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Tre hacktivist* da conoscere: Swartz, Elbakyan e K...

Tre hacktivist* da conoscere: Swartz, Elbakyan e Kuszewski

Nel 2013, all’epoca del suo suicidio, la rete parlò a lungo e sentitamente di Aaron Swartz, motivo per il quale oggi il suo nome vi potrebbe suonare famigliare, pur senza essere ben circoscritto. Chi fosse esattamente e cosa avesse fatto per meritare attenzione ed eco sui media e in internet, per buona parte delle persone non era così chiaro. Col passare del clamore legato alla morte violenta, e col solito marciare della rete sul tempo, divenne anche sempre meno importante.

Fortunatamente, nel 2014 si è posto rimedio a tutto questo con un documentario intitolato The Internet’s Own Boy: The Story of Aaron Swartz, nel quale vengono raccontate la vita e le vicende dell’attivista statunitense e si viene a capo dello sgomento provato per l’epilogo della sua storia.

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Aaron Swartz al Boston Wikipedia Meetup, nel 2009

Che Aaron Swarz possedesse doti straordinarie era risaputo. A 14 anni quando stava lavorando alla prima versione della specifica RSS, uno dei più popolari formati per la distribuzione di contenuti web; a 15 anni era nel gruppo di creatori della licenza CreativeCommons (sistema che consente la circolazione gratuita dei contenuti in internet, assicurando all’autore la garanzia di paternità). Poco più tardi, nel 2005, a 19 anni, stava collaborando al perfezionamento del sito di social news Reddit.

Tra le righe di quella che è una carriera folgorante però, quello che si legge è una costante inclinazione al sociale, un interesse per la condivisione e la diffusione delle informazioni, per l’ottenimento di miglioramenti concreti destinati ad un’utenza collettiva.

Non solo Aaron Swarz era onnivoro della conoscenza informatica e non; non solo continuava a farsi domande, e a mettere in discussione gli altri e se stesso. Lui voleva che tutti avessero la possibilità di conoscere, sapere, istruirsi e interrogarsi, e che gli strumenti che garantivano questo fossero disponibili e accessibili a ciascuno.

Uscire dalle logiche consolidate però ha un prezzo, e Swartz iniziò a pagarlo nel 2011, quando venne arrestato per aver scaricato migliaia e migliaia di articoli scientifici dal database accademico a pagamento JSTOR, il quale peraltro più tardi fece cadere le accuse. Il vero nodo della questione fu l’indagine aperta dall’FBI; un’indagine che diventò letale e inarrestabile e aveva lo scopo di risultare punitiva e deterrente per tutti i potenziali hacker.

Come è andata a finire la vicenda è cosa nota. The Internet’s Own Boy ha un epilogo amarissimo, che azzera la fiducia e toglie la voglia di costruire e credere in qualcosa. Eppure, lasciando decantare e facendo uno sforzo, un prosieguo consolatorio si trova.

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Alexandra Elbakyan

Come abbiamo già visto nella storia recente della Rete, una volta intraprese, certe strade sono difficili da lasciare, anche con una condanna pendente di 35 anni di carcere. Quando ho letto di quello quanto stava facendo una programmatrice kazaka di nome Alexandra Elbakyan ne ho avuto la conferma. Ma soprattutto ho provato la magnifica sensazione del risarcimento morale.

Swartz aveva scaricato circa 5 milioni di articoli accademici. Elbakyan ne ha diffusi 47 milioni, fondando ad hoc, già nel 2011, il sito Sci-Hub, primo sito al mondo a fornire accesso pubblico, e di massa, a decine di milioni di ricerche. Sito che la corte del New York Southern District ovviamente ha fatto chiudere, a seguito della denuncia di Elsevier, uno tra i maggiori editori scientifici e medici al mondo. Elbakyan però non ha desistito e ha riaperto il sito cambiandone l’indirizzo, e creandone a sua tutela anche una versione nel deep web.

La sua posizione in merito alla diffusione del sapere è affine a quella descritta da Swartz nel Guerrilla Open Access Manifesto; ma anche affine a quella di buona parte di studenti e ricercatori per i quali poter far leggere e diffondere il proprio lavoro è spesso più utile e importante che centellinarlo a pagamento.

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Andrea Kuszewski

Altra faccia della stessa medaglia è Andrea Kuszewski, la ricercatrice che ha lanciato su twitter l’hashtag #IcanhazPDF, il quale permette di ottenere gli articoli accademici di interesse, bypassandone i costi onerosi che molti scienziati – specie quelli di paesi in via di sviluppo – faticano a sostenere.

Al momento l’Unione Europea ha imposto accesso aperto a tutte le analisi finanziate dalla comunità e forse, prima o poi, vedremo altrove effetti simili. Forse, grazie a questi episodi, qualcosa si è effettivamente innescato. Di certo è centrata la citazione con cui si apre The Internet’s Own Boy, del filosofo americano Henry David Thoreau:

Le leggi ingiuste esistono. Dovremmo accontentarci di rispettarle o cercare di correggerle? Rispettarle finché non abbiamo raggiunto il nostro scopo o trasgredirle subito?


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