di Pushpanjali Dallari

Se qualche anno fa mi avessero chiesto di elencare quattro titoli di opere celebri per aver trattato della Resistenza il nome L’Agnese va a morire di Renata Viganò non mi avrebbe nemmeno sfiorato.
Probabilmente avrei citato Il sentiero dei nidi di ragno, La ragazza di Bube, Uomini e no e Il Giardino dei Finzi-Contini. Eppure l’opera della Viganò è assolutamente originale in mezzo a questi titoli, soprattutto perché al centro della scena troneggia una figura matriarcale che non corrisponde, per età e attrattive, alle solite figure femminili in cui ci imbattiamo in questo genere di libri, dalla fresca giovinetta che popola i rifugi partigiani come la Mara di Cassola alla vezzosa carineria borghese della Micòl di Bassani.

La prima volta che vidi l’Agnese, o quella che nel mio libro porta il nome di Agnese, vivevo un brutto momento. Ero in un paese della Bassa, sola col mio bambino. Mio marito era stato portato via dalle SS a Belluno, e non ne sapevo più niente […].

Si incontrano così l’Agnese “che non è una fantasia” e Renata Viganò; la scrittrice bolognese è subito colpita da quella silenziosa entità matronale votatasi interamente alla causa della Resistenza, dispensatrice di saggezze contadine ma senza perdere mai la sua dignità “sacrificale” (come l’ha chiamata Sebastiano Vassalli) che la porterà ad adempiere al sacrificio di se stessa a livello fisico e personale con una statura da tragedia sofoclea, come del resto preannuncia il titolo stesso.

Il romanzo viene pubblicato nel 1949 da Einaudi (Natalia Ginzburg, che all’epoca lavorava lì come redattrice, lo accoglie con acceso entusiasmo) e nello stesso anno vince il Premio Viareggio. Viene tradotto in quattordici lingue e trasposto in pellicola nel 1976 per la regia di Giuliano Montaldo.
Il successo di quest’opera tuttavia non risiede soltanto nella figura della protagonista, ma è pienamente comprensibile alla luce dell’armonico connubio tra la narrazione di tipo storico e la descrizione della vita quotidiana di chi quella Storia l’ha vissuta e subita, innestata su una narrazione asciutta e rapida.

Agnese è una donna che vive dapprima il paradosso di essere donna nell’epoca fascista e in seguito sarà lacerata negli affetti più cari. Come sostiene Victoria De Grazia in Le donne nel regime fascista, Mussolini non aveva un programma specifico per il nostro sesso: dapprima si limitò a consegnare le donne alla dimensione privata della casa, come solerti custodi dei Lari e pervicaci armi riproduttive – attenendosi a quello che era stato il Mito dell’Esperienza nella Prima Guerra Mondiale.
Nel 1935 le donne furono estromesse dal mercato del lavoro in via definitiva; furono chiuse le associazioni femministe e il movimento per i diritti delle donne fu presentato come una farsesca imitazione di pericolose quanto insane abitudini straniere. La dittatura si limitò a riconoscere soltanto due gruppi femminili: le organizzazioni femminili fasciste e i gruppi cattolici.

Il personaggio di Agnese ha poco a che fare con questa realtà di lotte per l’emancipazione, di salotti borghesi di discussione sull’opportunità del suffragio femminile o di appassionate manifestazioni di fede politica militante; è un personaggio nato dalla terra, non dotato di una coscienza politica propria, dominato nelle sue scelte da una forza contadina tenace e istintiva.

È un’umile lavandaia che si aggrappa agli affetti e ragiona in funzione di essi: aderisce alla Resistenza non perché comunista, ma perché è l’unico modo che ha per sentirsi vicina a Palita e vendicarlo; non colpisce Kurt perché tedesco e nazista, ma perché ha ucciso la gatta nera, l’unico ricordo tangibile rimastole del marito.
È proprio in questo momento di profondo disorientamento, di sofferenze causate dalla durata della guerra e dalla violenza dell’invasore nazista che l’alleanza tra la donna e il Fascismo, che ha toccato il suo punto massimo con la Campagna d’Etiopia e la mobilitazione contro la Società delle Nazioni si spezza definitivamente e paradossalmente proprio a causa del fatto che la donna si sente ferita dal regime nella dimensione intima e degli affetti in cui il Fascismo aveva voluto confinarla.

Nella descrizione della vita dei partigiani ci rendiamo subito conto di quanto fondamentale sia l’Agnese all’interno della Resistenza, di quanto gli uomini lo riconoscano rispettandola, di quanto ella abbia consacrato se stessa per la causa – fino al punto che Viganò ci mostra solo i suoi gesti, perché ormai la sua intimità è anch’essa devota alla causa, in una climax che porta al martirio finale cui era predestinata fin dalla prima pagina.

Locandina del film omonimo

L’Agnese va a morire mira a gettare luce su un aspetto della Resistenza che non è stato sufficientemente affrontato dalla storiografia, quello del ruolo delle donne e della sua rilevanza. Non è possibile dare una risposta univoca: se da un lato abbiamo un personaggio dalla statura titanica come l’Agnese, dall’altro abbiamo anche il personaggio della Rina, la sua amica, che non dà certo un contributo significativo alla lotta. La verità è che anche la Resistenza era fortemente gerarchizzata e che all’interno di essa le donne rivestivano un ruolo minoritario: solitamente erano affidate loro mansioni di tipo casalingo all’interno dei rifugi, o erano incaricate di fare da staffetta. Tuttavia attraverso l’esperienza della lotta partigiana, sostiene De Grazia, per le donne si aprì un mondo, quello dell’azione, che le coinvolse pur non costringendole sempre ad abbracciare le armi loro stesse.

Viganò in fondo racconta le stesse storie dei quattro titoli che abbiamo citato sopra, ma da una prospettiva inedita. Quando avrete voglia di vivere un’altra Resistenza,allora sarà il momento di prendere in mano questo libro.

Renata Viganò