di Chiara Martini


In una foto che circola sul web, l’attivista per i diritti delle donne Alyona Popova sorregge un cartello con scritto «Бьет -значит любит. Законы против домашнего насилия есть в 143 странах мира» (cioè “Picchiare significa amare. Esistono leggi contro la violenza domestica in 143 paesi nel mondo”). Popova sta protestando da giorni contro il recente progetto di legge proposto dal parlamento che vuole la riduzione delle pene per i reati connessi alla violenza domestica.

Popova è da anni coinvolta nella questione. Recentemente ha anche lanciato una petizione su charge.org (che ha raccolto finora circa 250.000 firme) per chiedere una legislazione completamente nuova che tuteli le vittime di violenza domestica. “Nella nostra cultura c’è questa idea che se il tuo uomo o marito ti picchia, allora vuol dire che ti ama. (…) Ora, quando questo progetto di legge sarà attivo, non so più come potremo proteggere le vittime di violenza domestica”, dice alle telecamere che la riprendono mentre protesta davanti alla sede del parlamento a Mosca.

Tra gli stati europei e quelli del CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, una confederazione che raggruppa gli ex paesi sovietici), la Russia, insieme ad Armenia e Uzbekistan, è tra i paesi privi di una precisa legislazione che punisca la violenza domestica. Per anni il diritto penale in merito a queste questioni non ha funzionato, dimostrando enormi lacune e un atteggiamento di fondo che ha sempre giustificato e accettato la situazione.

Dati ufficiali sulla violenza domestica non esistono, o meglio, sono limitati e basati su stime non recenti condotte per di più nelle zone regionali della Russia e non in quelle centrali. Alcuni numeri che circolano in questi giorni parlano di circa 14.000 donne uccise ogni anno (ma si tratta di un dato da prendere con le pinze, citato anche nel 1999 da un rapporto ONU), mentre altri risalenti invece al 2013 contano 9.000 morti annuali come conseguenti a violenza domestica. Secondo le statistiche dei centri di aiuto per le donne, il 40% dei reati gravi commessi in Russia avviene tra le mura familiari, ma il 70% delle vittime non cerca aiuto e il 97 % dei casi non arriva a processo.

Nel 2015 un’ondata di denunce aveva catturato l’attenzione del web e della stampa estera e le Nazioni Unite si erano ritrovate ad richiamare il governo russo per la mancanza di una legislazione appropriata: piccoli passi che sembravano dirigere il problema verso una risoluzione diversa. Marina Pisklakova, direttrice di ANNA, un centro aiuto con sede a Mosca che opera dall’inizio degli anni ’90 in supporto alle vittime di violenza domestica, proprio in quel periodo disse: “Abbiamo bisogno di un’adeguata legislazione. Non averla fa sembrare la questione come se fosse accettata dalla società. (…) Le cose però stanno cambiando. Non c’è più lo stesso negazionismo di una volta.”

Nell’estate del 2016 il parlamento russo aveva deciso di depenalizzare le percosse generiche e di rimuovere i pestaggi non gravi (le risse da bar, per capirci) dal codice penale, rendendole violazioni amministrative. Questa nuova legislazione aveva però volutamente lasciato la violenza domestica tra i crimini perseguibili penalmente.

 

La proposta di legge

La situazione è cambiata lo scorso 27 gennaio, quando la Duma (ovvero il Parlamento russo), in seguito alla proposta della deputata ultra-conservatrice Yelena Mizulina (la stessa che sostenne con fervore la legge anti “propaganda gay”), ha approvato in terza ed ultima lettura un disegno di legge che depenalizzerà alcune forme di violenza domestica.

I reati riguardanti le violenze commesse in famiglia che causano lesioni considerate non gravi, ovvero che non necessitano di cure ospedaliere o di congedi dal lavoro, saranno declassati. Questi reati verranno ora valutati non più come penali ma come amministrativi e saranno semplicemente punibili con multe o servizi socialmente utili.

