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Trenta contro tutte: il caso di stupro a Rio de Ja...

Trenta contro tutte: il caso di stupro a Rio de Janeiro

Attenzione: questo articolo contiene riferimenti alla violenza sessuale.


Domenica 22 maggio scorso una sedicenne si è svegliata in una casa a lei sconosciuta, da qualche parte nella zona ovest di Rio de Janeiro, nuda e circondata da più di trenta uomini armati, fra cui l’ex fidanzato. Stuprata da tutti loro quando si trovava in stato di incoscienza, è riuscita a tornare a casa soltanto il lunedì, giorno in cui i suoi violentatori hanno condiviso su internet video e immagini dell’accaduto. Ignorato in un primo momento dai media brasiliani, il fatto è stato portato alla luce inizialmente da video come questo.

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Maynara è la ragazza brasiliana protagonista del video di denuncia, virale su Facebook

Molte sono le persone che hanno offerto solidarietà alla ragazza e chiesto che i suoi stupratori non rimangano impuniti. Sfortunatamente, ce ne sono quasi altrettante che dicono che se la sia cercata, perché chi le ha detto di avere un fidanzato o di andare a trovarlo nella comunità pericolosa di Rio de Janeiro in cui vive.
Sottolineano che lei ha già un figlio e che in passato ha fatto uso di droghe quindi “ha avuto quello che si meritava”.

Gli aggressori stessi sembrano non avere la minima idea di quanto sia stato grave l’accaduto, visto che ci scherzano sopra e fanno battute maschiliste online. Il primo che ha pubblicato il video, tale @michelbrazil7, si è rifiutato di rimuovere il contenuto dal suo profilo Twitter, nonostante l’ondata di indignazione causata da ciò, fino a quando il suo account non è stato sospeso. Altri fanno ironia pubblicando la foto della ragazza a terra, con i genitali sanguinanti, e dicendo che “lì è passato il treno, queste ragazze la danno facilmente”.

Lei si è espressa sui social soltanto qualche giorno dopo, con un post su Facebook: informa i suoi contatti che le è stato rubato il cellulare e ringrazia tutti quelli che le hanno dato appoggio. Aggiunge: “Ho davvero pensato che sarei stata giudicata male. Ma non lo sono stata, tutte quante noi possiamo passare da questa cosa… no, non fa tanto male l’utero quanto l’anima, sapendo che esistono persone così crudeli che rimangono impunite!” La ragazza ha subito danni fisici molto gravi in seguito alla violenza subita e deve ancora riprendersi da un’emorragia.

Il caso era seguito inizialmente da Alessandro Thiers del Dipartimento crimini informatici (DRCI), ma in seguito è passato al Dipartimento di crimini sui minori (DCAV), per richiesta, tra le altre, di Eloisa Santiago, che rappresentava la ragazza. Sembra che Thiers abbia infatti condotto le indagini in maniera viziosa: anziché cercare di appurare l’identità degli stupratori, come ci si potrebbe aspettare da chi si occupa di crimini informatici come la condivisione di materiale pornografico in rete, l’uomo si è piuttosto concentrato sullo stupro in sé, mettendo in dubbio che ci fosse stato. Fra le altre cose, ha chiesto alla ragazza se fosse abituata o provasse piacere nel fare sesso di gruppo.

Quando Thiers è stato messo da parte e le indagini sono passate alla DCAV è stata allontanata anche Eloisa Santiago, nota in Brasile non soltanto come avvocatessa, ma anche come femminista e attivista per i diritti umani.
Attualmente, la ragazza è rappresentata dalla Secretaria de Direitos Humanos do Estado, entrando così in un programma di protezione testimoni.

Tra le ultime notizie, la responsabile della DCAV, Cristiana Bento, conferma lo stupro collettivo, mentre alcuni degli stupratori sono stati presi o si sono consegnati spontaneamente alla polizia. Rimane sconcertante il fatto che, nonostante tutto questo, sui social molte persone continuano a non credere che la ragazza sia stata veramente stuprata.

La designer brasiliana Carol Rossetti offre solidarietà alla vittima dello stupro a Rio de Janeiro con una delle sue illustrazioni.

La designer brasiliana Carol Rossetti offre solidarietà alla vittima dello stupro a Rio de Janeiro con una delle sue illustrazioni.

