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Guarda che lo so che sei un’impostora (lo so...

Guarda che lo so che sei un’impostora (lo sono anch’io)

A volte penso che ho ottenuto la mia posizione attuale solo perché ero al posto giusto nel momento giusto, o perché conoscevo le persone giuste.
1) mai; 2) raramente; 3) a volte; 4) spesso; 5) sempre

Posso dare l’impressione di essere più competente di quanto non sia in realtà.
1) mai; 2) raramente; 3) a volte; 4) spesso; 5) sempre

Ho paura che le persone importanti per me possano scoprire che non valgo tanto quanto pensano.
1) mai; 2) raramente; 3) a volte; 4) spesso; 5) sempre

Sono alcune delle domande di un test per valutare se siete una di quelle persone che al lavoro (o sullo studio) si sentono inadeguate e incapaci, e che hanno paura che prima o poi – probabilmente molto presto – qualcuno scopra che non valgono niente. Che ci sono miliardi di persone più brave a fare lo stesso lavoro. Che siete arrivate dove siete solo perché siete alla mano, o belle, o perché la sorte vi ha sorriso. Facendo il test per intero vi troverete con un punteggio e a questo punteggio corrisponderà una diversa descrizione della Scala di Clance, il metro di valutazione inventato dalla psicoterapeuta Pauline Rose Clance per stabilire se una persona sia affetta dalla cosiddetta Sindrome dell’Impostore.

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Illustrazione di Vanessa Farano

Fu proprio Clance, insieme alla collega Suzanne Imes, a coniare l’espressione “Impostor Phenomenon” nel 1978: analizzando il comportamento di 150 donne di grande successo, molto colte (a livelli di dottorato) e molto rispettate per il loro lavoro, Clance e Imes giunsero alla conclusione che la sensazione di non valere nulla non si elimina semplicemente quando si raggiunge un obiettivo o si ha successo in qualcosa. Inizialmente si pensava che questo fenomeno riguardasse unicamente le donne. La sindrome può essere considerata l’opposto dell’Effetto Dunning-Kruger, quello per cui persone inesperte tendono a sopravvalutare le proprie capacità e conoscenze.

Studi successivi hanno provato che anche gli uomini possono soffrire della Sindrome dell’Impostore (da qui in poi SI) e che in generale il 70 per cento delle persone si è sentito un impostore senza ragione almeno una volta nella vita. E questo non riguarda solo le persone considerate “di successo”.

Donne famose con la SI

Ho letto in giro che ne sarebbero (state) affette le attrici Jodie Foster, Kate Winslet ed Emma Watson, la musicista Amanda Palmer e la scrittrice Maya Angelou. Mi è venuto il dubbio che anche Natalia Ginzburg ne soffrisse leggendo un suo breve saggio, La pigrizia, contenuto nella raccolta di racconti e materiali vari Un’assenza (Einaudi, 2016):

Mi sentivo molto sola in quell’ufficio e non rivolgevo mai la parola a nessuno. La mia costante preoccupazione era che non venisse scoperta la mia grande ignoranza e la mia grande pigrizia, e la mia assoluta assenza di idee.

E in Facciamoci avanti (titolo originale, Lean inSheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, racconta della sua esperienza con la SI:

Ogni volta che, in classe, mi interrogavano, ero certa che mi sarei resa ridicola. Ogni volta che facevo una verifica, ero certa che sarebbe andata male. E ogni volta che non mi cacciavo nei guai, o addirittura eccellevo, pensavo di aver nuovamente ingannato tutti. Un giorno non lontano tutto questo sarebbe finito.

Per Sandberg, la SI per le donne è parte di un problema più ampio, ovvero del sottovalutarsi sempre. Sandberg cita diversi studi per cui è più frequente per le donne sottostimare le proprie capacità effettive; in particolare uno secondo cui l’autostima delle donne è particolarmente bassa se lavorando in contesti tradizionalmente maschili.