Yelena Mizulina

La legge, che modificherà l’articolo 116 del codice penale russo, è stata approvata con 380 voti a favore e 3 contrari. Dire “stragrande maggioranza” è dire poco. Dovrà ora passare alla Camera Alta (ovvero il Senato russo) ed essere sottoscritta dal presidente Vladimir Putin. L’esito favorevole di questi passaggi è dato per scontato dai più. Sostanzialmente, questa mossa lascerà tutte le vittime di violenza domestica abbandonate a loro stesse, senza la possibilità di avere accesso a un sistema che le tuteli, che investighi i casi e che condanni i persecutori.

Secondo la bozza, l’unica aggravante sarebbe la recidiva (la “ripetizione” dell’atto violento), commessa entro un anno dal primo reato: il reato diventerà quindi penale solo nel caso in cui la violenza domestica sia reiterata. Tutti i first-time offender (rei per la prima volta) che compiranno violenza verso un membro della famiglia senza procurargli lesioni gravi, non subiranno processo penale né dovranno affrontare una sentenza detentiva.

Aggiornamento dell’8 febbraio 2017: Putin ha approvato la legge, qualche ora dopo la pubblicazione di questo articolo.

La tutela della tradizione 

I sostenitori e le sostenitrici della legge, in primis Mizulina, ne hanno sottolineato l’importanza nell’ottica di tutelare i valori tradizionali della famiglia e di far riemergere la forza e la rilevanza del nucleo familiare nella società. Secondo i votanti, le leggi devono rispettare le tradizioni di uno Stato e le tradizioni russe sono costruite sull’autorità parentale che deve tornare ad avere un ruolo predominante.

La Chiesa Ortodossa, che da anni ha notevolmente aumentato la sua influenza in merito a decisioni e questioni politiche, ha recentemente dichiarato che la punizione fisica è parte integrante del codice comportamentale russo e dovrebbe essere un diritto garantito e dato ai genitori da Dio.

“Stiamo parlando di conflitti familiari. Non si dovrebbe guardare al problema da un punto di vista liberale” sostiene il deputato ultra-conservatore Vitaly Milonov. E continua: “È come essere in tre nello stesso letto. Stai dormendo con tua moglie… e una organizzazione per i diritti umani.”

Tra i vari argomenti portati per screditare le pochissime ONG che operano in Russia in aiuto alle vittime di violenza domestica e che in questi giorni si stanno battendo per dare alla questione una rilevanza internazionale, Yelena Mizulina afferma: “Il problema è che i paesi occidentali garantiscono programmi specifici per le ONG che combattono la violenza domestica. Per questa ragione le ONG russe stanno ingigantendo e gonfiando la questione, per riuscire ad ottenere ancora più fondi.”

Maria Mamikonyan, presidente del gruppo conservatore “La resistenza di tutti i genitori russi ” (“All-Russian Parents’ Resistance”) assicura invece che esistono già numerose leggi per punire i rei di “vere e reali violenze e pestaggi” e che quindi non c’è alcun bisogno di una regolamentazione che tuteli le vittime di violenza domestica.

 

La famiglia contro gli estranei

La ragione ufficiosa è quella di voler creare una linearità tra il modo in cui si affrontano da una parte le percosse e violenze compiute tra estranei e dall’altra quelle compiute invece tra membri della stessa famiglia. Già questo è un errore di valutazione gravissimo: non sono forse le vittime di violenza domestica le più vulnerabili e fragili proprio per la loro difficoltà nel scappare dalla situazione di abuso? Quando il tuo persecutore è un familiare, una persona vicina della quale ti dovresti poter fidare, non sono poi più gravi e profonde le conseguenze?

Il messaggio che emerge da queste decisioni è uno solo: la violenza tra le mura di casa, nei confronti di membri della famiglia, è accettabile. La violenza nei confronti di un bambino o una bambina è accettabile. La violenza nei confronti di una donna è accettabile. L’importante è che tu non finisca in ospedale.

