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Sull’uso ragionato del trigger warning

Sull’uso ragionato del trigger warning

Scrivendo, ma soprattutto leggendo di temi delicati sul web o in riviste specializzate, potreste esservi imbattuti nella dicitura “trigger warning”. L’uso di questo strumento è parecchio dibattuto, sia in contesti accademici che online; ho sentito molte voci scagliarsi contro i trigger warning senza avere ben chiara la loro utilità.

Cosa intendo con “temi delicati”? Non è la migliore delle definizioni, ma è abbastanza generica per comprendere la mole di casi in cui può rendersi utile un trigger warning, ovvero tutte quelle situazioni che possono potenzialmente scatenare sintomi legati al disturbo da stress post-traumatico (più spesso nominato con la sigla inglese PTSD).

Ho cercato una spiegazione abbastanza semplice e affidabile di cosa sia il PTSD e di come si manifesti. L’ho trovata qui:

Il disturbo da stress post-traumatico può manifestarsi dopo che si è fatta esperienza di un evento traumatico. Un evento traumatico è qualcosa di terribile e spaventoso che si vede, sente o che ci può accadere, come:

• esposizione a uno scontro armato
• abuso sessuale o fisico nell’infanzia
• attacchi terroristici
• violenza sessuale o fisica
• incidenti gravi, come un incidente stradale
• disastri naturali, come un incendio, un tornado, un uragano, un alluvione o un terremoto

Illustrazione di Simona Pollio

Illustrazione di Simona Pollio

Lo sviluppo di un PTSD non avviene automaticamente o a tutti dopo l’esperienza dell’evento traumatico. In generale si parla di PTSD quando i sintomi relativi perdurano nel tempo e risultano invalidanti per la persona; ovvero, rendono difficile la conduzione tranquilla della propria vita.

I sintomi più comuni, di nuovo spiegati in parole semplici, riguardano il rivivere l’evento, sia attraverso incubi e ricordi angoscianti, sia letteralmente con dei flashback; una sorta di “sovreccitazione” nervosa porta la persona ad essere sempre “ipervigilante” e sulla difensiva al punto di avere problemi a dormire e a concentrarsi. Si evitano quindi le situazioni che possono ricordare il trauma, sia fisicamente che emozionalmente, e si cambia la propria vita e il proprio modo d’essere in conseguenza.

Capiamo quindi come questa non sia una condizione semplice o facile da attraversare. È anche importante rendersi conto che non si tratta di provare sensazioni di disagio di fronte a temi su cui siamo sensibili, ma di un vero e proprio disturbo che si cura assieme a uno psicoterapeuta, talvolta con l’uso di medicinali.

Torniamo al trigger warning: letteralmente il termine significa “avvertenza: causa scatenante”. Un trigger warning precede un testo, un video, un’immagine che (per i temi trattati) si pensa possa fare da “miccia”, da “causa scatenante” di una manifestazione di PTSD come potrebbe essere un’esperienza dissociativa o un flashback.

Una persona che soffra di PTSD può così prepararsi, o decidere se esporsi o meno alla lettura o visione di qualcosa che potrebbe potenzialmente causargli sconforto. Concettualmente non è molto diverso dagli avvisi “bambini accompagnati” o “vietato ai minori di 14 anni” che si vedono in televisione.

La critica più forte che viene mossa è che l’uso dei trigger warning è niente più che un’inutile “iperprotezione” delle persone e che “la vita reale non ha avvertenze d’uso”. Se dovessimo fare una ricerca su internet su questo termine troveremmo ben sostenuta la tesi che le persone che richiedono l’uso dei trigger warning sono troppo deboli per sopravvivere e che si tratta di una censura della libertà di parola per proteggere una sensibilità esagerata.

Anche per questo abbiamo voluto ricordare che il PTSD è un disturbo esistente, e non un pretesto per farsi coccolare ventiquattr’ore al giorno. Decidere di usare un trigger warning all’inizio del proprio lavoro non limita affatto la libertà di parlare degli argomenti più critici; piuttosto ci dà la possibilità di parlarne senza correre il rischio che qualcuno stia male a causa nostra.

C’è anche chi ha detto che rendere obbligatori i trigger warning nell’ambito editoriale sia un suicidio letterario perché ridurrebbe i grandi romanzi e classici della letteratura ai loro momenti più crudi e li spoglierebbe di qualsiasi profondità. Probabilmente è vero, ma a quel punto potremmo anche eliminare i riassunti, le sinossi, le quarte di copertina e i blurb. Perché se si tratta di marketing si può fare ma se si tratta della salute mentale delle persone diventa un ostacolo difficile?

Capiamoci, questa non è una critica del tutto scorretta; ma se si rendesse più chiaro al grande pubblico cos’è un trigger warning e a chi è rivolto, si risolverebbe a monte il problema. Non è un riassunto dell’opera, è una semplice “avvertenza d’uso”. Nessuno pretende di sostenere che Lolita parli solo di pedofilia; ma far sapere che c’è anche questo in Lolita può essere un buon modo perché i lettori sappiano a cosa vanno incontro.

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Illustrazione di Simona Pollio

Riprendersi da un evento traumatico e dal PTSD è un percorso che dovrebbe essere lasciato nelle mani della persona interessata e del professionista che eventualmente la segue; parte di questo percorso sicuramente comprende l’esposizione ai temi e agli argomenti che scatenano le reazioni di disagio per imparare a conviverci meglio, ma non possiamo arrogarci noi il diritto di decidere quando e in che modo questo avvenga.

Un trigger warning può essere utile a monte di un articolo che parli di violenza sessuale; prima della visione di un’immagine o di un video sull’autolesionismo legato alla depressione; di fronte a un videogioco particolarmente violento. L’ultimo esempio, tra l’altro, lo vediamo già dappertutto, esattamente come il rating dei film a seconda che sia adatto ai bambini o meno; insisto su questo punto perché è la controprova che, nelle sue manifestazioni ragionevoli, non si tratta di una fatica immensa ma di qualcosa a cui siamo già abituati in altre forme, si tratta semplicemente di avere l’accortezza di applicare gli stessi criteri anche in altre situazioni.


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