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Scomparire, fare luce: “I vent’anni di...

Scomparire, fare luce: “I vent’anni di Luz” di Elsa Osorio

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Fotogramma del film “Garage Olimpo” di Marco Bechis

Questa storia comincia nel 1998. Un viaggio a Madrid e una telefonata che non può aspettare. Un appuntamento al Café Comercial un’ora dopo, due sconosciuti e vent’anni da raccontare. “Sarò io a parlare”, dice Luz.

Questa storia comincia anche nel novembre 1976. Un appartamento signorile a Buenos Aires, una stanza preparata con cura per un bambino che arriverà presto. Una donna che non potrà mai avere figli e una giovane sovversiva incinta che “quel figlio neanche lo vuole”, o almeno così dice il Bestia.

Questa storia comincia ad Entre Ríos. Questa storia si dipana, inesorabile, al tavolino di quel Café Comercial. Questa storia è un romanzo, una storia inventata, ma i fatti a cui si ispira sono dolorosamente veri.

Scritto nel 1998, I vent’anni di Luz di Elsa Osorio è una sorta di Bildungsroman, genere che nella letteratura argentina (e latinoamericana) contemporanea spesso affianca la scoperta del sé in senso esistenziale e introspettivo e la ricerca della propria identità in senso letterale: chi sono io, chi sono i miei veri genitori, chi è la gente che mi ha cresciuto. Il/La protagonista, spesso adolescente, scopre di essere stat* adottat*, e che quella che considerava la sua famiglia gli/le ha mentito da sempre.VentAnni_Copertina.png

Non si tratta di un caso. Fra il 1976 e il 1982, sotto la dittatura militare di Jorge Rafael Videla, spariscono – o meglio, vengono fatte sparire­ – fra le tredicimila e le trentamila persone, detenute illegalmente con l’accusa di terrorismo. Fra queste, molte donne incinte, difficile dire quante: a volte i loro familiari non sono a conoscenza del loro stato – che, dopo il parto, vengono trasferite, come del resto tutti gli altri dissidenti, dai campi di prigionia al fondo dell’oceano. Spariscono senza lasciare traccia, tranne per il piccolo dettaglio dei figli. Cosa farne? Ipocritamente, nessuno vuole macchiarsi le mani con il sangue di quegli innocenti.

“Questa guerra non è contro i bambini”, e il regime ha pensato a tutto: i neonati vengono affidati illegalmente a famiglie conniventi, quando non ai militari stessi, che li registrano come propri, spingendosi a falsificarne il certificato di nascita. C’è chi, per sentirsi a posto con la coscienza, riesce addirittura a convincersi che siano opere di bene. Che futuro avrebbero, crescendo orfani o con dei genitori sovversivi?

Sempre che la verità non venga a galla. A volte sono sensazioni inspiegabili, incomprensibili buchi neri. Altre sospetti, dettagli che non quadrano: date di nascita, figli che non assomigliano ai genitori, madri che nessuno ha mai visto incinte. E il padre, non era coinvolto anche lui nella repressione?

Ed è esattamente così, fra sensazioni confuse e ricordi vaghi, incongruenze e dubbi che non vogliono sapere di andarsene, che Luz si accinge a cercare la verità, intestardendosi a “gettare luce su questa storia di ombre, a sapere, a cercare e poi cercare, senza pensare al rischio emotivo che [potrebbe] comportare”.

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Abuelas (via abuelas.org.ar)

Quello che trova la porta, un passo dopo l’altro, verso il tavolino di quel caffè, ultimo anello di “quella catena che io stessa ho messo insieme e che mi ha portato a cercarmi… a cercare me stessa”. Ma Luz scopre anche la storia di un’amicizia tanto improbabile quanto profonda, e della promessa che spingerà Miriam, la stessa donna che decorava con cura la nursery, a cercare di rimettersi in contatto con lei per sottrarla agli impostori che l’hanno rapita e la crescono nell’inganno. Scoprirà quanto le è stato nascosto della sua storia e di quella del suo paese, così legate, complementari.

Elsa Osorio intreccia la trama passando da una storia all’altra, alternando narrazione onnisciente e interna per offrirci il punto di vista di ciascun personaggio, i suoi pensieri e dubbi. Si potrebbe dire – e non completamente a torto – che i tratti dei protagonisti sono un po’ troppo fiabeschi o stereotipati: il padre buono ma debole, la matrigna cattiva che maltratta la figliastra, la fata madrina nelle vesti di una prostituta d’alto bordo.

È però altrettanto importante notare che, nel delineare i suoi personaggi, Osorio riesce a cogliere molti dei modi in cui si vive, si è vissuta la dittatura: chi militava, chi reprimeva, chi non sapeva, chi sapeva e ha finto di ignorare.

A fare da perno è Luz, protagonista non più vittima degli eventi ma determinata a scoprire, a capire. Pur con i suoi conflitti interiori, le sue ambivalenze nei confronti della famiglia adottiva, il risentimento verso chi non si è mai curato di cercarla, Luz – e con lei Osorio – è perentoria nel non cedere al relativismo, all’assoluzione dell’“erano anni difficili”, la stessa che ha fatto sì che decine di torturatori, di assassini venissero perdonati perché, da militari, non potevano disobbedire agli ordini.

E a fianco di Luz, che ha “indagato e parlato con della gente e chiesto dati e rovistato e frugato e cercato ostinatamente”, protagonista è anche la sua ricerca, quel viscerale bisogno di sapere che, da quarant’anni a questa parte, muove le Abuelas de Plaza de Mayo. Con la stessa ostinazione di Luz scendono in piazza ogni giovedì, pretendendo la verità sul destino dei loro figli e nipoti e mettendo in contatto i figli dei desaparecidos con le loro famiglie di origine. Fazzoletti bianchi contro bende nere, radici, orrori e verità che neanche l’oceano può seppellire.


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