di Rosita Pederzolli

Laura Jane Grace è cantante e chitarrista degli Against Me!, una delle band più politicizzate della scena punk e indipendente americana. Nati nel 1997 in Florida, negli anni hann cambiato formazione numerose volte. La band ha pubblicato sette album in studio in cui punk e folk si mischiano in maniera originale e rabbiosa. Su tutto spiccano i testi di Grace, a metà tra la riflessione intima e la forte coscienza politica.

Quando Laura Jane Grace ha fatto coming out come transgender nel 2012, qualcosa nel mondo della musica punk e indipendente è cambiato. Poiché punk è ancora sinonimo di libertà, Grace ha scombinato i ranghi di una scena dominata da maschi bianchi etero e cisgender: ha scritto due album potentissimi (Transgender Disphoria Blues e Shape Shift With Me), ha fondato un’etichetta discografica (Total Treble) e infine ha dato il colpo di grazia scrivendo un’autobiografia, Tranny: Confessions of Punk Rock’s Most Infamous Anarchist Sellout. Il libro è uscito per Hachette Books il 15 novembre e in Italia non è ancora stato tradotto.

Scritto a quattro mani con Dan Ozzi, editor di Noisey, Tranny non è solamente la storia di una persona transgender. È un memoir sul punk, sulla scoperta di sé stessi, di quello che ci definisce e di quello che ci blocca, oltre che una riflessione appassionata sul significato della parola sellout, su cosa significa svendersi e compromettersi.

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La copertina

Il titolo del libro è emblematico, poiché “tranny” in inglese è utilizzato in senso dispregiativo e offensivo per indicare le persone transessuali e transgender (si accosta vagamente all’italiano ‘travestito’, ma con una connotazione ancora più negativa).

La scelta di Grace di intitolare il libro in questo modo, attraverso una riappropriazione del termine, viene spiegata con la necessità di ritornare a possedere le parole, e da qui sé stessa e la propria identità, che è l’unico modo possibile per combattere la paura e la transfobia, perché questa parola perda il suo potere de-umanizzante di odio e diventi finalmente solo il titolo di un libro.

Il racconto si accompagna a lunghe parti tratte dai numerosissimi diari di Grace, conservati negli anni – i fan della band potranno riconoscere alcune frasi che diventeranno poi canzoni. Il divario tra la riflessione presente e quella nel passato ci guida attraverso una disforia di genere dapprima solo intuita e che diventa poi pressante e insormontabile.

Fin dalle prime righe che parlano dell’infanzia, trascorsa in Europa e negli USA al seguito del padre militare, compare il leitmotiv di tutto il libro: becoming her, diventare lei. Grace descrive i pomeriggi passati a indossare in segreto i collant della madre, a guardare i video di Madonna, a fare un patto con Satana per risvegliarsi ragazza.

Nell’adolescenza, la scoperta della musica punk è inizialmente solo un modo per esprimere la propria ribellione e divertirsi un po’ – esilarante l’episodio di quando viene cacciata dalla band della chiesa per aver suonato Heart Shaped Box dei Nirvana – ma in breve diventa presa di coscienza politica, attraverso band come i Crass, l’etica del DIY, l’ebbrezza di scrivere canzoni, di fondare la propria band, i primi successi e i primi tour.
Ma se al principio la scena punk costituisce un diversivo importante alla disforia, ben presto Grace si trova ad avere a che fare con la depressione, l’abuso di droghe e alcool e un crescente senso di vergogna e paura di essere sé stessa.

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Laura Jane Grace (ritratta da Casey Curry)

Molte pagine sono dedicate all’analisi delle numerose accuse ricevute dagli Against Me! di essersi svenduti. Per i fan più radicali e puristi, infatti, firmare per una major equivaleva all’epoca a tradire gli ideali del punk e dell’underground. Grace ricorda l’ansia e il rimorso nel firmare prima per Fat Wreck Records e poi per Sire Records, racconta di sputi in faccia, dita medie alzate durante i concerti, candeggina versata sul banchetto del merchandise, e descrive una scena musicale rigida e sospettosa, in cui un semplice cambio di etichetta provocava risse e boicottaggi dei concerti.

Allo stesso tempo, si rende conto di come il mondo del punk radicale, pur essendo uno spazio sicuro e di dialogo per quanto riguarda le politiche sessuali e la cultura queer, fosse costituito per la stragrande maggioranza da maschi bianchi eterosessuali, ignari del proprio privilegio e poco inclini a mettere in pratica ciò che predicavano.

L’aver fatto incazzare i fan più intransigenti sfidando le “regole” del punk, insomma, va di pari passo con la messa in discussione della propria identità di genere e con una depressione profonda, con il risultato che Grace si trova senza più luoghi in cui essere sé stessa se non la solitudine di una stanza d’albergo e una sacca di vestiti “da donna” da indossare in segreto.