Secondo i dati diffusi dal Fórum Brasileiro de Segurança Pública e risalenti al 2014, in Brasile c’è in media uno stupro ogni 11 minuti. Soltanto quest’anno, a Rio de Janeiro, nel mese di aprile ce ne sono stati 428 – leggermente più alti di quelli avvenuti nell’aprile del 2015, 420 casi registrati. Molti rimangono impuniti, o addirittura non vengono dichiarati, perché – come accade anche in Italia, del resto – la colpevolizzazione della vittima è una cosa fin troppo comune.

Come ha scritto su Facebook la sedicenne: ho davvero pensato che sarei stata giudicata male. Molti gruppi femministi brasiliani denunciano questa cultura dello stupro e cercano di fare attivismo, anche online, per non far sentire le vittime sole o colpevoli. Purtroppo in un contesto in cui fare apprezzamenti per strada a una donna è ancora un complimento, e in cui viene considerato quasi lecito importunare una ragazza che sta indossando dei pantaloncini corti, perché “sta volutamente attirando l’attenzione, lo sta chiedendo”, è difficile.

Se da un punto di vista sociale le cose sembrano timidamente migliorare, visto il proliferare di nuove realtà femministe e attente ai diritti delle donne, che portano con sé consapevolezza, la risposta delle istituzioni sui diritti delle donne sembra essere sconfortante.

Attualmente, il codice penale brasiliano proibisce l’aborto nella maggioranza dei casi. L’interruzione volontaria di gravidanza viene regolamentata dagli articoli 123 – 128 e viene ammessa soltanto nel caso in cui non ci sia altro modo di salvare la vita della madre, il feto soffra di anencefalia (dal 2012), o in cui la gravidanza sia il risultato di uno stupro. In ogni altro caso, l’aborto viene considerato un crimine contro la vita umana e punito da uno fino a tre anni di reclusione.

Nemmeno il diffondersi del virus zika e dei feti conseguentemente affetti da microcefalia ha permesso di fare eccezione: lo scorso febbraio, il ministero della salute ha motivato questa decisione riferendosi all’attuale legislazione, che lo prende in considerazione soltanto nei tre casi di cui sopra.

Malgrado ci siano frequenti movimenti pro aborto e innumerevoli mobilitazioni per la libertà di scelta, le donne sono tuttora costrette ad abortire all’estero o, se non hanno la possibilità di uscire dal paese, di affidarsi a mezzi di dubbia sicurezza, clandestinamente.

A peggiorare le cose, il Brasile ha attualmente un governo conservatore e parte del suo congresso, chiamato bancata evangelica dai brasiliani, è composto da religiosi o cristiani evangelici molto estremisti. È da loro che viene una proposta di legge attualmente discussa, che vorrebbe proibire l’aborto anche in caso di violenza sessuale.

È un rischio concreto, che lascia le donne ancora più abbandonate e ancora più senza tutele. Già nell’ottobre 2015 è stata fatta una modifica alla legislazione esistente: prima non veniva chiesto di presentare alcuna prova dell’avvenuto stupro, come una denuncia o un referto medico, ma la modifica del deputato Eduardo Cunha alla Lei de Atendimento às Vítimas de Violência Sexual (Legge 12.845/13) prevede che la vittima documenti quanto accaduto.

Senza alcun dubbio, è un peggioramento di quanto faticosamente conquistato dalle donne, che oltre a essere vittime rischiano di essere giudicate e condannate anche dalle istituzioni che teoricamente dovrebbero proteggerle.

Una manifestante regge un mazzo di fiori durante una manifestazione di protesta contro

Brasilia. Una manifestante regge un mazzo di fiori durante la “Marcha das flores” indetta per protestare contro la cultura dello stupro del Paese

In queste situazioni, è molto facile sentirsi impotenti. Sapere di non poter fare nulla in concreto per aiutare la ragazza vittima del branco a Rio de Janeiro e – da donna – condividere ogni giorno la stessa paura è terribile. Parlare, raccontare quanto accade, spingere perché i genitori parlino non soltanto con le proprie figlie della sicurezza, ma anche con i propri figli del consenso, forse è già un primo passo per spezzare questa catena di sangue e violenza che sembra non aver mai fine.

Come recita giustamente un hashtag di questi giorni, #30contratodas, non sono stati trenta uomini contro una. Sono stati trenta uomini contro tutte noi. Non è accaduto soltanto a lei in Brasile, è accaduto a tutte noi, ovunque nel mondo.


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