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La discriminazione tra le parole: il sessismo dell’italiano

Il sessismo nelle lingue è un problema spesso sottovalutato e poco affrontato. Vista, però, l’importanza delle parole e del loro uso, è necessario parlarne e agire contro, poiché solo partendo dai piccoli gesti quotidiani le cose possono veramente cambiare.

Una delle mancanze più grandi della lingua italiana è quella del neutro, come abbiamo già scritto qualche giorno fa. Fatto comune anche ad altre lingue, solo che a differenza degli altri paesi in Italia la questione non viene sollevata quasi mai. Il neutro è già usato su Soft Revolution, nella forma dell’asterisco che sostituisce la desinenza: in tal modo si vanno ad includere tutti i generi, senza fare esclusioni se dobbiamo riferirci al maschile, al femminile o se vogliamo prescindere da loro.

Che nella lingua italiana ci sia un problema di sessismo è stato ribadito anche dalla Presidente* della Camera dei deputati, Laura Boldrini. Lo ha posto sotto i riflettori già poco tempo dopo il suo insediamento, sottolineando come le cariche politiche vengano sempre declinate al maschile, anche se riguardanti donne.

Nel rapporto Neutralità di genere nel linguaggio usato nel Parlamento Europeo del 2008, nella parte dedicata alla lingua italiana si afferma che, per quanto riguarda le cariche con sostantivi di genere epiceno “qualora ci si riferisce ad una donna, l’articolo può essere usato indifferentemente al maschile o al femminile” (pag.14). Eppure in Germania non si sognerebbero mai di chiamare Cancelliere, e non Cancelliera, Angela Merkel, mentre in Francia e in Spagna sono state create rispettivamente le parole femminili Présidente e Presidenta.

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Credits: Thinkstock

In questi paesi anche le altre cariche politiche vengono declinate al femminile e lo stesso vale per tutte le professioni, mentre in Italia non riusciamo proprio a concepire un corrispettivo femminile per parole come ingegnere, architetto, avvocato e via dicendo. Giusto qualche giorno fa, un professore mi ha proclamata Dottore in Ingegneria Meccanica, incendiandomi le orecchie. Per non parlare del fatto che mi ha chiamata signorina, mentre i miei colleghi sono stati chiamati signori.

Il dibattito non si ferma solo all’uso delle forme femminili, ma si concentra anche su quali siano le più adeguate. I suffissi che si possono usare per indicare le figure professionali femminili sono due: -a ed -essa. Quest’ultimo veniva usato per ridicolizzare le donne che facevano “mestieri da uomo” nell’Ottocento, come si può leggere ne Il sessismo nella lingua italiana a cura di Alma Sabatini, nel quale viene anche specificato:

delle tendenze della lingua – come la predisposizione del suffisso -essa ad esprimere connotazioni negative – è un fatto di cui si rendono conto anche le autrici della ricerca, quando ritengono largamente accettabili studentessa, dottoressa e professoressa, perché ormai riscattate, dopo lunghe penalizzazioni, dall’immagine delle portatrici del titolo, mentre combattono giustamente le formazioni nuove come vigilessa, deputatessa, ecc., che richiederebbero uno «scotto» ancora da pagare.

La supremazia del genere maschile su quello femminile nella nostra lingua – e non solo – si vede per esempio nell’utilizzo dei termini “cittadini”, “spettatori” (ma anche “uomo”), per indicare una totalità di persone di entrambi i sessi. Espressioni come i “diritti dell’uomo”, “la storia dell’uomo”, “gli uomini della preistoria” sono problematiche perché di fatto escludono le donne, relegandole a una posizione sottintesa e legata a quella del maschio, quindi marginale. Senza grandi sforzi, si potrebbe usare la parola “umanità” o aggiungere semplicemente “donna/e”.