La scrittura di Grace è – come nei testi delle sue canzoni – precisa, limpida, attenta ai dettagli, desiderosa di occupare più spazio possibile. Le domande che si pone Grace a proposito della propria identità e della percezione che hanno gli altri di lei: “Would I ever be a pretty girl? Would I be happy as an ugly girl? […] Would I ever be enough?” (Sarei mai una bella ragazza? Sarei felice se fossi una brutta ragazza? […] Sarei mai abbastanza?). Sono domande che ci siamo fatte tutt* almeno una volta nella vita, e sono messe nero su bianco con un’onestà rara e dolorosa, intima.

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Sul palco con gli Against Me! (2015)

Nonostante il memoir non risparmi nessuno (vengono dettagliatamente descritti screzi e litigi con gli stessi membri degli Against Me!, con i fan, con i membri di altre band), soprattutto Grace non risparmia nulla a sé stessa. Il suo racconto infatti non è quello della vittima: Tranny è un’indagine scrupolosa sul proprio egoismo e narcisismo, sulla depressione e sull’abuso di sostanze, sulla propria transfobia interiorizzata, che culmina con l’emblematico episodio che la rende partecipe assieme alla sua band di alcune prese in giro ai danni di un gruppo di donne transgender, l’unica volta in cui davvero – ricorda Grace – si è sentita una venduta.

Una parte significativa del libro è dedicata alle difficoltà incontrate da Grace nell’ottenere la prescrizione per un trattamento ormonale, per il quale è necessario il nulla osta di uno specialista che attesti che non vi siano patologie mentali. Il terapeuta non è certo della sua “femminilità” e le chiede ripetutamente quando inizierà a “vestirsi da donna”, poco convinto della veridicità delle sue affermazioni fatte in abiti neri e capelli corti. Grace infatti ottiene la prescrizione ormonale solo quando si presenta alla seduta con tacchi alti, parrucca e trucco, in modo da ricalcare quell’estetica femminile stereotipata che il medico si aspetta da lei.

He needed to see what he thought
a woman should look like,
and his idea of femininity.

Voleva vedere ciò che lui pensava
che una donna dovesse essere,
la sua idea di femminilità.

Chi è familiare con Laura Jane Grace e gli Against Me! saprà già come tale estetica non sia esattamente quella della cantante – che suona in jeans, anfibi e t-shirt, spesso senza trucco – e questo episodio potrebbe quasi farci sorridere se non fosse che ci troviamo davanti a una questione importante: di chi è il diritto di decidere chi o che cosa è maschio o femmina? Il genere è una performance, diceva Judith Butler, e sono soprattutto le persone transgender, intersex, genderqueer a subirne le conseguenze più dolorose, costrette dai meccanismi sociali ad aderire a delle norme binarie che spesso sono più dannose che efficaci.

Laura Jane Grace e il suo background punk ci aiutano anche in questo, facendoci comprendere come davvero nessuno può decidere della nostra identità, se non noi stess*.

Qualche mese fa, durante un concerto in North Carolina, stato tristemente noto per l’approvazione di una legge che vieta alle persone transgender l’utilizzo di bagni e servizi non corrispondenti al “sesso biologico”, Laura Jane Grace ha bruciato il proprio certificato di nascita sul palco, proclamando ridendo “Goodbye, gender!”.

Un gesto punk nel senso più profondo e politico del termine, con il quale non solo Grace ha rivendicato la propria identità e libertà, ma ha reso valide anche tutte le altre, quando per “altre” si intendono tutte quelle identità trans*, genderqueer, genderfluid, agender, che non rientrano nel recente ma già tradizionale binomio Caitlyn Jenner-Transparent e che non godono di privilegi economici tali da finire sulle copertine delle riviste o sui maggiori network televisivi. Persone escluse dalla narrazione e che da tempo chiedono di uscire da quel pericoloso mix di ostilità, incomprensione e invisibilità che li riduce a essere – quando va bene – solo un pronome sbagliato sul titolo di un quotidiano.

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Tranny: Confessions of Punk Rock’s Most Infamous Anarchist Sellout ha il merito di aver portato alla luce tutto questo in maniera schietta e diretta, in una forma-diario che forse è quasi riduttiva per la portata degli argomenti di cui parla.

Non stupisce l’alto livello della scrittura, che è solida e consapevole, e conferisce autenticità sia agli episodi più divertenti che ai momenti più drammatici. Grace racconta con la stessa naturalezza di disforia di genere e di interminabili tour in giro per il mondo a bordo di un furgone, dei buoni consigli ricevuti da Bruce Springsteen e di come nasce una canzone, di solitudine e di inclusività.

La sua autobiografia è un invito ad allontanarsi da quegli stereotipi tossici che ci impediscono di essere completamente noi stess*, e a farlo iniziando proprio da noi, dalle relazioni che intessiamo, dalle nostre piccole scene indipendenti e dagli spazi che occupiamo ogni giorno.

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