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La potenza del film “Tangerine” e delle sue protagoniste

In un’assolatissima Los Angeles, la ragazza transessuale Sin-Dee (interpretata da Kitana Kiki Rodriguez), poco prima di riapprodare sul marciapiede dopo un mese di reclusione, apprende dalla sua migliore amica Alexandra (Mya Taylor) che il suo ragazzo/protettore l’ha tradita con una donna cisgender bianca (“una donna con vagina e tutto il resto”). Da questo momento Sin-Dee parte a caccia della rivale. Ferita nei sentimenti e nell’orgoglio, deve anche ritrovare Chester (James Ransone) e fargliela pagare.

Le due protagoniste si muovono, corrono, litigano lungo la città desolata. È infatti la vigilia di Natale e tutto è fermo. Gli unici spostamenti che percepiamo sono i loro, il rumore di passi con tacchi pesantissimi su una colonna sonora che varia da hip hop a trap, un frenetico zig zag che descrive perfettamente momenti di indecisione, ripensamenti e false partenze, come evinciamo dai frenetici dialoghi tra le due protagoniste.

Sin-Dee, determinatissima nel voler affrontare Chester faccia a faccia, inizia ad interrogare con maniere poco ortodosse tutta una serie di conoscenti più o meno legat* al suo stesso giro, mentre Alexandra, più razionalmente, cerca di distoglierla dal suo intento, ma anche a ricordarle del suo debutto da cantante previsto per la sera stessa.

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Sin-Dee (a sinistra) e Alexandra

A qualche isolato di distanza si sviluppa un’altra storia, quella del tassista armeno Razmik che, pur di non passare la vigilia di Natale a casa con l’odiatissima suocera, si inventa un finto turno di lavoro per poter passare del tempo con Sin-Dee, della quale è invaghito. La suocera, insospettita dal suo comportamento, lascia i commensali e va alla ricerca del genero, aiutata da un connazionale.

La forza e bellezza di questo film sta nel modo in cui vengono rappresentati i personaggi, soprattutto le due protagoniste. Baker stesso ha definito il suo film semi-fiction, perché, anche se è recitazione quella che vediamo, il regista ha scelto le sue protagoniste dopo lunghe ricerche sulla strada, quindi nell’ambiente stesso dove è stato girato il film. Rodriguez e Taylor hanno addirittura partecipato alla stesura del copione. E il risultato è il seguente: slang e irriverenza condita da shading all’ennesima potenza e tanti dialoghi improvvisati recitati con la giusta nonchalance, che serve a rendere il parlato molto naturale.

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Per una volta, non vediamo né una caricatura offensiva delle donne transgender di colore né uno scenario con il quale si cerca di impietosire il pubblico. Sono donne con una routine per nulla facile, ma con un atteggiamento ferreo che le permette di non affogare in un mare di complicazioni. I loro problemi vengono da un lato dipinti senza pietà alcuna, dall’altro resi con sarcasmo e ironia al vetriolo. Non assistiamo a un dramma sociale, ma a uno scenario dove non c’è spazio per l’arrendevolezza.

Con pochi e flessibili mezzi tecnici il regista Sean Baker, arrivato con Tangerine alla sua quinta opera, è riuscito a creare un film dal ritmo e scorrevolezza sorprendenti. I vari smartphone usati per le riprese, che contano solo qualche modifica ottica, si sono rivelati ideali per, letteralmente, stare dietro a tutti i personaggi del film.

In Tangerine sorprende la qualità del suono e la precisione delle inquadrature, soprattutto per la nostra abitudine ai suoi parenti più stretti, cioè i filmati amatoriali girati con gli smartphone, più che i classici lungometraggi, dove l’audio risulta a volte ovattato e le immagini sbandano a causa di bruschi movimenti.

Un’altra cosa che sorprende è la cura con la quale il colore viene reso. Non è una luce naturale quella che vediamo, ma un arancione carico (tangerino, appunto) che accompagna la giornata di Sin-Dee e Alexandra fino al tramonto. Un colore accecante, che rompe ogni potenziale accostamento con l’evento di sfondo, il Natale, che avrebbe richiesto tutt’altra scala cromatica. Invece, siamo immers* in un’atmosfera di fuoco estivo, a tratti irreale.

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Chi sono le due protagoniste

Mya Taylor non ha problemi ad ammettere di avere un passato da sex worker, spesso unico lavoro disponibile per le donne trans, a causa delle infinite discriminazioni che vivono sul posto di lavoro. Tra prigione e senso di insicurezza al di là della porta di casa, l’attrice ha trovato sostegno nelle persone che condividevano lo stesso tipo di problema.

Molto presente nella comunità LGBT* di Los Angeles, l’attrice deve al suo attivismo il motivo per cui è stata notata dal regista Sean Baker, che ha preso contatto con lei proprio in un centro di ritrovo di questa comunità. Al momento Mya ha lo stesso agente di Nicki Minaj ed è la prima attrice trans ad aver vinto un Gotham Award, nonché ad aver avuto numerose nomination in altri festival.

Kitana ha una biografia molto simile. Da giovane aveva già provato a recitare ma con scarsi risultati. Anche lei sex worker, ha diviso un appartamento a Compton con Mya per un lungo periodo. In un’intervista ha dichiarato di sentirsi molto fortunata ad essere una delle poche persone trans che sono riuscite a far vedere al mondo com’è la loro vita e ad aver dato visibilità alle loro cause.

Da sinistra: Kitana Rodriguez, Sean Baker, Mya Taylor

Da sinistra: Kitana Rodriguez, Sean Baker, Mya Taylor


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