Quest’abitudine, figlia del patriarcato che stiamo cercando di smantellare, riguarda anche l’ambito più stretto e privato della famiglia. Quando un marito lascia la moglie o muore, si dice che il figlio maggiore è diventato “l’uomo di casa”, ovvero che ne ha assunto il comando, e pazienza se alla fine è sempre la madre che porta avanti quella casa, spesso anche economicamente. L’espressione “donna di casa” invece indica una persona che svolge i lavori domestici.

Si è soliti augurare un erede maschio (“auguri e figli maschi!”), mentre la figlia femmina viene fatta oggetto di battute che la dipingono come una portatrice di problemi futuri per il genitore. Per non parlare dell’espressione “padre di famiglia”, che in Francia è stata recentemente eliminata dal Codice civile. È infine significativo notare che la parola “matrimonio” deriva da “mater” (madre) e “munus” (dovere), mentre la parola “patrimonio” da “pater” (padre) e “munus”.

Tutto ciò porta a casi paradossali, come quello della (giusta) legge del Parlamento Italiano n° 7/2006 per la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile, in cui si legge: “La pena è aumentata di un terzo quando le pratiche di cui al primo e al secondo comma sono commesse a danno di un minore” e “Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia” (art.6, comma 1). In questo ambito, è palese che il danno viene fatto esclusivamente a una donna o a una bambina/ragazza, eppure minore e cittadino rimangono al maschile.

Sebbene molti linguisti sottolineino la difficoltà di modificare alcune strutture dell’italiano e si appellano alla nostalgia e alla necessità di preservare la lingua di Dante Alighieri (un esempio qui), è anche vero che gli idiomi sono delle realtà in continuo mutamento, che si adattano ai tempi che corrono attraverso lo slang e i neologismi. Chiedere, quindi, alcune modifiche, non farà di certo ribaltare nella tomba il Sommo Poeta più di quanto non abbia fatto l’introduzione di termini come “svapare” o “aperisushi” nella lista di neologismi della Treccani.

Note:

* “Presidente: […] È usato il maschile anche per indicare una donna che ricopre tale ruolo: la p. del senato; la p. della commissione; la p. della Croce Rossa. La forma presidentessa è ormai usata quasi esclusivamente per indicare, in tono scherzoso, la moglie di un presidente.”

Per approfondimenti:

Combattere il sessismo attraverso l’insegnamento paritario dell’inglese

Agentivi e sessi in un corpus di giornali italiani

Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo

Il sessismo nei linguaggi


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  1. Mat

    25 febbraio

    A mio avviso vanno distinti i nomi in -o, ed i nomi in -e.
    I nomi in -o sono in italiano quasi sempre maschili, e il loro corrispondente femminile è in -a. Quindi è opportuno che i nomi di mestiere in -o vengano declinati con la a al femminile.
    I nomi in -e possono essere in italiano sia maschili che femminili (la mente, la neve, etc.) cosí come gli aggettivi (una ragazza giovane e non ‘giovana’, una donna intelligente e non ‘intelligenta’), quindi non vedo il sessismo nel dire ‘la presidente’.
    I nomi in -e che sono solo maschili hanno il femminile in -a solo se finiscono in -ere, gli altri seguono altri modelli: ad esempio quelli in -tore, che al femminile finiscono in -trice. In effetti il femminile piú sensato per dottore sarebbe dottrice, come del resto proponeva anche Sabatini nel testo sopra menzionato.

    Quindi credo che dire ‘la presidente’ non abbia niente di sessista, vista la presenza di numerosi nomi e aggettivi femminili con la medesima terminazione. Il paragone col tedesco è improprio, perché la terminazione -er di Kanzler è in tedesco tipicamente maschile, paragonabile alla terminazione in -o in italiano.

    Tirando le somme: sono d’accordo nel declinare al femminile i sostantivi indicanti le professioni, ma conformemente alla struttura della lingua, come fece Sabatini, e non generalizzando impropriamente il femminile in a.