 

Consigli offerti da internet

In un’intervista con l’Independent l’attrice e autrice comica Tina Fey ha detto:

La cosa bella della Sindrome dell’Impostore è che vacilli tra un’estrema egomania e il pensare solo “Sono un’impostora! Oddio, mi scopriranno!”. Quindi bisogna provare a cavalcare l’onda dell’egomania quando arriva, e divertirsi, e poi passare attraverso la fase dell’impostora. Mi sono resa conto che tutti sono degli impostori, e quindi cerco di non sentirmi troppo male per questa cosa.

In generale, non è bene auto-diagnosticarsi malattie o disturbi psicologici leggendo cose in giro su internet. Però, a) la SI non è un disturbo mentale, b) è difficile condividere con altre persone la sensazione di sentirsi in qualche modo fasull*, e per questa ragione qualche dritta generale non basta. Già solo il pensare che molte altre persone, di grande successo e non, si sentono o si sono sentite degli impostori potrebbe aiutare.
Poi ci sono varie altre strategie per gestire la convivenza con la SI. La prima è capire di esserne affett*. Quelli che seguono sono alcuni dei consigli che ho trovato in giro, se poi cliccate sui link ne trovate tanti altri:

  • se qualcuno vi fa i complimenti perché siete stat* brav* a fare qualcosa, rispondete “grazie!” e cercate di esserne felici;
  • prima di gettarvi a capofitto in un pozzo di insicurezze e ansie perché sentite di non essere abbastanza capaci o di non aver dato il meglio nemmeno questa volta, pensate alle persone che sicuramente sono contente di ricevere il vostro aiuto;
  • non fate confronti tra voi e altre persone, non ha senso, ci sarà sempre qualcuno migliore e qualcuno peggiore di voi; lasciate perdere i social network se siete in una sessione di dura auto-critica: se c’è un posto in cui siamo tutt* un po’ fasull* è proprio quello;
  • prendete nota delle cose carine che le persone vi dicono e di quello che riuscite a fare bene, poi rileggetele quando siete in preda allo sconforto.
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Illustrazione di Vanessa Farano

Se non accettate di avere la SI, anche se siete una di quelle persone che al lavoro (o sullo studio) si sentono inadeguate e incapaci, e che hanno paura che prima o poi – probabilmente molto presto – qualcuno scopra che non valgono niente, cioè se dopo aver letto tutto questo la vostra reazione è “Ma io sono DAVVERO un’impostora!” c’è un’altra cosa che potete provare. Partendo dal presupposto che siate davvero così scarse e incompetenti, potreste semplicemente ripetervi il mantra “Fake it ‘til you make it“, cioè “Fai finta di saperlo fare fino a quando non ci riesci davvero”. Potrebbe funzionare.

Se volete finire il test – le domande sono venti, in inglese – lo trovate qui. Se fate più di 80, potrete sentirvi benvenute nel club della SI. (Io ho fatto 85, ma non mi contate nel vostro gruppo, perché, ve lo assicuro, io sono DAVVERO un’impostora.)


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  1. sara

    19 luglio

    “non fate confronti tra voi e altre persone, non ha senso, ci sarà sempre qualcuno migliore e qualcuno peggiore di voi; lasciate perdere i social network se siete in una sessione di dura auto-critica: se c’è un posto in cui siamo tutt* un po’ fasull* è proprio quello;”
    Sante parole!!!!

  2. Daniele

    21 luglio

    Beh, in una società che mette così tanto l’accento sulla “riuscita personale”, sulla possibilità di ogni persona di realizzare i propri sogni perché “non c’è nulla di impossibile” tralasciando il ruolo fondamentale che il caso, le conoscenze e la fortuna hanno nel ritrovarsi in una determinata situazione, avere la SI secondo me vuol dire tutto sommato essere persone di buonsenso. Purtroppo spesso le circostanze richiedono di farsi autopromozione selvaggia, soprattutto in ambienti ipercompetitivi, ma è bene ricordare che la realtà delle cose, è sempre un po’ più complessa di così.

    Ah, dimenticavo: grazie per l’articolo!

    Uno che fa parte del club.

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