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Shopping: un mondo solo al femminile?

Sabato, primo giorno di saldi, esterno centro. Gruppi di ragazze e donne di tutte le età si accalcano in fila davanti ai negozi. Si formano le prime code, qualcuna si lamenta del caldo, altre del fatto che “C’è chi arriva e vuol saltar la fila, pensi lei!”. Pochi maschi, per lo più dall’aria stanca, guardano distrattamente le vetrine. Nel raggio di un chilometro si consuma il semestrale rituale collettivo del saldo.

Mi torna in mente un articolo di qualche tempo fa di Miriam (che – attraverso una lucida analisi – segnalava differenze teoriche e sostanziali fra moda lenta e moda veloce), e mi fermo a riflettere sul ruolo che il sistema della moda assegna, fin dalla più tenera età alle donne. In un negozio su tre piani di abiti per bambini quasi due piani sono occupati da capi femminili. In vetrina solo una piccola porzione di spazio è riservata a quelli maschili. Pochi metri più avanti, una nota catena: la situazione non cambia.

Che sia la richiesta a determinare il mercato e che quindi, a fronte di una disponibilità alla spesa più frequente, siano i negozi per ragazze e signore quelli più diffusi nelle nostre città sembrerebbe un semplice dato di mercato. Però è sempre un dato che anche i maschi si vestono, che sono attenti alla moda e che acquistano prodotti di cosmesi: perché allora sembrano essere meno “sensibili” al richiamo dei saldi? Perché difficilmente li vediamo trascorrere interi pomeriggi in sessioni di shopping in compagnia degli amici?

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Illustrazione di Veronica Malatesta

Senza voler dare facili risposte a una questione estremamente sfaccettata e mutevole, un’ipotesi potrebbe essere direttamente collegata all'”educazione sentimentale” – passatemi la forzatura – delle ragazze. Se durante l’infanzia è ancora possibile riscontrare minori differenze fra maschi e femmine per quanto riguarda l’input all’acquisto (che si tratti di una nuova bambola, di una macchinina, di una scatola di lego, ogni bambin* fa “i capricci” per avere un giocattolo nuovo), e nonostante sia già evidente un’attenzione maggiore alla “cura” dell’aspetto femminile, crescendo le proposte e risposte “sociali” per le ragazze si sviluppano sempre di più in stretta relazione al consumo.

Indipendentemente dalle attività svolte quotidianamente (sport, musica, volontariato), il tempo libero delle ragazzine incomincia precocemente a intersecarsi con il mondo dello shopping. Osservando il centro cittadino in un qualsiasi sabato pomeriggio, sarà facile notare una maggior presenza di ragazze intente a “fare la vasca” e guardare le vetrine. I ragazzi intenti a sfidarsi in una partita di calcetto o, anche loro in centro, ma – nella maggior parte dei casi – principalmente per osservare le coetanee.

Le riviste per le adolescenti insistono molto sull’elemento moda/consumo, con contenuti appositamente studiati per alimentare l’equazione “tempo libero = shopping”. Anche le risposte ai momenti di disagio diventano crescendo sempre più legate ad un approccio consumistico non ragionato e poco attento ai bisogni reali. Quante volte vi è capitato di sentir dire a un ragazzo deluso o triste “Dai… usciamo a fare un po’ di shopping così ti tiri su il morale”? Eppure è la risposta al “disagio” più comune fra le ragazze e, allo stesso tempo, la proposta di socialità culturalmente più diffusa.

Il percorso di formazione e il contesto sociale in cui bambine e ragazze vengono precocemente inserite influenza dunque fortemente le scelte “irriflesse” dell’età adulta, così come durante gli anni della formazione costruiamo le zone di comfort che ci sosterranno, senza bisogno di pensarci su, una volta cresciuti. Questa modalità di “sentire” il gesto di acquisto, prima ancora di pensarlo, impedisce, in molti casi, un approccio adulto alla spesa consapevole e responsabile, vissuta dalle donne come una limitazione, più che come esercizio di un “potere di acquisto” da cui deriva, inevitabilmente, una grande responsabilità.

Ma questa è un’altra storia (di cui vi parlerò approfonditamente la prossima settimana).


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  1. Stefano schiavon

    14 settembre

    È inutile arrampicarsi sugli specchi nel cercare di spiegare le differenze tra maschi e femmine solo in termini culturali, la biologia centra eccome. Senza questa coscienza si fanno disastri educativi.
    Un papà di 3 femmine e 1 maschio.

  2. mrs prunella

    16 settembre

    La biologia magari è una parte, ma i condizionamenti familiari e sociali fanno molto per mantenere stereotipi che diventano limitanti per le bambine.
    Bell’articolo. Vi seguo da qualche settimana e anche se non sono più una ragazza,trovo sempre spunti interessanti e inusuali.
    Una mamma di due figli maschi e di una bambina che spero di condurre, con saggezza, oltre gli stereotipi

  3. pixelrust

    12 ottobre

    Il commento di “Stefano Schiavon” è fuori luogo (nessuno qui si è “arrampicato sugli specchi” e dimostra una totale chiusura mentale.

    Chi l’ha scritto probabilmente non ha nemmeno letto l’articolo, dato che questo non parla certo di biologia.

    Il vero “disastro educativo” è che gente così faccia dei figli.

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