    (Per correttezza specifico che sono un maschio)

  2. Davide

    3 marzo

    Ogni tentativo di imporre cambiamenti linguistici dall’alto è destinato a finire nel ridicolo, come ben mostra l’esempio del fascismo. Io credo che la polemica sul sessismo linguistico sia del tutto sterile e inutile: ci sono problemi ben più importanti relativi alla parità di genere sui quali varrebbe la pena di concentrarsi. La lingua di per sé è neutra. Genere naturale e genere grammaticale non hanno nulla a che fare tra loro, come dimostra il fatto che soltanto in pochi casi c’è corrispondenza. O forse vogliamo protestare perché il coraggio è maschile e la paura è femminile? O al contrario perché la gioia è femminile e il dolore è maschile? Quanto al termine “uomo”, evidentemente ci si dimentica che questa parola ha due significato ben distinti: da un lato significa “essere umano”, dall’altro significa “essere umano maschile di età adulta”. Più in generale, la lingua italiana usa il genere grammaticale (e sottolineo grammaticale) maschile nei casi in cui il genere naturale sia indeterminato: quindi “i cittadini” indica gli abitanti di una nazione in generale, tanto maschi che femmine. Opporsi a questo sistema significa opporsi alla stessa capacità di astrazione linguistica. Quanto poi al caso della legge sulle mutilazioni femminili “il minore” è un termine giuridico normalmente usato in simile contesti, niente di più. (In ogni caso, varrebbe la pena ricordarsi che forme di mutilazione genitale sono praticate anche sui maschi, come ad esempio la circoncisione, la quale, benché decisamente meno grave, comporta comunque la rimozione di una zona erogena e importanti conseguenze, come la cheratinizzazione del glande, con conseguenza perdita di sensibilità e possibili difficoltà a raggiungere l’orgasmo).

  3. Davide

    3 marzo

    Quanto invece al caso specifico delle professioni, siamo proprio convinti che tutta questa invocata ostentazione del genere sia meno discriminatoria? A me non sembra. Se vado dal medico o dal dentista personalmente non sento alcuna esigenza di sapere se è uomo o donna: quello che mi interessa è unicamente la sua professione (e ovviamente la sua professionalità). Lo stesso discorso vale per un sindaco, un ministro o un presidente: il genere naturale è irrilevante, ciò che conta è la funzione istituzionale ricoperta dal soggetto. Perché voler a tutti i costi far sapere il genere? Non è proprio questa volontà di segnarlo, quasi di marcarlo a fuoco ad essere di per sé ghetizzante e discriminatoria?

  4. pixelrust

    18 marzo

    “Grazie” Davide per aver ribadito lo status quo.

    Soft Revolution Zine è un sito fantastico proprio perché descrive e denuncia i tanti modi in cui le cose come stanno fanno schifo.

    Lo status quo fa schifo a tante persone -inclusi altri maschietti come il sottoscritto- perché è ingiusto. È ingiusto cercare di spostare l’attenzione su altri temi “più importanti”, è ingiusto minimizzare i problemi che le donne raccontano, è ingiusto (e ingenuissimo) sostenere che la lingua sia neutra (LOL! la lingua cambia continuamente, e cambia in base ai mutamenti della società!).

    Maschi fragili e terrorizzati dall’idea di cedere la nostra posizione di privilegio…capaci solo di venire a commentare su un sito femminista…BAH

  5. Skywalker

    5 aprile

    Io sono una donna senza suffisso. Sono d’accordo con Mat e con Davide quando parla di differenza tra genere naturale e quello grammaticale. Sono d’accordo col principio di modificare la lingua in base ai cambiamenti della società, ma relativamente alla lingua, senza alcuna forzatura. Perché sono d’accordo che tutte le varianti proposte sono forzature non nate spontaneamente in seno al volgo e il dizionario registra l’uso comune dopo un po’ di anni dall’utilizzo della parola o locuzione, esso non “suggerisce”nuove parole ma ne registra l’uso.

    Quindi, ricapitolando: sono d’accordo con la sostanza ma non con la forma, forzare il linguaggio non porta a niente, crea una neolingua per gli addetti ai lavori, per le note di tesi accademiche etc. etc., una roba da cui il volgo è ben lontano.

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