinished revolution, with all the frustrations and disappointments that entails” for many women.

Nella società contemporanea, l’ideologia della sottomissione della moglie deve essere compresa all’interno del contesto della “rivoluzione incompiuta del femminismo, con tutte le relative frustrazioni e delusioni” che ha comportato per molte donne.

Nel paper di Snyder-Hall si parla di come il femminismo abbia spianato la strada alle donne che desiderano intraprendere una carriera, ma non abbia ancora del tutto risolto la questione della divisione delle responsabilità domestiche; di come il femminismo abbia abbattuto il concetto di galanteria maschile, ma non l’oggettivazione del corpo delle donne; di come il divorzio sia ancora una fonte di stress finanziario per la donna che dopo una vita di childcare e lavori part-time si ritrova a gestire una vita da divorziata.

In un certo senso, la CDD o DD hanno dato un tipo di empowerment e gestione delle relazioni coniugali alle donne che la praticano, perché la CDD o DD serve come innanzitutto come strumento se si vuole rimanere sposate e dipendenti finanziariamente da un marito a tutti i costi.

E dove sarebbe quindi l’empowerment? direte voi. Sulla carta non c’è qualcosa di meno femminista di sottomettersi al proprio marito, e addirittura farsi prendere a scapaccioni da lui se si sbaglia qualcosa. Eppure esistono donne del cosiddetto primo mondo (la maggior parte delle coppie che praticano la CDD o DD è negli Stati Uniti) che non supportano la gender equality all’interno di una coppia, che desiderano e scelgono questo tipo di relazione e ne sono soddisfatte a tal punto da consigliarlo ad altre donne.

Perché la CDD o DD le sgrava da una serie di problemi relazionali (il marito ha il loro bene al primo posto nella lista delle priorità, tanto vale lasciarlo fare di testa sua sempre!), morali (nei confronti della loro religione, si stanno comportando in maniera impeccabile!) e finanziari. Vanno per questo demonizzate, anche se nessuno le ha costrette a diventare mogli sottomesse, ma sono loro a volerlo? O le loro scelte vanno accettate in quanto loro sole e uniche, e quindi non soggette a nessun ragionevole dubbio?

L’articolo di Snyder-Hall si chiede intelligentemente come ci si debba comportare in situazioni del genere, dove chi supporta la parità di genere e di opportunità per ambo i sessi avrebbe l’istinto di tacciare come barbarico questo genere di discorso intellettuale e di pratica fisica. Non sarebbe più utile aprire il dialogo con donne che hanno visioni così radicalmente diverse dalle proprie, e tentare di offrire scenari di alternativi? si chiede Snyder-Hall in questo passaggio:

Feminists should seek to engage women in critical discussions about their choices, rather than simply accepting them as sacrosanct or condemning them as deluded. […] at the same time, however, feminist freedom also requires that women ask each other questions, that we continue a critical engagement with the foundation and meaning of desire and choice.

Chi si definisce femminista dovrebbe cercare di coinvolgere le donne in discussioni critiche riguardo le loro scelte, piuttosto che semplicemente accettarle come sacrosante o condannarle come assurde. […] allo stesso tempo comunque, la libertà femminista richiede che le donne si pongano mutualmente domande, che si continui ad esercitare un impegno critico nei confronti delle fondamenta e del significato di quello che si desidera e si sceglie

Immergersi nel mondo della (Christian) Domestic Discipline è stato personalmente molto difficile: non so quante volte mi è salito il sangue alla testa, e ho avuto voglia di urlare quanto trovi folle questo genere di discorso. Istintivamente penso che sia quello che molte donne che leggono questo articolo vogliono fare: urlare quanto trovino il tutto assurdo. Vi capisco. Ma se vi capita vi invito ad approfondire questo o ogni altro argomento scabroso che vi disturba nel profondo, perché non c’è modo di dialogare – ed eventualmente cambiare qualcosa – se non si prova ad immergersi nel modo di pensare e vivere dell’altr*.