Il problema della violenza domestica in Russia è già da tempo radicato nella società. La violenza è qualcosa di sistematico, normalizzato, un’abitudine. Le vittime ne tacciono perché spesso non sanno neanche qual è l’alternativa, perché credono di meritarselo, perché se osano dire qualcosa “poi è peggio”, perché “si tratta solo di normali dinamiche familiari”.

Dall’inizio degli anni ’90, quando il fenomeno ha iniziato a diffondersi con maggiore incidenza connesso anche a svariati problemi sociali quali alcolismo e povertà, sono state prese in considerazione ma poi abbandonate numerose bozze di leggi che cercavano di dare una legislazione appropriata alla violenza domestica. Nessuna di queste ha mai avuto un seguito e tutte le denunce e gli appelli portati avanti dalle attiviste sono caduti nel dimenticatoio.

Del resto, non bisogna granché stupirsi se la stessa società che promuove il machismo come stile di vita e che ama mostrarsi forte e virile, dove il ruolo della famiglia e della tradizione hanno sempre più rilevanza nelle decisioni politiche, sia anche quella che consente privazioni dei diritti di portata tale da scavalcare qualsiasi tendenza democratica, egualitaria ed umana.

 

Le donne sostengono la politica conservatrice

La nuova legge che verrà proposta a Putin dalla Duma quindi non è altro che l’ennesima dimostrazione del lento e macchinoso ripetersi di una mentalità talmente radicata che le stesse donne stanno promuovendo e sostenendo queste decisioni. “La maggior parte delle persone che supportano la depenalizzazione della violenza domestica e che sono contro una efficace legislazione che risolva questi problemi sono donne” dichiara Anita Soboleva, professoressa associata di giurisprudenza alla Higher School of Economics di Mosca.

Parte del problema è legato sia alla naturalizzazione di determinati comportamenti, che alla totale mancanza di un movimento forte e di politiche reali per i diritti delle donne. La Russia di Putin è uno di quei paesi che hanno da subito promosso e sostenuto la partecipazione diretta delle donne in politica, maturando però contemporaneamente atteggiamenti sempre più misogini e sessisti verso le stesse.

Nonostante circa il 40% dei deputati della Duma a Mosca siano donne, numerosi studi sulla situazione politica della Federazione Russa sottolineano come tutte, una volte approdate alle posizioni di “potere”, si ritrovino poi inscatolate in ruoli formali che non le rappresentano, in istituzioni parallele, che non permettono loro di agire e decidere autonomamente per gli interessi delle donne.

Il regime di Putin ha incoraggiato lo sviluppo di ruoli feticci come quello di “sostitute/rimpiazzi” in tempi di crisi, di “fedelissime” sostenitrici dell’ideologia e di “showgirl” da esibire in tempi di elezioni. “Le donne entrano sempre in politica come femministe e come rappresentanti dei diritti delle donne, ma per perseguire la loro carriera politica finiscono per diventare improbabili ambasciatrici di valori tradizionali e conservatori.”dice Ekaterina Dementieva, editor di Afisha, un popolare portale online che si occupa di cultura e sociale [1]

Sembra quasi impossibile che di fronte a uno scenario simile rimanga un barlume di speranza. Nonostante la strada sia sempre più impervia, l’esistenza di centri aiuto e case di accoglienza (a Mosca ce ne sono poche, ma ci sono), le lente e faticose battaglie delle attiviste, la volontà di sensibilizzare e mobilitare anche in condizioni difficili, saranno di essenziale importanza per i tempi a venire, per dimostrare a tutte e tutti che la violenza domestica non è lecita né accettabile.

 


[1] nota: Johnson, Janet Elise (2016-09-01). “Fast-Tracked or Boxed In? Informal Politics, Gender, and Women’s Representation in Putin’s Russia”. Perspectives on Politics. 14 (3): 643–659. doi:10.1017/S1537592716001109. ISSN 1537-5927.)